Guardare oltre la malattia: “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”

“Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse anche sono insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia”.

Così parla di sé Oliver Sacks (1933- 2015) nella prefazione alla sua raccolta di casi clinici intitolata L’Uomo che Scambiò sua Moglie Per un Cappello e pubblicata nel 1985, quando Sacks è all’apice della sua carriera di neurologo e ha già pubblicato diversi libri. Nella maggior parte delle sue opere lo scrittore britannico cerca di unire la sua professione alla passione per la scrittura, tentando di avvicinare alla neurologia anche i lettori più ignoranti in materia.

Sacks crede che troppo spesso l’identità dei malati venga fatta coincidere con la patologia di cui soffrono, come se l’essere umano in quanto tale non esistesse più, come se la malattia andasse ad identificarli totalmente. Per questo e altri motivi decide di presentare diversi casi clinici sotto una nuova luce, cercando cioè di concentrarsi sul lato umano dei pazienti affetti da malattie neurologiche.

L’Uomo Che Scambiò Sua Moglie per Un Cappello contiene la storia di 24 persone, pazienti che Sacks ha avuto modo di conoscere, visitare e aiutare. Persone alle quali ha insegnato a convivere con malattie neurologiche più o meno aggressive e dalle quali ha appreso che ci sono cose dell’animo umano che non posso essere messe a tacere nemmeno dalle malattie più invasive.

Troppo spesso ci si immagina coloro che sono affetti da malattie totalizzanti come persone che vivono in funzione della propria malattia, restringendosi e pestando sotto suole pesanti tutto ciò che di bello possiedono per dare priorità alla malattia. Oliver Sacks, dall’alto della sua esperienza di medico, vuole comunicarci che in loro, come in ogni altro essere umano, ci può essere desiderio di vita, speranza nel futuro o passione per l’arte.

Vuole farci capire, insomma, che la dignità umana non subisce i contraccolpi inflitti dai sintomi della patologia. La dignità di cui ci vestiamo dipende solo dal modo in cui agiamo.

Tra i protagonisti del libro troviamo pazienti affetti da diverse patologie e disfunzioni, come la sindrome di Tourette, di Korsakov, di Conard, come la prosopagnosia e varie forme di atassia, agnosia o amnesia.

Attraverso le parole di Sacks si arriva ad affezionarsi ai protagonisti e alle loro personalità così diverse e particolari. Ognuno di loro ha adattato la propria esistenza alla malattia, ma Sacks mette in luce soprattutto l’abilità di queste persone di aggrapparsi alla vita per dimostrare a se stessi e al mondo che nulla potrà mettere un freno alle passioni che li animano.

Rey dai Mille Tic è uno dei personaggi più emblematici di tutta la raccolta; gli innumerevoli tic causati dalla sindrome di Tourette gli impediscono di vivere una vita matrimoniale come quella dei suoi amici o di parlare in pubblico senza interrompere il discorso ogni qualche secondo, decide allora di rivolgersi a medici specializzati e di assumere un farmaco invincibile che inibisce la sua patologia, ottenendo una tregua apparentemente irrinunciabile. Col tempo si accorge, però, che il farmaco inibisce anche i suoi talenti artistici e sportivi; Rey infatti grazie ai suoi tic aveva sviluppato una tecnica personalissima nel suonare la batteria e sferzava battute a tennis invidiate anche dai più temibili avversari. L’uomo capisce, quindi, che è più importante dare sfogo alla propria identità artistica che vivere schiavo di un farmaco. Comprende, di conseguenza, che la dipendenza dal farmaco è di gran lunga peggiore della schiavitù dalla patologia. Decide, quindi, di assumere il farmaco durante la settimana e ti sospendere la terapia nel weekend, affinché possa fare coesistere le sue due nature, i suoi due sé.

Oltre a Rey abbiamo malati che faticano a distinguere il viso della moglie da un cappello, ma che hanno un talento musicale riconosciuto in tutto il mondo, altri che sembrano non riconoscersi allo specchio, non ricordare nemmeno il nome dei propri genitori ma che poi dimostrano di avere un animo sensibile e profondo.

Interessante è notare l’abilità enorme di Oliver Sacks nel descrivere le patologie sia da un punto di vista medico, elencandone dettagliatamente la storia, i sintomi e le terapie, sia da un punto di vista umano, per descrivere vite diverse dalla norma percentuale. Ma diverse, si sa o meglio si dovrebbe sapere, non significa sbagliate. Significa, appunto, semplicemente diverse. Ma poi diverse da cosa? Diverse da chi? “Malati” rispetto a quale criterio? Anche la normalità – ci insegna Sacks- è relativa.

FONTI: O.Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un Cappello, Adelphi, 2016

CREDITI IMMAGINI: Immagine copertina, Immagine 1, Immagine 2

 

 

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