Il Barone rampante: scegliere di essere se stessi

Cosimo Piovasco di Rondò il 15 giugno del 1767 all’età di dodici anni decise di arrampicarsi su un albero. E non scese mai più.
Queste le radici de “Il Barone rampante”, scritto da Italo Calvino tra il 1956 e il 1957 che è, senza ombra di dubbio, la biografia di un’idea. Al centro è il primogenito della famiglia dei Rondò che, come atto di ribellione agli schemi familiari e l’omologazione forzata, conduce un’esistenza in direzione ostinata e contraria. Fa della propria risoluzione il suo modo d’essere e il proposito di non toccare mai terra lo accompagna per tutta l’esistenza. Il lettore ne segue la crescita e l’evoluzione, gli espedienti per agevolare non solo il proprio eccentrico modus vivendi, ma anche le condizioni di chi incontra. Cosimo non è un misantropo, nonostante la sua scelta potrebbe sembrare drastica e antisociale. Si rivela, invece, fortemente partecipe alle vicissitudini degli altri, praticamente mai isolato.
Eppure la caratteristica che più emerge del barone è la sua solitudine. Il punto di vista attraverso il quale si snoda l’intero romanzo è quello del fratello minore (eccezion fatta per le pagine che riportano i diari di Cosimo stesso) e nemmeno lui sembra comprenderlo a pieno. Come non riescono a capirlo gli Spagnoli dai quali si reca, accomunati dalla vita condotta sugli alberi. La loro, però, non è una libera scelta, quanto una costrizione, un esilio imposto e dal quale non vedono l’ora di essere liberati. Proprio per questo, non appena ne hanno l’occasione, tornano a poggiare i piedi per terra. Non come Cosimo, che senza eccezioni, rimane sui rami. Vacilla in un’unica occasione, calandosi su una nave. Si interroga sull’aver commesso o no un errore, se questo possa costituire un venir meno ai suoi principi.
La determinazione del barone può essere confusa con ostinazione. La sua perentoria affermazione, rivolta al padre proprio nel primo capitolo, “io non cambierò mai idea”, può banalmente essere confuso con un capriccio infantile. Citando James Russell Lowell “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. Tuttavia Calvino ci propone un’apoteosi dell’essere se stessi. Il vivere tra gli alberi diventa metafora del perseguire e difendere la propria diversità, del non accettare schemi socialmente imposti e l’adeguamento a ciò che è considerato normale. La ribellione può essere catalogata sotto la stranezza, l’immaturità, la superficialità, la testardaggine.
In realtà è sinonimo di purezza e di coraggio.
Il bosco potrebbe anche diventare così similitudine della letteratura e gli alberi libri e il muoversi dall’uno all’altro il vivere leggendo, scrivendo, raccontando. Cosimo diventa Calvino e Calvino diventa Cosimo. L’autore stesso in una nota del 1960 dichiara: “lo prendevo sul serio, ci credevo, m’identificavo con lui”. Aggiunge poi quella che è una fondamentale chiave di interpretazione:

“È chiaro che oggi viviamo in un mondo di non eccentrici, di persone cui la semplice individualità è negata, tanto sono ridotte a una astratta somma di comportamenti prestabiliti. Il problema oggi non è ormai più della perdita d’una parte di sé stessi, è della perdita totale, del non esserci per nulla”.

Con questa dichiarazione compie un passo in avanti rispetto a “Il Visconte dimezzato”, prima opera di quella che è nota come “Trilogia degli antenati”. Il secondo tassello estremizza la mancanza. Da una società che frammenta l’io, si passa ad una società che ne impone la perdita. “Il Cavaliere inesistente” completa il quadro, presentandosi più come un prologo scritto a posteriori.
Calvino definisce i tre romanzi come tre modi di riaffermazione della libertà, tre vie da seguire.
Nel caso del Barone il sentiero non è di terreno battuto, ma sospeso, è l’avventura di chi si autodetermina ed è fedele al proprio io.

A Viola, figura femminile tutt’altro che secondaria nella narrazione, Cosimo confessa amaramente: “Non ci può essere amore se non si è se stessi con tutte le forze”. Arriva a perderla pur di seguire questa convinzione. Sebbene Calvino ci lasci intravedere come un compromesso sarebbe stato auspicabile, nessuno dei due è in grado di fare un passo verso l’altro, di comprendere l’ideale di chi ha di fronte, nonostante l’amore.

“Sii te stesso da sola, allora”, risponde Viola. Ed è la conferma di quanto difficile sia esserlo.

 

 

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