La forza di vivere in Leopardi

 

La maggior parte delle persone associa il poeta Leopardi al pessimismo a causa del forte disincanto presente in tutte le sue opere e delle definizioni date a posteriori delle sue linee di pensiero –Pessimismo storico e Pessimismo cosmico-, ora rivalutate dagli studiosi.
La connotazione pessimistica di Leopardi è innegabile, ma non è la totalità del suo pensiero. Se fosse stato solo pessimista, infatti, non ci avrebbe lasciato pagine di riflessioni nello Zibaldone, grazie alle quali possiamo conoscere da vicino la sua visione del mondo, paragonabile a quella di un filosofo.

Alla base del suo pensiero bisogna considerare la solitudine e noia che Leopardi sperimentò fin dall’infanzia. La spiccata intelligenza e i problemi alla schiena l’hanno presto isolato dai coetanei e dai fratelli; si affidò così allo studio, dove ritrovò le proprie ambizioni e capacità in persone passate. La sua difficoltà a socializzare con i coetanei è evidente in molti suoi scritti, come nel nel Passero solitario, dove paragona se stesso ad un passero sul ramo con altri uccelli della sua specie: essi sono felici e cantano insieme, mentre lui rimane in disparte.

Ma Leopardi superò anche queste difficoltà: amò i suoi fratelli –come vediamo in Ricordanze– e fece amicizia con luminari del tempo, che riconobbero le sue capacità anche se non condivideva le loro idee. Come ogni giovane, ebbe anche delusioni d’amore, non con Silvia –che utilizza solo come tu narrativo per guidare una riflessione sulla propria vita- ma con Fanny Targioni Tozzetti –sebbene essa negò sempre- con la quale però si prese una rivincita letteraria, dedicandole il Ciclo di Aspasia, dove ella ne esce tutt’altro che positivamente.

Non stupisce quindi che De Sanctis dica che nessun poeta fa amare la vita come Leopardi, perché trovò sempre un motivo per continuare a vivere, anche se lo chiamava illusione. E a differenza dei suoi contemporanei, Leopardi accenna pochissime volte al tema del suicidio –si pensi invece ad opere come I dolori del giovane Werther di Goethe e Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo scritte in quel periodo-.

Ha visto il mondo in modo totalmente disincantato, brutale ma realistico, con un pizzico di sindrome persecutoria ma sempre cercando di mantenere imparzialità e logicità nei suoi ragionamenti. In tutto questo ha continuato a vivere, come la ginestra dell’omonima poesia; tuttora invita ad amarci tra noi uomini e ci dimostra che brutte esperienze non devono distruggere una vita che può fiorire.

Fonti:
Frenscesco De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, 1858;
produzione intellettuale propria.

Crediti immagini:

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