L’apparente disordine delle Sefirot nei testi cabbalistici

di Lorenza Castellani

Una delle più affascinanti figure presenti nella Cabala è rappresentata dalle sefirot, figure retoriche dalla particolarità di non seguire mai le catene logiche della dimostrazione filosofica. Nella Cabala ebraica le sefirot sono traducibili basilarmente come emanazioni: le dieci modalità o strumenti di Dio attraverso cui l’Ein Sof – ossia l’infinito – si rivela e crea sia il reame fisico sia la Catena dei Reami metafisici superiori (Seder hishtalshelus). Il termine «emanare» deriva dalla radice asal, la quale viene interpretata in questo senso con una marcata valenza filosofica, in particolare in riferimento alle dottrine neoplatoniche che hanno fortemente influenzato il misticismo ebraico del Medioevo, e indica il passaggio delle energie celesti attraverso le sefirot. Tuttavia, si tratta di una radice, asal, già usata nella Bibbia, con il significato principale di «trarre, prendere». Pertanto, scegliere proprio questo termine allude ad un movimento col quale Dio «prende» da ciò che gli è più prossimo per donare alla creazione, come una «radice» che prende e diffonde gli alimenti necessari al suo sostentamento: la linfa divina nutre tutto il corpo ma soprattutto l’anima, ed è un veicolo che permette anche la risalita, cioè l’ascesa del mistico verso il principio divino della creazione.

Il disordine con il quale sono presentate le similitudini nella Cabala, come suggerito dal titolo, è però solo apparente. Il modo in cui vengono espressi i periodi è tanto enigmatico quanto teso a non perdere nessuna sfumatura che possa essere utile per l’intuizione del significato finale. La logica sottostante è quella secondo la quale ridurre il metodo a poche frasi univoche significherebbe privarlo della sua efficacia e ricchezza.

Occorre qui porsi nell’ottica della comprensione di un caos che è contemporaneamente un mezzo per conoscere – nei termini della ragione umana – un’infinitesima parte del mistero di Dio: «Egli ha mondi persino al di sopra delle sefirot, innumerevoli come in capo. Ma affinché essi sapessero ove cercarlo in un luogo determinato, egli ha stabilito per essi le sefirot, cosicché potessero riconoscerlo per mezzo di queste, che sono collegate ai mondi superiori e inferiori; con esse egli creò tutti gli esseri, affinché per tale tramite essi potessero conoscerlo».

Prendendo in prestito una citazione di Ernst Cassirer, «se al termine del nostro lungo cammino riportiamo lo sguardo al punto di partenza potremmo non sentirci sicuri di aver raggiunto lo scopo […] ma un’analisi filosofica si pone un compito diverso. Il suo punto di partenza e le sue ipotesi di lavoro sono costituiti dal convincimento, che i vari raggi apparentemente dispersi possono venire raccolti e fatti convergere in un unico fuoco». La nostra ipotesi iniziale era quella di dimostrare quanto il disordine apparente con il quale vengono presentate le sefirot nei testi cabbalistici sia in realtà propedeutico ad una comprensione più approfondita di un metodo che non può essere depauperato ai soli fini della logica.

Partendo dalla descrizione delle sefirot e facendo riferimento a citazioni tratte dai testi della Cabala, abbiamo potuto notare che non si tratta di concetti facilmente comprensibili. Essi richiedono studi approfonditi e nessuno schema o configurazione potrà mai riassumere in modo esaustivo la grandezza di quanto si vuole esprimere. Lo scopo della Cabala, infatti, è quello di spiegare la dialettica, il rapporto tra l’Ein Sof, l’Infinito di Dio, e l’universo mortale creazione di Dio.

Inoltre, bisogna ricordare la profonda complessità d’interpretazione di ogni testo cabbalistico. Ogni lettera ebraica, parola, numero, anche accento sulle parole della Bibbia ebraica contiene significati esoterici, che descrivono le dimensioni spirituali all’interno d’idee esoteriche, e insegna i metodi ermeneutici d’interpretazione per accertare questi significati. I Nomi di Dio nella Bibbia hanno ulteriore risalto, sebbene la fluidità del significato trasformi l’intera Torah in un nome divino. Come il nome ebraico delle cose è il canale della loro forza vitale, parallela alle sefirot, così concetti come “santità” e “mitzvot” incarnano l’immanenza divina ontologica, poiché Dio può essere conosciuto in manifestazione così come in trascendenza. Il potenziale infinito del significato della Torah, come dell’Ein Sof, si riflette nel simbolo dei due alberi del Giardino dell’Eden: la Torah dell’Albero della Conoscenza è la Torah halakhica esterna, attraverso cui i mistici possono percepire la Torah illimitata dell’Albero della Vita. Nell’espressione lurianica, ciascuna delle 600000 anime di Israele trovano la loro propria interpretazione nella Torah.

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