DISCO CONSIGLIATO: Blink-182- California

Erano anni che si aspettava un nuovo lavoro dei californiani Blink-182.

Per chi è cresciuto a cavallo fra gli anni ’90 e l’inizio dei Duemila loro, assieme a Green Day e The Offspring, rappresentavano la forma più alta di ribellione. Musica suonata con irriverenza, senza pensieri. Un flusso ininterrotto di emozioni e sbronze adolescenziali, che il giorno dopo sanno di malinconia e sogni infranti.

Questo senso di disagio, tuttavia può sembrare anacronistico se associato a quarantenni con figli (ormai) grandicelli a carico. La voglia di differenziarsi ed esplorare altre vie musicali del (ex) chitarrista Tom DeLonge ha portato prima all’album “Untitled”, oscuro e criptico e poi ad una serie di tira e molla, conclusi con l’allontanamento nel gennaio scorso del leader, rimpiazzato –ottimamente- da Matt Skiba (Alkaline Trio).

La cosa che colpisce a primo acchito di questo disco è il suo voler prendere le distanze dal precedente e bruttino “Neighborhoods”. Il fatto di aver lavorato con un produttore come John Feldman (Goldfinger), anch’egli facente parte della scena pop-punk californiana ha dato modo alla band di riscoprire le radici della loro musica, integrandola con elementi provenienti dai molteplici progetti paralleli sviluppati nel tempo.

Il tocco di genio dei Blink-182 è stato mescolare il punk-rock semplice e diretto che li ha contraddistinti, con elementi hip-hop frutto dei molteplici progetti del batterista Travis Barker e con il gusto malinconico che avevano sviluppato nel 2004.

Un secondo elemento che rende interessante questo album è il continuo rimando alla California.

La terra natale è fondamentale per il trio statunitense. Oltre a Los Angeles, San Diego e California che la richiamano esplicitamente; anche i suoni utilizzati e le storie raccontate, come in She’s Out of Her Mind, la ricordano e la fanno conoscere agli ascoltatori.

Come detto, in questo album i Blink-182 si immergono nella California che li ha cresciuti. L’inizio è ottimo per catapultarci nel mood dell’album. Cynical è un pezzo tipico alla Blink-182: veloce, dinamico e con un ritornello stupendo.

Subito dopo arriva un trittico che inizia a esplorare sonorità diverse. Bored to Death, primo singolo, è un buon pezzo, ma rimane un po’ spento, senza il mordente necessario per essere ricordato e con un bridge e un finale totalmente azzardati e fuori contesto. Al contrario la già citata She’s Out of Her Mind e Los Angeles, per motivi differenti, si guadagnano un’ottima menzione. La prima ha i classici riff pop-punk che hanno fatto conoscere i Blink-182 al mondo, mentre la seconda, con i toni oscuri mette in mostra le capacità vocali (ottime) di Matt Skiba. Due ottimi pezzi che faranno il loro figurone anche live.

I due pezzi successivi –Sober e la joke-song Built This Pool– sono anonimi, ma fanno risaltare ancora di più un pezzo come No Future. Inizio con basi hip-hop, per poi scatenare un ritornello infernale.

Velocità che si smorza con la classica ballatona alla Blink-182, che già in passato ci avevano regalato I Miss You. Nel 2016 tornano con Home Is Such a Lonely Place.

Una canzone meravigliosa per armonizzazioni vocali e arrangiamenti curati nel dettaglio, con un testo che parla di distanze dai cari, sofferenza e malinconia. Perfetta.

La seconda parte dell’album contiene alcune tracce che potevano essere sfruttate maggiormente. Alcune possiedono interessanti passaggi o ritornelli al fulmicotone (Rabbit Hole), ma hanno un contorno che non riesce a mettere in luce tutto il buono che c’è. Altri due esempi sono Teenage Satellites e Kings of The Weekend. Due pezzi normali che non aggiungono nulla e che passano nel dimenticatoio.

Quelle che colpiscono, invece, sono Left Alone: uno schiaffo in faccia a tutti gli scettici. Matt Skiba si prende il suo spazio e sfodera un ritornello da lasciare a bocca aperta.

San Diego, musicalmente, non ha particolarità notevoli; se non la solita batteria incendiaria di Travis Barker. E’ interessante per il testo: una esplicita lettera di addio a Tom DeLonge, con l’intenzione di andare avanti.

Come spiegato da John Feldman in un’intervista a Fuse. (http://www.fuse.tv/2016/06/blink-182-california-producer-john-feldmann-track-by-track#13)

The Only Thing That Matters può essere considerato l’ultimo pezzo del disco, che finisce come inizia: punk-rock velocissimo e senza fronzoli. Una gioia sentire suonare così i Blink-182.

California è l’ultimissimo pezzo (si esclude la seconda joke-song Brohemian Rhapsody). E’ il riassunto di quanto ascoltato fino ad ora. Il perfetto mix di un album vario che non ci si aspettava.

Ha sicuramente dei difetti: troppo lungo, anche a causa di cinque o sei tracce non al livello delle altre dieci. In particolar modo le due joke-song, evitabili per un gruppo di quarantenni. Va bene non prendersi sul serio, ma fino ad un certo punto.

La copertina del disco, inoltre, non rende giustizia ad un album del genere.

Tuttavia ha un grandissimo pregio: riesce ad essere vario e allo stesso tempo unitario, con il tema della California.

California caput mundi, quindi, per una band che doveva ritrovarsi dopo degli anni di sbandamento e che ha ritrovato nel luogo natio l’ispirazione per proseguire un progetto bollato da molti come fallimentare e che, infine, si è rivelato ottimo e sorprendente, nonostante i difetti sparpagliati qua e là.

Pezzi Consigliati: Home is Such a Lonely Place, Left Alone, She’s Out of Her Mind

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