Molti avranno sentito parlare di Milo De Angelis, soprattutto quando si parla di poesia. Da molti è considerato il principale poeta contemporaneo italiano. Di recente ho avuto tra le mani Quell’andarsene nel buio dei cortili, la sua ultima raccolta di poesia, edita nel 2011 da Mondadori – Lo Specchio. Questo suo ultimo lavoro può essere considerato una serie di sguardi rapidi sulla presenza. Ognuno di questi ritrae una particella di realtà, dove il buio si schiarisce e trova identità. Non sono versi oscuri e variano molto di tematica e aspetto, a seconda della parte in cui è collocata la poesia: vi sono infatti 5 parti, in cui si tracciano delle sillabe, dei momenti, in cui si ritrova la serenità della Canzoncina, ma anche il Finale Assedio, una metafora amorosa che sta tra l’antico e l’oggi.

In questa raccolta non domina il verso lungo, ma la brevità, l’attimo: per ogni poesia c’è una storia, una narrazione, tanto piccola quanto intensa, dove a determinare il ritmo è l’uomo che si manifesta nella sua quotidianità.

Fermalo. Il portone sta sfuggendo. Devi
guardare. È la solitudine dell’uomo,
il suo unico quartiere. Devi guardare.
Il citofono è acceso. Il gesto si aggrava.
Lassù brucia ancora quella giovane donna,
ti nomina nel sonno. Il pianto
vi ha chiamati. Tutti e due.
Così soli, adesso, nell’imminenza.

Già la struttura, paratattica: nessuna subordinata, una poesia totalmente piana, come di chi cammina e guarda, lancia degli sguardi come dei punti, delle frasi lanciate nell’aria e respinte dalle molecole che la compongono. In questa atmosfera, lenta e veloce insieme, l’uomo è solo ed è obbligato a guardare, comunicare, convivere anche con drammi che vengono incubati nel sonno e trasmessi in vita, come risvegli stravolgenti. In quest’atmosfera, onirica a volte, altre terribilmente vera, reale, si anima anche un misto di amore, desiderio e vita.

Come in questa poesia dedicata alla sua attuale compagna, Viviana Nicodemo:

Ho saputo, amica mia,
che sei stata in un limite. Anch’io
negli intervalli di una sola e grande morte
dormivo tra i casolari
dove si raccolgono d’inverno
con la parola disunita e il fitto
delle idee: entrava
un profumo di uva passa e la neve
dell’incontro ha percepito
la mia notte nella tua.

Questa è forse la poesia più bella di questa raccolta. Non è una poesia d’amore usuale, è qualcosa di più: è una testimonianza. Una testimonianza come tutto in questa raccolta, testimonianza di dolore, ma anche di pace incipiente, o ancora di tensione emotiva nell’incapacità della parola di raccogliere in toto l’attimo. Da questi versi si trae l’esigenza di una poesia del presente, che parli all’uomo per l’uomo, in testimonianza di una realtà che pare troppo lontana dalla vita singola: solo la poesia, con le sue manciate di simboli scorre l’esistenza e la lascia esplodere in tutta la sua bellezza, dandoci la possibilità di potercela ricostruire, rivedere, interpretare. E col suo andarsene nel buio dei cortili Milo ce l’ha ricordato.

Credits: Foto di copertina