Tra Dante, Leopardi e D’Annunzio nemmeno una goccia sotto i ponti

Nazionalismo è una brutta parola in Italia. Il monito lasciato dall’esperienza del fascismo echeggia ancora ogni volta che si parla di Patria, Nazione e annessi. I motivi sono ben chiari… questa è per certi versi un’ingiustizia enorme nei confronti di un termine che ha portato le basi di quel che tuttora siamo. I moti del ’48, che hanno echeggiato per tutta Europa la loro forza innovatrice, insieme a quelli che hanno portato alla conquista dell’Unità italiana erano mossi da una coltre di movimenti culturali e sociali tutti volti alla conquista di un’identità Nazionale. Un nazionalismo buono, per così dire, derivante da un sentimento già espresso dai romantici. Questo sentimento non includeva affatto deliranti disquisizioni su una superiorità dell’uno rispetto all’altro: serviva solo un sentimento di appartenenza, per collocarsi all’interno di una forza più alta, una forza sociale, che includesse tutti in un progetto comune volto alla formazione del concetto di Stato.

In Italia, d’altro canto, c’è un nazionalismo culturale molto forte: siamo forse uno dei pochi casi di nazioni nate politicamente nel XIX secolo, ma culturalmente nel XIII. Già in Dante abbiamo visto tutti come considerasse già l’Italia nel suo insieme e non nella sua singolarità esclusiva, anzi: nei canti politici delle tre cantiche c’è un progressivo andare dalla singola Firenze nell’Inferno, all’Italia nel Purgatorio, fino al Paradiso, in cui tratta dell’Impero Cristiano. Diciamo che non era molto lusinghiero nei confronti dell’Italia. Famosi sono i versi del canto VI del Purgatorio:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Si poneva in accenti evidentemente critici nei confronti di una nazione ancora non nata, ma ben presente sotto forma di un’unità culturale molto solida. In questo caso non si può parlare esattamente di nazionalismo, ma di un amore nei confronti di un’entità culturale che porta a ingiuriare con forza, per via di una condizione politica e sociale disastrosa, un Paese dove corruzione e guerre dominano incontrastate.

Dopo Dante le principali espressioni nazionaliste importanti si riscontrano tra fine ‘700 e ‘800: tra questi Giacomo Leopardi. Il poeta di Recanati scrisse vari Canti dedicati all’Italia. Il primo canto de I Canti è, appunto, intitolato All’Italia ed esordisce così nella prima stanza:

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

(tratto da: http://www.leopardi.it/canti01.php)

Immagini assai simili a quelle tratte dal Dante: un’Italia piangente, vinta, disonorata, lontana dalla Gloria. Questa Italia ricolma di simulacri, ma incapace di farli valere, incapace di essere quel che vale. Anche qui un poeta si sente ferito da un Paese che non riesce a farsi valere, e qui abbiamo un nazionalismo vero e proprio, un nazionalismo ferito, un amor di patria leso al midollo: questo grido di dolore del Leopardi, per una Patria disperata e disperante, arrangia le note di un refrain che ancor oggi va riprendendosi…

Tuttavia, prima di affrontare questa problematica bisogna passare dal D’Annunzio, non tanto per il suo nazionalismo, o la sua impresa di Fiume, ma per rendergli un po’ di giustizia: anzitutto, la maggior parte dei critici, dopo un esilio della sua opera nelle accademie, l’hanno ripreso, riconoscendone una certa grandezza. Prendete questi versi – analoghi e simili agli altri due per il tema:

O Roma, o Roma, la prima
davanti alla faccia del Sole,
incombustibile forza,
semenza di gloria,
unica nata dal solco
del violento
ardua spica opima,
te l’anima mia sogna ed agogna
in un mar di frumento,
dal Cimino solitario
ai vitiferi colli dei Volsci,
fino a Minturno ov’erra
nel limo l’ombra di Mario,
fino a Sinuessa
ebra di Massico forte,
fino alle auree porte
della Campania promessa,
in un mar di frumento
innumerevole
come le trionfate stirpi
dalla tua guerra!

(Alcyone Ditirambo I (Romae frugiferae Dic.) Gabriele D’Annunzio | Poesie di Gabriele D’Annunzio | Poeti Classici – Poesie Report On Line http://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-gabriele-d-annunzio/alcyone-ditirambo-i-romae-frugiferae-dic-gasbriele-dannunzio.html#ixzz3997AO8KU)

Questi versi si collocano nel solco tracciato da Dante e Leopardi: una gloria sognata ed agognata, ma irraggiungibile nelle condizioni attuali. Sì, si può ben dire che la nostalgia dell’Impero ne esce trionfante, ma non ci sono tante differenze rispetto a Leopardi, visto che anche quest’ultimo ambiva ad un’Italia al vertice come lo era ai tempi di Roma…

Venendo a questioni un po’ più mondane, pochi sanno che D’Annunzio era odiato da Mussolini – odio ricambiato. Non a caso veniva spiato e controllato dai camerati, perché considerato un elemento pericoloso: aveva amicizie con socialisti e rivoluzionari. Spesso criticò il regime fascista e definì “pagliaccio feroce” Hitler. Mussolini non poteva ammazzarlo solo perché aveva usato le sue poesie e i suoi motti a suo favore – e non voleva martirizzarlo. Anche se casualmente cadde dalla finestra della sua villa, rischiando la morte: non si sa bene se sia stato un attentato ordito da Nitti o dai fascisti stessi. Cosa più significativa fu che a Fiume varò la Carta del Carnaro, una costituzione assai innovativa scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, basata su un totale libertarismo: l’omosessualità, il nudismo, l’uso di droghe, il suffragio universale erano permesse, mentre altrove questi diritti non v’erano o erano addirittura reati (alcuni lo sono tuttora), passibili di carcerazione; inoltre Fiume fu l’unico Stato indipendente a riconoscere la legittimità dell’URSS.

Sì, ha firmato il Manifesto Intellettuale Fascista, ma si è presto allontanato dal delirio che fu il fascismo, in forza di un libertarismo totale, che non collimava per niente con i principi mussoliniani. La sua colpa più grande – se si può parlare di colpa – probabilmente è stata la scelta di non fare nulla contro il Fascismo, sfruttando la sua popolarità, invece di esiliarsi nel Vittoriale di Brescia. Resta che D’Annunzio, prima di tutto, riuscì a risvegliare un sentimento patrio in molti, più di quanto fece Mussolini, attraverso la sua poesia, che andrebbe assolutamente rivalutata da tanti studenti e non (per intenderci, Togliatti amava molto la poesia di D’Annunzio).

Comunque, in queste tre personalità, molto lontane tra loro, vediamo un forte filo conduttore: il nostro paese e un nazionalismo innamorato. Credo che andrebbero riconquistate certe concezioni, non per ricadere in un nazionalismo ridicolo e becero come fu quello fascista, ma per identificarsi nel sentimento di questi e molti altri poeti e intellettuali, innamorati di un’Italia troppo debole, fragile e corrotta, così da avere un moto ancor più forte da cui partire per iniziare a dare nuova forza ad un paese che sembra sempre più moribondo. Per riconquistare questa dimensione converrebbe cominciare a parlare, senz’alcuna retorica, di amore per una terra troppo a lungo martoriata da una sistematica corruzione e incapacità istituzionale da parte di un ceto politico incompetente. E spesso la poesia si è arroccata contro tutto questo, facendosi forza di un amore per un paese così controverso quale è l’Italia. E forse anche noi dovremmo farci forza di questi versi per migliorare il nostro status quo.

Sul circuito sanguigno

È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.

Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.

(V. Magrelli, Il sangue amaro, Einaudi, 2014)

 

 

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