Cronache di sfiga vissuta

di Martina Difilo 

 Sembrava un venerdì come un altro. Uscivo da un settimana un po’ complicata: festa di due giorni, un giorno di riposo, due giorni di esami all’università.

Giunta al venerdì mattina pensavo sarebbe filato tutto liscio come l’olio: due turni in negozio, certo, con tutto il tempo e lo stress di doverlo raggiungere coi mezzi pubblici, ma niente di allarmante.

Sveglia presto, caffè e sigaretta e la giornata parte. Con una temperatura ancora promettente, da inizio di settembre, sostavo alla fermata del tram osservando le persone intorno a me: le scuole ancora non erano cominciate, quindi non c’erano ragazzini o bambini che schiamazzavano, solo le immancabili signore pronte a recarsi in centro o chissà dove. Mi chiedo spesso dove vadano al mattino presto le signore in pensione: se avessi tutta la giornata libera per fare la spesa o qualsiasi altro genere di commissione, di certo non mi presenterei alla fermata del tram alle 8 del mattino.

Comunque, essendo solo l’inizio di settembre, il tram non era molto affollato, riuscii a trovare un posto a sedere: cuffie nelle orecchie e via si parte per uno dei tanti viaggi della giornata. Mi piace osservare Milano al mattino, soprattutto nei periodi in cui non è ancora del tutto “popolata”, quando non c’è l’esasperazione del traffico che regna, quando tutti sembrano più rilassati.

E mentre anche io mi rilassavo, prima dell’inizio della giornata lavorativa, lasciandomi cullare dal dondolio del tram, ecco che un’idea colpì la mia mente ancora intontita dal sonno: agitata, aprii la borsa e cominciai a cercare tra chiavi di casa, scontrini, portafoglio, portamonete, tabacco, accendini… niente. Le chiavi del negozio non erano nella mia borsa. A due fermate dalla meta, scesi dal tram al volo e attraversai la strada, per tornare indietro. Nel frattempo chiamai la mia coinquilina, pregando ogni dio venerato nel presente e nel passato che fosse ancora a casa. Scusandomi e precisando almeno un milione di volte di essere una stupida con la testa staccata dal collo, le chiesi di portarmi le chiavi alla fermata del tram vicino a casa. Per tutto il viaggio di ritorno, tentai di fare il conto dei minuti: se ne impiegassi dieci per arrivare a casa, tre per recuperare le chiavi, almeno altri cinque di attesa del tram e altri dieci per arrivare… Ma l’agitazione non mi permetteva di fare calcoli precisi, quindi, divorata dall’ansia di tardare, decisi di provare a distrarmi, continuando a ripetermi che grazie al cielo sono una persona che si muove sempre con anticipo. Ed infatti, nonostante i disguido delle chiavi, riuscii ad arrivare in negozio perfettamente in orario, saltando solo la colazione al bar.

La mattinata lavorativa procedeva bene, senza intoppi. Era il mio primo giorno in quella sede nel negozio, dovevo prendere un po’ le misure, ma me la stavo cavando.

Proprio per questo il karma decise che era il momento di mettermi alla prova: ispezione dell’Asl in un negozio che non conoscevo ancora bene, in cui non sapevo dove trovare le informazioni che avrebbero soddisfatto l’ispettrice, che nonostante la mia agitazione non trovò alcunché da ridire.

Durante il viaggio di ritorno a casa, pensavo che ormai le sfortune della giornata fossero esaurite. Alla fine aver dimenticato le chiavi e l’ispezione dell’Asl per un giorno solo mi parevano sufficienti. Il viaggio di ritorno procedeva bene, il tempo per pranzare era poco ma riuscii ad ottimizzarlo avendo anche il tempo di rilassarmi.

Ma è sempre quando pensi che ormai sia finita, che il karma rispunta, ti punisce anche se non sai quale azione abbia scatenato quella reazione, ma lo sa lui e questo gli basta.

Viaggio di andata per il secondo turno di lavoro. Sempre lo stesso tram, tragitto nettamente più lungo, perché l’altra sede del negozio si trova dall’altra parte della città.

Ero seduta al mio posto, sempre con le cuffie nelle orecchie -non sia mai che si possa avere l’occasione di socializzare sui mezzi pubblici-, gongolandomi dell’anticipo che stavo guadagnando, assaporando già il caffè che avrei bevuto prima di aprire il negozio.

SBAM. Il tram inchiodò. Mi alzai e vidi un furgoncino fermo sull’altro lato della strada, senza uno specchietto. Capii immediatamente che la partenza non sarebbe avvenuta a breve, scesi dal tram al volo e cercai di pensare a quale fosse il tragitto più breve per arrivare al lavoro: metropolitana. Corsi alla fermata più vicina, passai i tornelli, scesi le scale in volata e vidi il treno partire. Attesi quello dopo.

Ovviamente sarebbe stato bello non dover cambiare tre mezzi facendo il percorso alternativo, ma il karma non sarebbe mai intervenuto se fosse stato per farmi passare da un rapido percorso ad un altro altrettanto rapido. Quindi, scesa dalla metro, corsi a prendere l’altra linea. Ovviamente, quando girai l’angolo della banchina, il treno stava partendo. Attesi quello dopo.

Arrivata alla mia fermata, scesi dalla metropolitana e salii le scale ad occhi chiusi, pregando i soliti dei del presente e del passato che ci fosse ad attendermi il bus o per lo meno che i minuti di attesa fossero meno di tre. Arrivai in cima alla scala e fui esattamente di fronte alla fermata del bus, che in quell’esatto momento stava partendo, lasciandomi col mio fiatone e lo scoramento più profondo nell’animo. Decisi quindi di farla a piedi, visto che il tragitto non era così lungo. Ovviamente incontrando sulla mia strada solo semafori rossi. Altrettanto ovviamente, quando arrivai fuori dal negozio con cinque minuti di ritardo, paonazza, sudata e col fiatone, ci trovai ad aspettarmi il mio capo.

Finito il turno in negozio, appena uscita, tirai un sospiro di sollievo: quella maledetta giornata, finalmente, stava volgendo al termine. Decisi non avere più fretta, perdere un tram ormai non mi sembrava più un problema. Ma il karma prese questa mia filosofia troppo seriamente.

Durante il tragitto del ritorno, ci fermammo e l’autista fece un annuncio: il tram deviava percorso a causa di un incidente. Normalmente ci metto mezz’ora per fare casa-lavoro. Quella sera, uscita dal negozio alle 20:15, arrivai a casa alle 21:30, distrutta, senza fame, con un solo pensiero: domani è un altro giorno.

 

Perché è proprio così: per quanto una giornata possa essere brutta, da dimenticare, per quanto io quel venerdì abbia corso da una parte all’altra della città, spesso per niente, non riuscii ad andare a dormire senza una vena di ottimismo che mi facesse pensare che, da quel punto in poi, non avrebbe potuto far altro che migliorare.

Nel dubbio, però, quel venerdì sera non uscii.

 

NdA: No, non è un racconto di fantasia. Ho davvero vissuto questa giornata, esattamente così, com’è descritta, dal primo minuto di sfortuna, fino all’ultimo. Grazie, Karma.

 

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