E’ ormai risaputo come le suggestioni oniriche possano essere fonte d’ispirazione per gli artisti, anche in ambito musicale. Celebre è la genesi  dell’immortale Yesterday: a quanto pare, l’intera melodia della canzone fu concepita da McCartney in sogno, e solo successivamente  arrangiata e completata con le parole che ancora oggi la rendono famosa. Ma questo fenomeno non è avvenuto solamente nell’età della musica contemporanea; due secoli prima di Yesterday e dei Beatles, il violinista e compositore Giuseppe Tartini trascorse una notte a dir poco infernale. Immaginiamocelo agitarsi nel letto, in preda a sudori freddi, con il volto pallido ed emaciato; poi, improvvisamente, gettare le coperte da un lato ed  alzarsi, in preda a chissà quale tumulto interiore, ed avventarsi sul violino, posato in un angolo della stanza. Inizia a suonare, ma si interrompe poco dopo, deluso; come se in sogno avesse ascoltato una melodia paradisiaca ed ora stesse cercando di riprodurla, inutilmente. Tutto ciò è accaduto, se prestiamo fede alle parole dell’astronomo francese Jérôme Laland, che nel libro “Voyage d’un Français en Italie, fait dans les années 1765 et 1766″ riporta la presunta descrizione del compositore:

“..Fui svegliato da questa violenta sensazione e presi all’istante il mio violino, nella speranza di ritrovare una parte della musica che avevo appena ascoltato, ma invano. Il brano che composi è, in verità il migliore che abbia mai scritto, ma è talmente al di sotto di quello che m’aveva così emozionato che avrei spaccato in due il mio violino e abbandonato per sempre la musica se mi fosse stato possibile privarmi delle gioie che mi procurava. “

Ma chi fu ad ispirare Tartini? Chi, nel sogno,  produsse delle note così angeliche? Ebbene si: fu proprio il diavolo.

” Una notte sognai che avevo fatto un patto e che il diavolo era al mio servizio. Tutto mi riusciva secondo i miei desideri e le mie volontà erano sempre esaudite dal mio nuovo domestico. Immaginai di dargli il mio violino per vedere se fosse arrivato a suonarmi qualche bella aria, ma quale fu il mio stupore quando ascoltai una sonata così singolare e bella, eseguita con tanta superiorità e intelligenza che non potevo concepire nulla che le stesse al paragone. Provai tanta sorpresa, rapimento e piacere, che mi si mozzò il respiro”

La sonata in questione è poi diventata la sonata per violino in sol minore, meglio conosciuta come il trillo del diavolo famosa, oltre che per la sua presunta genesi, anche per essere tecnicamente difficile da eseguire. L’opera è suddivisa in tre movimenti: un larghetto, dalla struttura lineare che costituisce il tema principale della sonata, un allegro, caratterizzato da un uso virtuosistico del violino e da un basso che non si limita più alla semplice funzione di accompagnamento ma che accenna delle melodie, e un andante-allegro-adagio. Una musica, in definitiva, piacevole e, grazie a dei sapienti trilli e accordi, stimolante, in grado di evocare uno stato emotivo  estatico, che rende quasi difficile poter credere che tali note siano state prodotte da una mano luciferina.

I lettori appassionati di Dylan Dog sapranno già che la sonata in questione è l’opera preferita dell’indagatore dell’incubo, che in molte tavole può essere visto suonarla col suo immancabile clarinetto per favorire la riflessione. Oltretutto, il trillo del diavolo è protagonista di un intero albo di Dylan Dog, più precisamente il numero 235 intitolato sonata macabra.

In ultima analisi, ritornando sulla leggenda della nascita della sonata, è facile pensare come un aneddoto di questo tipo (se gli si vuol dare realmente credito), senza dubbio suggestivo, sia facilmente riconducibile ad una prospettiva più “umana”: è infatti ormai scientificamente provato come il cervello, durante le ore di sonno, sia portato a rielaborare le informazioni apprese durante la veglia. E’ dunque spontaneo pensare come Tartini o McCartney, persone “immerse” nel mondo delle sette note per gran parte del tempo, abbiano concepito la loro musica in modo immediato e naturale; ma tutto ciò non toglie nel nostro immaginario il fascino  particolare che suscita l’immagine dell’artista toccato dagli dèi…. o dai demoni, se preferite.

 


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