Draghi

di Federica Tosadori

«Vorrei che tutto intorno, nella cornice si aggrovigliassero dei draghi: code, teste, lingue, fiamme di draghi e dragoni, serpenti ovunque, marroni e verdi, potenti, meravigliosi nella loro forza distruttrice!»

«D’accordo signore, farò il possibile, però si ricordi che si tratta solo di una foto di famiglia…»

«Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro. Voglio i draghi!»

«Va bene, va bene signore, come desidera.»

Michel cercò di nascondere la perplessità dietro al suo solito viso di servitore fedele. Per anni, nel suo ruolo di tuttofare per la famiglia Draghi, era stato al massimo delle sue forze, il miglior inserviente che si potesse desiderare. Da qualche mese a questa parte invece sentiva di essere stanco: d’un tratto tutti quegli anni di lavoro, svolto in modo umile e dignitoso, senza mai giudicare abitudini e tradizioni di quella famiglia ricchissima, gli erano parsi un enorme, imperdonabile, inguaribile, spreco di tempo. Quello che aveva fatto era stato semplicemente guadagnarsi i soldi che aveva meritato, niente di più, niente di meno. Il tempo era stato riempito dal denaro; ora però il denaro non poteva essere riempito dal tempo. Si sentiva alla fine della sua storia e non riusciva a trovarne un senso.

Ormai conosceva i membri di quella famiglia quasi quanto il riflesso di se stesso negli specchi. Anzi, conosceva ognuno meglio di quanto si conoscessero tra loro. In una famiglia si impara ad amarsi (o a odiarsi) da subito, è una cosa istantanea. È proprio per questo che esiste sempre uno scarto tra la conoscenza e la conoscenza approfondita, scarto colmato da quell’amore (o da quell’odio) naturale e doveroso. Resta sempre quel qualcosa di sconosciuto, in una vera famiglia. Michel invece non amava (ne odiava) alcun membro di quel nucleo, per questo lo spazio riservato all’amore (o all’odio) era stato riempito solo ed esclusivamente dalla conoscenza oggettiva. Non c’era nulla di misterioso per lui in quelle persone per cui lavorava. Michel conosceva tutto di tutti ed era stato capace per anni di non giudicare niente, solo di essere quella cosa che loro volevano che lui fosse: il tuttofare. Perché adesso, da qualche mese, aveva cominciato a soffrire di urticaria ogni volta che uno qualsiasi degli abitanti di quella immensa casa gli rivolgeva, con il solito tono di sempre, un ordine? Cosa era cambiato nei rapporti che aveva finora mantenuto il più neutri possibili? Era forse subentrato l’odio (o l’amore)? Si rese conto che quella conoscenza imparziale che poteva vantarsi di non essere amore (od odio) si era trasformata in una sorta di legame di sangue. Si sentiva Michel ora, come un piccolo drago, aggrovigliato nelle spire di quei draghi più grandi.

Non aveva mai voluto, Michel, riprendersi qualcosa che aveva perduto, né tantomeno voluto fare a meno di qualcosa che possedeva. Qualsiasi essere con cui avesse provato a stringere una relazione era sfuggito, come un sogno che per quanto ci si sforzi non si riesce proprio a trattenere: come nebbia dirada, e svanisce nel nulla, agglomerato di infinite bolle di aria umida. I componenti della famiglia Draghi erano le uniche vere relazioni della sua vita, eppure lui non era praticamente nulla per loro. Un sentimento vero può essere univoco? O meglio, un sentimento univoco può essere vero? “Forse non esistono sentimenti più puri di quelli non ricambiati”, si scopriva a pensare adesso Michel tra una faccenda e l’altra. Per qualche inspiegabile motivo sentiva di desiderare qualcosa, di essere spinto da un moto irresistibile verso la signora Draghi, suo marito, i loro cinque figli: Nicole, Henri, Mathieu, Alexis e Colette . Di certo era dispiaciuto. Era dispiaciuto perché loro erano distanti. Distanti da lui, distanti tra loro: come delle evanescenze danzanti eppure immobili all’interno di quell’immensa casa.

Da trent’anni si destreggiava tra quelle stanze, avanti e indietro, di porta in porta, velocemente, ad occhi chiusi, come un treno sui binari, svelto: si avvertiva la sua presenza solo se ci si faceva caso, come il rumore di sottofondo nelle città, quel luogo in cui le orecchie degli abitanti non sono mai state abituate al silenzio più vero. In quella casa invece il silenzio vero era l’ottavo membro della famiglia. Solo ultimamente Michel avevo smesso di muoversi senza fare rumore. Di giorno in giorno era diventato più goffo e ogni movimento aveva cominciato a pesargli e a causargli una fatica incredibile. Non riusciva più a muoversi svelto e preciso, ora urtava mobili, faceva sbattere porte e in certi giorni ci impiegava quasi un’ora per spostarsi da una parte della villa a quella diametralmente opposta. I suoi padroni facevano finta di non accorgersi della lentezza e dei cambiamenti, ma il silenzio cominciava a fare troppo rumore. Nella mente di ognuno di loro cominciò a serpeggiare l’idea che in fondo tutta quella confusione fosse voluta: Michel voleva farsi percepire.

La villa era davvero immensa, divisa in regioni; ogni regione della casa apparteneva a uno dei membri della famiglia. Nel proprio regno ognuno dettava le proprie regole. Nicole era autoritaria e crudele ai limiti della malignità più insopportabile. Henri incostante e umorale, l’importante era che ovunque, in ogni stanza comparissero fiori. Mathieu invece era preciso, preciso tanto da sembrare malato e niente, niente doveva essere fuori dal suo posto. Alexis cantava, passava semplicemente le sue giornate a cantare, canzoni di ogni genere e ritmo, ed era bellissimo ascoltarlo, anche nella notte, quando tutto il resto della casa era inascoltabile nel silenzio. Colette la più piccola dei fratelli era incredibilmente giudiziosa ma anche molto creativa; la sua regione di casa era un tripudio di disegni appesi ai muri, che non potevano mai essere staccati. I due genitori semplicemente tentavano di imporsi, l’uno sull’altro ed entrambi insieme sui figli. Si illudevano di poter togliere agli altri membri della famiglia quell’autonomia che nel tempo ognuno era riuscito a raggiungere, a mantenere e infine a consolidare. Michel era solo il mezzo con il quale i famigliari tentavano di comunicare tra loro, era il solo legame che ancora tentava di tenere unito qualcosa che qualcuno da fuori avrebbe chiamato famiglia. Era il tuttofare e faceva davvero tutto, persino il trasportatore di odio, l’ambasciatore di quell’amore che ogni tanto si faceva sentire. Michel era un messaggero tra quelle regioni, un messo tra autonomie solitarie.

L’ultima richiesta era stata questa: procurarsi una cornice in cui si aggrovigliassero dei draghi. La cornice sarebbe servita per la foto di famiglia che presto avrebbero dovuto scattare, tutti insieme, falsamente ricongiunti. La scelta del luogo dello scatto era stata difficile perché ognuno di loro, ovviamente, aveva proposto la propria regione della casa. Era stato proprio Michel a consigliare di farsi fotografare nel giardino. Il parco era zona franca, un po’ di tutti, quindi di nessuno, un luogo tanto inutilizzato quanto meraviglioso. Di giorno in giorno si avvicinava quel momento in cui la famiglia avrebbe dovuto riunirsi, e Michel non ce la faceva più. Tutte quelle sensazioni di stanchezza, di disagio, di attrazione continua e fastidiosa verso quelle persone che tanto più sentiva vicine in quella lontananza, lo destabilizzavano. Sentiva di non farcela, non farcela a fare come sempre aveva fatto: il tuttofare neutrale. Chiamò chiunque: scultori e artisti di ogni tipo per farsi fare il miglior progetto di cornice mai esistito nella storia delle cornici. Ma niente lo soddisfaceva. Poi si rese conto che il vero tuttofare della casa in fondo, era sempre stato lui, ed era lui e solo lui a poter creare quella cornice perfetta di draghi per la famiglia Draghi.

Il giorno in cui il fotografo arrivò Michel era nella sua unica stanza di quella casa a scolpire la cornice: sudava e il battito cardiaco aumentava ad ogni colpo di scalpellino, ad ogni spira di drago, ad ogni fiamma di fuoco. Gli pareva di perdere il respiro lentamente, come briciole di pane che non finiscono in bocca, come gocce di acqua che non raggiungono la pelle. Solo che non poteva e non riusciva a fermarsi; follemente scolpiva e scolpiva e scolpiva e creava: code che si intrecciavano, sguardi di draghi che si incrociavano, vincoli che si fortificavano di mostro in mostro, come a voler insieme alla cornice, ristabilire quel reticolo di legami chimici che formano una famiglia. Quando Michel scolpì l’ultima scaglia di pelle di drago, sentì scivolare via anche un ultimo respiro: straziato, nella solitudine della sua morte riuscì a immaginarsi il signore e la signora Draghi e tutti i loro figli, insieme appoggiati, braccio contro braccio, nei loro apparenti sorrisi, uniti nella volontà di regnare in quella casa, espandendo la propria regione, il proprio spazio vitale fino a mangiarsi quello degli altri, come dei veri e propri dragoni affamati. Il silenzio della casa intanto assorbiva l’ultimo flusso vitale di Michel, fiera nella propria unità, senza più regioni, senza più confini, nel nulla disumano di una casa solitaria, stanze vuote e statiche, nelle loro differenze annullate.

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