L’interpretazione di un testo: la critica tra l’autore e il lettore

Quando si legge un testo, ci si trova di fronte a un problema fondamentale: l’autore vuole dirci qualcosa? Nella maggior parte dei casi, l’autore dissemina all’interno del suo testo un messaggio esplicito o cifrato lasciato in eredità al suo lettore. Sull’interpretazione di un testo, la critica ha preso posizioni diverse, talvolta discordanti tra di loro.

Il significato di un testo dipende dal messaggio che l’autore ha voluto lasciare al lettore o dall’interpretazione che il lettore, in quanto destinatario privilegiato del messaggio, dà al testo?  Secondo la critica fenomenologica ed ermeneutica il testo possiede una propria verità che le molteplici esperienze del lettore non possono modificare. Eppure l’interpretazione è soggetta alla variabilità, anche se il messaggio del testo non può essere lasciato all’arbitrio del lettore.

Tuttavia un testo letterario non esiste di per sé se non grazie all’individuo che lo riconosce come tale, per questa ragione la questione si risolve in buona sostanza in una sorta di confonto-accordo tra l’autore e il lettore. Questa dialettica che si viene a creare attorno al testo apre a diverse possibilità interpretative di un testo.

Un apporto interessante, a favore del riconoscimento del diritto d’interpretazione del lettore, deriva da Roman Ingarden che, nell’ambito della critica fenomenologica, formulò una teoria artistica secondo la quale un’opera letteraria altro non è che un edificio costituito da diversi strati eterogenei molto coesi che rendono l’opera polifonica pur nella sua unità. La lettura, di volta in volta, rende palesi alcuni strati mentre altri rimangono nascosti all’interno del testo. Pertanto, l’opera letteraria dà vita a molteplici letture e quindi anche a molteplici interpretazioni, in base agli strati di lettura che via via emergono in ciascun lettore.

Una posizione ancora più radicale deriva dal fondatore della critica ermeneutica, il tedesco Martin Heidegger. Egli ritiene che un testo non possiede una propria stabilità ontologica, in quanto è conoscibile soltanto attraverso l’interpretazione che viene proposta e ogni interpretazione è condizionata dall’ambiente, dal carattere e dalla cultura del suo tempo. Le varie interpretazioni finiscono così per incidere sull’opera stessa e la mutano rispetto alla sua veste originaria. E il mutamento di prospettiva offre una pluralità di chiavi d’accesso per l’interpretazione dell’opera che è così vivificata, anche se il significato ultimo è quello voluto e stabilito dall’autore.

Infine, la visione degli strutturalisti che rigettano tali tesi: la centralità nel triangolo comunicativo (autore-opera-lettore) spetta all’opera, al testo sul quale il lettore non può agire, in nome di una critica scientifica che si pone come oggettiva. Una critica che analizza un testo non per spiegarne il significato o il valore artistico, ma per mettere in luce le strutture e i meccanismi che ne regolano il funzionamento. In buona sostanza, dunque, nell’ermeneutica e nella fenomenologia è il lettore al centro, legittimo individuo interpretante.

 

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