“SCIENZA TRISTE”… ED ARROSTO

Di Andrea Ancarani

È ormai conclamato come l’economia sia un qualcosa da trattare con le pinze e da rilegare a oscuri scienziati e matematici in polverose biblioteche universitarie impegnati nei loro calcoli e nei loro: “ammettiamo”, “supponiamo che”, “nel caso che”. D’altra parte non possiamo lamentarci, l’economia è passata alla storia per la definizione di Thomas Cralyle come scienza triste, pur non essendo una scienza esatta come la fisica o la matematica. Le previsioni e gli assiomi degli economisti, infatti, assomigliano più agli oracoli della Sibilla Cumana che a verità assolute basate su prove fattuali (d’altro canto se l’economia fosse una scienza esatta io non starei seduto a scrivere e tutti saremmo felici e gaudenti).

Prima dello scoppio della crisi dei subprime tutti, media e economisti in testa, erano intenti nel celebrare la solidità del sistema creditizio americano (guardate il film La grande scommessa per rendervene conto da vicino) e la capacità del “sistema” nel suo complesso di generare ricchezza. Naturalmente il teatrino è durato fino a quando quelle che erano solo voci di alcuni, ovviamente screditati e isolati perché troppo “tristi”, non si trasformarono in realtà. Ma ormai era tardi per porre rimedio: l’esplosione della bolla dei subprime aveva già messo in mezzo a una strada migliaia di persone e portato al pignoramento di circa 3 milioni di case nel solo 2008.

Per restare in Europa basti pensare al fenomeno austerity per renderci conto di quanto sia noiosa e triste l’economia. Questo termine, che leghiamo erroneamente a un periodo storico e a una figura politica, venne usato per la prima volta tra il 1973/74 per indicare il taglio drastico, deciso da alcuni governi compreso quello italiano, ai consumi energetici in seguito alla crisi petrolifera del 1973. Più recentemente questo termine è stato adottato per indicare la necessità di applicare tagli alla spesa pubblica nel nome del pareggio di bilancio e del famoso 3% del rapporto debito/PIL stabilito a Maastricht. Che il pareggio di bilancio in tempi di crisi sia un assioma neoclassico è evidente a tutti quelli che hanno anche solo respirato in una facoltà di economia o che si sono interessati a questa materia. Tuttavia, tagliare le spese del settore pubblico, in un momento in cui il settore del privato o non ha soldi (essendo fallito) o voglia di investire (troppe tasse applicate dai sostenitori, guarda caso, proprio dell’austerity stessa) e pretendere che l’economia riparta in quinta per la spesa dei consumatori (tartassati però da tasse e terrorismo mediatico) sembra quasi un intestardirsi nel cercar di fare… un arrosto senza arrosto. Ovviamente, e non sto qui a richiamarli uno a uno, sono moltissimi i personaggi del mondo politico, culturale e accademico che si sono immolati alla causa dell’austerity affermando come questa sia giusta e che la “spesa pubblica improduttiva” sia un retaggio di un passato gaudente e spendaccione. Bisogna dunque affermare i sani e moralmente giusti valori del pareggio di bilancio, pena la dannazione eterna.

Da un qualche anno a questa parte, tuttavia, qualcuno si è svegliato e ha notato come, dopo circa sette anni di austerity, le cose non vadano tanto meglio. Di questo parere è il leader laburista inglese Jeremy Corbyn che chiede un’unione dei partiti anti-austerity al Parlamento Europeo, ma anche il governo di Antonio Costa in Portogallo si sta ribellando ai dictat europei proprio negli stessi giorni in cui il think-tank Bruegel ha lanciato una proposta concreta per rivedere il Fiscal Compact dal momento che si è rivelato “inefficiente”.

In Italia? Nel Bel Paese la faccenda è sotto gli occhi di tutti dal momento che l’evidente fallimento dell’austerity ha creato parecchi danni, portando al fallimento numerose aziende e riducendo sul lastrico (tartassati dalle tasse) i consumatori. Se queste persone e aziende hanno poi un mutuo presso la propria banca locale ecco che spuntano i 200 miliardi di npl e le tanto famose sofferenze, vere valchirie del bail-in e causa di dolore per azionisti e risparmiatori. Tuttavia sono molti i politici e gli economisti che acclamano ed eleggono a un ruolo salvifico la manovra dell’austerity, applaudendone i risultati e sminuendone i “problemucci”.

Nelle famose biblioteche polverose si dice che se un economista fa una previsione, due sono i possibili risultati. O si sbaglia, e allora viene radiato con disonore dall’albo delle persone rispettabili, o ha ragione. In questo ultimo caso, vince il Nobel, sempre secondo la dinamica per cui, se si sente odor d’arrosto, è probabile che l’arrosto sia in tavola. Dunque… buon appetito!

Images: copertina

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