I cani e l’odore del cancro

di Sara Ottolenghi

“Il cane è il miglior amico dell’uomo”.

Sono tante le situazioni in cui la specie canina affianca gli esseri umani anche in attività non prettamente proprie della sua specie. Ormai sono ben noti cani attori, cani poliziotti, persino cani bagnini o addetti al salvataggio nel soccorso alpino o nella guardia forestale. Li si celebra e umanizza anche dedicando premiazioni per la fedeltà a quelli che compiono gesti eroici, come salvare il proprio padrone dall’annegamento. Per esempio a San Rocco di Camogli (Liguria) ogni 16 Agosto si celebra una intera giornata dedicata a questi “amici” a quattro zampe.

Caratteristica essenziale di questi animali che tanto li differenzia da noi e da noi abilmente sfruttata è il loro più sviluppato senso dell’olfatto. Grazie ad alcuni di loro possiamo, denaro permettendo, gustarci i rari tartufi, nascosti dove non avremmo altro modo di trovarli se non scavando alla cieca.

Ben più prezioso di questi funghi tuberali costosi è stato tuttavia il regalo fatto dal suo cane a una signora inglese la quale nel 1989 ebbe la fortuna di salvarsi da un melanoma maligno che all’aspetto macroscopico sembrava un semplice piccolo neo. La donna si recò in una clinica per farsi vedere la lesione apparentemente innocua a seguito dell’insistenza del suo animale domestico nell’annusarle il punto della gamba interessato, al punto, pare, di arrivare all’intenzione di mordergliela via. Il caso destò l’interesse dei medici Hywel Williams e Andres Pembroke che pubblicarono un articolo in proposito sulla rivista scientifica Lancet.

In seguito a questo e ad altri casi simili segnalati   si iniziò così a provare ad addestrare alcune razze canine agli odori per noi impercettibili ma a quanto pare caratteristici di alcuni tessuti tumorali. Nel 1996, uno dei primi medici ad allearsi con un addestratore cinofilo per questo scopo fu il dermatologo americano Armand Cognetta. Egli si servì di George, uno schnauzer grigio già educato a identificare materiale esplosivo, preparandolo con colture di cellule di melanoma. L’intenso abbaiare di questo esemplare fu, pare, la salvezza di uno dei suoi pazienti, i cui nei erano stati considerati tutti non pericolosi.

Queste incredibili capacità canine furono in seguito messe alla prova anche in altri settori della prevenzione oncologica. Ha sede proprio in Italia la ricerca del dottor Gianluigi Taverna, responsabile della sezione di Patologia prostatica dell’istituto clinico Humanitas di Milano, che allena due femmine di pastori tedeschi (Liù e Zoè) a distinguere le urine di pazienti affetti da carcinoma prostatico. Secondo quanto sostenuto da questo medico la loro capacità discriminativa sarebbe più precisa di quella del test del PSA (test di screening per questa patologia).

L’olfatto canino, come quello umano, è basato sulla capacità di discriminare la presenza di determinate molecole. Il passo più importante dovrebbe dunque essere identificare quali siano le molecole in grado di mettere in allarme questi animali e se ce ne siano di comuni ai diversi tipi di tumore. Questo porterebbe a migliori tecniche di prevenzione (un cane addestrato in ogni ambulatorio di dermatologia o laboratorio di prevenzione oncologica sarebbe eccessivamente costoso e non necessariamente utile e affidabile) e, si spera, a nuovi bersagli farmacologici. Su questa linea si sta muovendo un gruppo di ricercatori israeliani, che ha messo alla prova l’olfatto di due esemplari di partore belga addestrati. Secondo questo esperimento l’odore identificato come quello del tumore sarebbe lo stesso sia che si tratti di melanoma, cancro alla mammella o cancro alla prostata. Possibile?

Images: copertina

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