Il caso del Salone del libro

Di Fatima Ismaeil

L’incidente diplomatico Italia-Arabia Saudita, scaturito dal potenziale seppur non definitivo rifiuto da parte della presidentessa del Salone del Libro, Giovanna Milella, della precedentemente accordata partecipazione dello stato mediorientale alla prossima edizione della celebre kermesse torinese, si è ormai caricata oltre che di fastidiosa, eurocentrica retorica, di uno scabroso quanto esisalarante raccapriccio.

Sul sito del comune di Torino, è infatti comparsa recentemente, chiaramente erroneamente, una falsa bandiera saudita recante offese al Corano, testo sacro islamico, e a Muhammad, pace e benedizioni su di lui, Profeta dell’ Islam. Si tratta della parodia moritificatoria dell’ originale drappo saudita, posta in essere da un noto politico islamofobo olandese, Geert Wilders;  nonostante le scuse poste sentitamente dal Comune (a cui vogliamo credere: non credo si tratti in quest’ultimo caso di discriminazione quanto piuttosto di profonda, disarmante, inettitudine), celere è stata, comprensibilmente, l’ indignata risposta dell’ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid A. Krimly:

<< E’ totalmente sconvolgente e inaccettabile che nel portale web della Città di Torino venga mostrata e indicata come autentica una bandiera contraffatta del Regno che contiene attacchi e insulti diretti all’Islam, al Sacro Corano e al Profeta Maometto contribuendo a fomentare l’odio, l’intolleranza e l’estremismo piuttosto che propugnare primari valori che sottendono l’idea ispiratrice del Salone del Libro di Torino. La partecipazione a un evento culturale non può essere viziata da un’interpretazione limitativa in senso eurocentrico, univoco e xenofobo. La promozione del dialogo e della cooperazione trova nella valorizzazione delle differenze il momento più nobile. Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale. >>

Facciamo però un passo indietro, analizzando l’origine della bagarre diplomatica: perché tanto imbarazzo nell’ospitare l’Arabia Saudita (peraltro già presente nelle due precedenti edizioni ma avente a disposizione piccolissimo spazi; la questione è esplosa proprio dagli accordi posti in atto dai precedenti vertici della rassegna, che prevedevano una massiccia espansione degli spazi adibiti all’esposizione culturale saudita) al Salone del Libro?

La neo presidentessa Milella riassume in un insieme di esternazioni, una più discutibile dell’altra, le sue argomentazioni:

«Non sono contraria tout-court al fatto che si possa dedicare allo Stato saudita l’evento del prossimo anno, però bisogna pensarci bene: di fronte a un Paese che non garantisce quelle libertà a cui molto teniamo in Occidente, possiamo scegliere tra due atteggiamenti. Uno è quello di chi ritiene l’accoglienza stimolante, per noi ma anche per loro: è un modo per innescare processi democratici. Altri preferiscono chiudere le porte e attendere che qualcosa si smuova laggiù. Io prima di scegliere voglio esaminare l’ipotesi Arabia Saudita con il direttore e con il Cda. Potremmo anche ospitarne due di Paesi, le formule si possono cambiare e arricchire»

E qui davver0 la voglia di commentare il tutto, servendosi del titolo della celebre commedia Troisi-Benigni dell’85 è molta.

Partiamo dalle basi  pseudo-logiche che dovrebbero tenere in piedi il discorso della presidentessa, “le libertà a cui molto teniamo in Occidente“; dunque, che la cultura dei diritti dell’individuo europea sia la più evoluta, storicamente, al mondo è un fatto, una verità storica, che merita di essere evidentemente e legittimamente posta a mo’ di blasone della cultura del Vecchio Continente. Dispiace però constatare come la reale applicabilità da parte europea di questi diritti, libertà, inalienabili e acquisiti, venga posta in essere unicamente all’interno dei sacri confini europei: la politica, l’economia internazionale europea, improntate a dinamiche squisitamente neocoloniali, di conquista e depredazione, non possono decisamente vantare tali caratteristiche etiche, la storia contemporanea recente testimonia l’inciviltà politica di chi, goliardicamente ed ipocritamente, si autodefinisce baluardo di civiltà internazionale.

L’intervento in Libia, promosso dalla Francia e a cui, con il coraggio carico di spirito di iniziativa che contraddistingue la nostra politica estera da sempre (vedi voce: “politica del carciofo”), ci siamo allegramente accodati, nell’intento di proteggere i privilegi ex coloniali che ancora deteniamo economicamente in terra libica, offre decisamente un triste squarcio della realtà globale che cerco di descrivere. Così come, l’intervento mediatore politico francese in Costa d’Avorio nel 2011, tanto pacificatore da essere l’artefice primo della guerra civile ivoriana  che diede la morte a 2 milioni di persone. Ma torniamo al 2015, spostiamoci in Ucraina, dove bambini e donne vengono massacrati all’interno dello scontro bellico tra il  governo ucraino posto golpe filo europeista, di matrice nazi-fascista e la Russia di Putin, il tutto nel silenzio complice delle istituzione dell’Unione Europea. E poi, con che coraggio negare ospitalità al maggior alleato mediorientale degli Usa, Totem politico e culturale europea espressione massima di civiltà. Di cosa stiamo parlando? Che discorso retorico populista ci stanno propinando? L’Arabia è un Paese gravemente antidemocratico, attua dinamiche neocoloniali in lungo e in largo, cibandosi a piacere di pezzi di Medioriente, gareggiando con Qatar e Iran. Ma noi europei, siamo davvero sicuri di essere così, sostanzialmente, diversi?

Inoltre, il Salone del Libro ha per oggetto la critica delle forme di governo, istituzionali estere, o si pone piuttosto l’obiettivo di fornire visibilità alla cultura internazionale, in un ottica culturale plurale, magari addirittura conciliatrice tra le diverse realtà internazionali? Magari anche in chiave di democraticizzazione culturale non impositiva, ma piuttosto esposta, condivisa. Se proprio vogliamo caricare di politicità l’elemento culturale, che sia questo finalizzato all’avvicinamento dei popoli e delle culture umane e politiche, che esso lenisca la radicalizzazione dello scontro culturale, che esso proponga spazi di dialogo internazionale.

Perché escludere dalla rassegna torinese gli scrittori sauditi, miracolosamente riusciti ad esprimersi artisticamente in una realtà così difficile e opprimente come quella saudita? Di cosa sono colpevoli, di essere nati nel continente del mondo sbagliato? O di essersi prostituiti al potere istituzionale per vedersi pubblicati e socialmente accettati? E’ questa caratteristica, indole, esclusivamente saudita? O è propria, in misura diversa, di ogni realtà umana, presente e passata?

Guardiamo alla nostra storia recente, contemporanea, moderna, premoderna, antica, siamo certi che il legame politica-cultura, non abbia mai e poi mai prodotto qualcosa di culturalmente, artisticamente, valido? Cestiniamo l’apporto culturale di Gentile, uno di pochissimi filosofi italiani degni di questo nome, perché ministro fascista? Cestiniamo l’Eneide di Virgilio perché redatta unicamente in termini celebrativi e osannanti il potere di Augusto Ottaviano? Cestiniamo le migliaia di opere artistiche commissionate dai potenti in chiave autocelebrativa? Inoltre, siamo certi che una cultura a cui vengano posti limiti dall’alto, sia una cultura sciatta, noiosa, insipida, che non ha nulla da dire? Siamo certi che l’arte, per costituzione forma di espressione di libertà individuale eversiva  non possa trovare in se stessa, discrezionalmente, mezzi per raggirare la pluralità di limiti imposti dalle istituzioni?

Hatoon al Fassi, attivista per diritti delle donne, non ha nulla da dire? Ahmed Abodehman, scrittore, poeta e giornalista saudita, celebre in tutto il mondo, non ha nulla da dire? Perché non apportare visibilità internazionale a questi autori? Perché non spianare loro la strada in direzione della democraticizzazione dell’ambiente culturale? Perché non contribuire a innescare processi di democraticizzazione del mondo arabo, proprio attraverso l’accesso a eventi culturali di spessore mondiale come il Salone del Libro di Torino?

 

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