Dopo aver tentato di delineare il più sbrigativamente possibile alcuni tratti fondamentali della “poetica” di Carmelo Bene (macchina attoriale, phoné, attentato all’io, a-semanticità, etc.), non ci resta che affrontare il rapporto tra CB e l’Amleto, inteso come figura della Modernità.

Gli Amleto di Bene

Rispettando quanto detto da noi precedentemente, non possiamo aspettarci da CB una banale ri-rappresentazione del dramma scespiriano, un n-esimo racconto. Il teatro di CB, così come la filosofia del suo amico Gilles Deleuze, procede e sperimenta sempre rinnovantisi estremi di creatività nella forma dell’”n –1”.

Gli Amleto di Bene, quelli che lo hanno attraversato nella sua vicenda di autorinnegantesi cabotin (non-attore tra gli attori), lo hanno fatto nello spirito di una dissezione e progressiva dissoluzione di padre-Shakespeare. Cogliendo il cinismo e la dissacrante volontà distruttrice con cui Jules Laforgue trae le ultime conclusioni sul suo Amleto:

Un Amleto di meno; non per questo la razza si è estinta, diciamocelo pure!

Liberare Amleto

La di-scrittura del dramma scespiriano da parte di Laforgue, potremmo dire, va al di là del principio di piacere. Al di là del principio di unità dell’opera, del testo, del personaggio e del soggetto: “un Amleto di meno” significa liberare Amleto – il geniale artista, l’incostante romantico, il demonico oratore, il sabotatore della metafisica, il vivo che vuole essere vivo e il morto che vuol essere morto – dalla rappresentazione marmorea, dall’immortale iconismo che lo vuole “eroe della tradizione”, “protagonista della modernità”.

Laforgue libera Amleto dall’aneddotico amletismo (pensiamo al sarcasmo e all’autoderisione che porta il personaggio del poeta francese ad usare egli stesso la parola “amletico”, in riferimento a sé stesso e ad altri). Fa sì che egli evada dall’Olimpo della Letteratura e del Teatro e che manifesti il suo Berserkr. Potremmo infatti pensare che l’Amleto di Laforgue stia rispondendo alla famosa illazione di Polonio – “Sebbene questa sia pazzia, pure c’è metodo in essa” – quando si sfoga:

Metodo, Metodo, che vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza! Sai bene che sono io che annuncio la nuova legge al nato di Donna, e che sto soppiantando l’Imperativo Categorico per instaurare in sua vece l’Imperativo Climaterico!…

Carmelo Bene

 

Rinnegare l’azione e vivere di puro atto

Nella follia di Amleto non c’è metodo, non c’è razionalità, sebbene la Tradizione, la Letteratura, etc. cerchino di trovarvene. Egli è “incoerente, come l’aere”, e in senso assoluto. L’Amleto di Laforgue non si limita a delirare e a prendere ciambellani per pescivendoli: egli se ne va in giro ad ammazzare insetti, a profanare tombe, ad insultare Dio. Casomai, scherza Laforgue, se si cerca un eroe lo si può trovare in “Laerte, idiota per troppa umanità“, colui che attivamente soffre per l’amore perduto di Ofelia e attivamente agisce per vendicare l’assassinio di suo padre.

Ed è qui che arriviamo a Carmelo Bene. Il suo Amleto, così come tutti i suoi “doppi” teatrali, le sue ombre drammaturgiche, rinnega l’azione e vive di puro atto (e quindi, vive autenticamente).

Amleto viene sempre riconosciuto, da una tradizione che risale almeno a Goethe, come un uomo di grande spirito che tuttavia è troppo debole per compiere il gesto finale, l’azione definitiva. Egli, dicono quei lettori, procrastina ossessivamente la vendetta e, a causa della sua debolezza, riversa dentro sé stesso quell’odio che mai riesce a realizzare.

Un personaggio che sta nel mezzo

In barba a questa tradizione, potremmo dire con Gilles Deleuze che l’Amleto beniano non cerca mai di essere un uomo del “fine” e della “volontà realizzata”. Egli è un personaggio che “sta nel mezzo”, che non ha inizio e non ha fine, non ha input e non ha output, ciò che efficacemente si può chiamare un personaggio “minore”, senza gli “atti unici definitivi” e le grandi pose eroiche che caratterizzano i personaggi “maggiori”.

Qui sembra che Bene – pur non avendolo probabilmente fatto – rinneghi la tradizione goethiana dando ascolto ed effettività scenica a quella critica che Erich Auerbach muoveva ai suddetti lettori e al loro “Amleto debole”:

È ben vero che proprio i fatti che lo incitano alla vendetta paralizzano in lui le forze necessarie alla decisione; ma è lecito spiegarlo con una mancanza di «forza fisica che fa l’eroe»? non avviene piuttosto che in una natura forte, dotata di una ricchezza quasi demoniaca, sorgano dei dubbi e una nausea della vita che invadono tutto l’essere, che proprio per la passione con la quale una natura forte si abbandona ai suoi impulsi, questi diventino così strapotenti che il dovere di vivere e di agire gli diventa un peso?

CB mette in scena le virtualità anti-erculee ed anti-attive del principe di Danimarca

Carmelo Bene radicalizza ulteriormente queste parole sulla scena, privando Amleto persino di una «natura forte» e del suo particolare eroismo per consegnarlo al delirio degli atti incompleti, del lirismo continuamente spezzato e di una volontà di potenza dispersa in una molteplicità (di voci, di gesti, di atti, etc.) vorticosa e irrequieta.

Amleto dismette l’azione – la razionalità, la coerenza, la praticità, l’esternazione – e persino l’”atto unico”: se l’atto, a differenza dell’azione, è dimentico del significato e dell’identità dell’agente, nemmeno l’atto unico (la cieca uccisione di Cesare, la cieca uccisione di Ettore, etc.) pertiene al perennemente incompleto e insoddisfatto delirare amletico. Pensiamo in effetti quante volte, nel dramma scespiriano, Amleto affermi di non essere Ercole, l’eroe per eccellenza.

CB realizza queste potenzialità della figura originariamente scespiriana. Mette in scena le virtualità anti-erculee ed anti-attive del principe di Danimarca. Come suona ridicola, demistificante e inappropriata la cantilena che dà inizio ad alcuni degli Amleto di Carmelo:

Io sono l’anima di tuo padre, se mai mi amasti vendica il mio assassino. Addio. Ricordati di me.

Non un eroe, ma un santo

Se non è “eroe”, l’Amleto è un “santo”, almeno nel senso inteso da CB.

Il santo è infatti colui che arriva alla più piena abnegazione. Colui che viene ricompensato dalla divinità per il suo sadico abbandono del terreno, di questo incessante, schopenhaueriano “teatro mondano della rappresentazione”.


Fonti:

C. Bene, Opere. Con l’autografia di un ritratto, Classici Bompiani, Milano, 2013 (ed. digitale)

J. Laforgue, Moralità leggendarie, Garzanti, Milano, 2008

E. Auerbach, Mimesis, Einaudi, Torino, 1956

Immagini:

Immagine 1

Copertina