Il primo giugno è approdata sugli app stores Immuni, l’applicazione di contact tracing scelta dal Governo italiano per tracciare i soggetti risultati positivi al Coronavirus. Le polemiche non sono state poche, a differenza dei download che invece sono molto al di sotto delle aspettative. Per ovviare a ciò, è in corso una campagna di sensibilizzazione per convincere gli italiani dell’utilità del contact tracing nella lotta alla diffusione del virus.

Come funziona l’app Immuni?

Il download avviene esclusivamente su base volontaria. Una volta scaricata, l’app chiede di selezionare la regione e la provincia di domicilio e di abilitare le notifiche. La tecnologia che permette il tracciamento si chiama Bluetooth Low Energy (BLE). Il BLE permette di rilevare la presenza di altri utenti fino ad un metro di distanza. Nel caso in cui uno degli utenti con cui siamo entrati in contatto risulti positivo al Coronavirus, l’app ci avvisa con una notifica, ci invita ad isolarci e a contattare il medico curante.

Attualmente gli utenti sono circa il 19% della popolazione autorizzata a scaricare Immuni, per un totale di 8.1 milioni di download. Grazie alla campagna di sensibilizzazione intrapresa dai media e dalle istituzioni, si sta registrano un aumento di circa 300-500.000 registrazioni alla settimana, contro la crescita dei mesi precedenti che si fermava a 100-200.000 nuovi utenti alla settimana.

La polemica

A luglio, Davide Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, ha affermato che il numero di download era al di sotto delle aspettative. Come mai l’applicazione non ha convinto la popolazione?

Ancora prima del rilascio di immuni, sul web si era diffuso un acceso dibattito sulla tutela della privacy degli utenti. Una parte della popolazione, infatti, vede il tracciamento automatico come una minaccia alla propria libertà. Sui social sono stati moltissimi coloro che si sono mostrati diffidenti. In particolare gli utenti si chiedevano se il tracciamento automatico non permettesse allo stesso tempo di tracciare gli spostamenti delle persone. Si tratta in realtà di una polemica del tutto infondata, alimentata anche dalla diffusione di fake news tramite Facebook e Twitter su cui è impazzato lo slogan “la libertà non è in vendita”.

L’app Immuni ha ricevuto, prima del suo lancio, il benestare del garante della privacy e risulta perfettamente in linea con la normativa europea. Con una nota del 21 aprile 2020 il Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Paola Pisano, ha chiarito che l’applicazione non accede alla rubrica dei contatti, non chiede di conoscere il numero telefonico dell’utente e non invia SMS per la notifica dei soggetti a rischio. Inoltre, il ministro ha specificato che Immuni non conserva i dati relativi alla geolocalizzazione degli utenti. Grazie alla tecnologia BLE, infatti, la vicinanza tra utenti non viene rilevata tramite il GPS ma tramite il bluetooth e non è possibile in nessun modo identificare gli altri utenti a cui è attribuito un codice identificativo anonimo.

Top o flop?

Sfatato il mito relativo alla violazione della privacy e posto l’impegno delle istituzioni nel pubblicizzare il più possibile l’applicazione, possiamo dire che Immuni sia un successo?

Gli esperti sostengono che il target di utilizzo minimo dell’app affinché il tracciamento possa essere realmente efficace, è del 60% della popolazione. Un numero decisamente lontano dal 19% attuale. Tuttavia, anche numeri più bassi potrebbero essere utili per limitare i contagi. Uno studio condotto dall’Università di Oxford in associazione con Google ipotizza che al 15% di utilizzo da parte della popolazione corrisponda una diminuzione del 15% dei contagi e dell’11.8% dei decessi. Ad oggi, sono stati 477 gli utenti positivi individuati dall’app, ovvero coloro che hanno condiviso le informazioni di positività se hanno o non hanno ricevuto la notifica di esposizione.

Cooperazione con le app estere

Prima del lancio di Immuni, si era anche ipotizzato di adottare una soluzione condivisa a livello europeo. Avere un’unica app permetterebbe infatti di effettuare un tracciamento su larga scala e prevenire focolai in tutta Europa. Purtroppo però, tale soluzione condivisa non è mai stata sviluppata e ogni Paese ha adottato un proprio sistema per il tracciamento automatico.

Per ovviare a questa mancanza e far sì che il tracciamento dei contagi funzioni anche oltre i confini nazionali degli Stati, la Commissione Europea ha recentemente avviato una sperimentazione per connettere le applicazioni di tracciamento dei vari Paesi e permettere la interoperabilità delle stesse. Dal 15 ottobre Immuni funziona anche all’estero, in Germania e in Irlanda, e si punta a renderla operativa in tutti Paesi europei che hanno adottato un sistema di tracciamento basato sulla stessa tecnologia di Immuni, il Bluetooth Low Energy.

Possiamo ritenere Immuni complessivamente utile nella lotta contro il virus?

L’applicazione presenta sicuramente dei limiti, per esempio la volontarietà. Sono stati i membri stessi della task force che ha studiato Immuni a sconsigliarne l’obbligatorietà, in particolare per tutelare la libertà dell’individuo. Certo è che questo ha contribuito al verificarsi di un numero di utenti inferiore alle aspettative. Il presidente Conte ha definito “un obbligo morale partecipare a questo programma. I dati restano anonimi, la geolocalizzazione è disattivata”. Ci si auspica che la campagna mediatica per sensibilizzare la popolazione dia buoni risultati. Solo in questo modo l’app Immuni, che ad oggi ha comunque in parte contribuito a prevenire la diffusione del virus, può diventare il principale mezzo di contrasto al Covid19.