Per avere in mano la propria vita, si deve controllare la quantità e il tipo di messaggi al quale si è esposti.

Chuck Palahniuk

Oggigiorno, assistiamo inconsciamente alla riproduzione di un numero infinito di immagini. Gli schermi di televisioni, smartphone e tablet sono costantemente illuminati da simboli, parole e slogan che, in fin dei conti, fanno ormai parte del nostro quotidiano. Si parla di comunicazione. E di persuasione.

Quest’ultima viene definita come una tecnica, soprattutto in ambito televisivo, che ha come scopo quello di far in modo che lo spettatore rimanga come incollato, e inerme, di fronte allo schermo. Indifeso e impotente. Come affermava il pubblicitario statunitense Bill Bernbach: “La pubblicità non è una scienza. È persuasione. E la persuasione è un’arte.”

Il consumismo e la Pop Art

Con il boom economico, sorto alla fine degli anni ’50, le necessità della popolazione mutano. Il concetto di pubblicità si evolve. Quest’ultima diventa una scienza legata alla società, alla psicologia e al marketing. Presto, infatti, si parlerà di consumismo, fenomeno nel quale si incoraggia enormemente l’acquisto di beni e servizi.

La pubblicità ha il compito di indurre la gente a comperare delle cose di cui non ha bisogno, con denaro che non ha, per impressionare altre persone che non conosce.

Danilo Arlenghi

La necessità di pubblicizzare coincide con la nascita di un movimento artistico statunitense, conosciuto come Pop art. Il suo obiettivo era quello di rivelarsi attraverso la comunicazione di massa. Arrivando, in questo modo, al cuore del popolo e alle sue piene necessità. In questo modo, pubblicità e Pop art iniziano a intrecciarsi e a dar presto vita ad un rapporto che per anni non cesserà di essere vivo. Un iconico esempio riguarda la riproduzione della zuppa di pomodoro Campbell’s, nota scatoletta di latta rossa, elevata ad opera d’arte dall’artista statunitense Andy Warhol.

L’arte nella comunicazione pubblicitaria

Con il passare del tempo, il movimento artistico americano perderà pian piano terreno, per lasciar spazio – come è giusto che sia – a innovative e inedite correnti. Quel che rimane, invece, è il continuo legame che la comunicazione pubblicitaria cerca di intrattenere con il mondo dell’arte.

La pubblicità, insieme alle sue tecniche allettanti, inizia a prevedere l’utilizzo di elementi raffinati e legati alla cultura. Negli ultimi anni, in particolar modo, è frequente l’impiego di parodie e immagini buffe legate a noti personaggi storici. Primi tra tutti la Monnalisa di Leonardo e il David di Michelangelo, da sempre al centro del mirino.

Di più attuale considerazione è, invece, l’uso di grandi opere d’arte. Una recente pubblicità di Tim – nota azienda italiana di telecomunicazioni – prevede l’evidente rimando a un quadro del pittore francese Eugène Delacroix: La libertà che guida il popolo.

Così come nel dipinto originale, vi è la presenza di una figura femminile al centro della composizione, intenta a dominare tutto ciò che la circonda. La drammaticità, in questo caso, lascia spazio a piacevolezza e ilarità. A un momento di svago, lontano dall’intensità sentimentale della tela dipinta nel lontano 1830.

Gli stereotipi artistici nella comunicazione pubblicitaria

Di frequente utilizzo sono, poi, gli stereotipi artistici legati a campagne pubblicitarie di particolari fragranze e profumi. Quando questi ultimi hanno la necessità di comunicare forza e sensualità, allora solitamente entra in gioco la presenza di un ragazzo di bella presenza, che volutamente domina il gentil sesso.

Una nota e recente pubblicità di Versace mostra la partecipazione di una coppia di modelli. Entrambi sono posti su un piedistallo come fossero delle statue, immobili e belli come non mai. Il riferimento storico e artistico è indubbio.

Ancora una volta, quindi, l’arte e la sua manifestazione vengono scelte dalla comunicazione pubblicitaria per far sì che lo spettatore rimanga sbalordito rispetto a ciò che si trova davanti agli occhi. Perché, si sa, l’importante non è tanto lasciare un messaggio che persista, quanto piuttosto convincere e piegare l’inconscio di chi, inconsapevolmente, si lascia trasportare.