Fino a che punto il digitale può insidiarsi nella vita quotidiana? Quanto tale insidia può ostacolare la vita? Due chiari quesiti, a cui di certo non è semplice rispondere. Riflettere sul tema del digitale oggi è assai complesso, poiché la completa immersione nello stesso e l’assoluta contemporaneità dell’argomento non consentono un’analisi accurata e del tutto critica. Così come spesso occorre la distanza storica per analizzare criticamente un’evento, anche il fenomeno del digitale può essere attualmente analizzato sotto una prospettiva parziale e incompleta. L’arte tuttavia, il cinema in particolare, cerca di rendere evidenti luci e ombre di tale fenomeno, complesso e mutevole. Imprevisti digitali, una pellicola in uscita nelle sale il prossimo 15 ottobre, cerca di riflettere e interrogare gli spettatori circa i rischi e le degenerazioni del Web 2.0. Il film francese, diretto dalla coppia Benoît Delépine e Gustave Kervern, ha vinto l’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2020.

Imprevisti digitali è una tipica commedia alla francese, un agrodolce di contenuti interessanti e piacevolmente fruibili. Non c’è spazio per la risata smodata, ma si possono percepire risolini timidi e frequenti che lasciano un po’ di amaro in bocca. È un umorismo strano quello del film. La commedia si mescola infatti all’autobiografia e lo spettatore è in grado di percepire la tragicità della situazione del personaggio, in contemporanea alla sua ridicolaggine.

La pellicola segue parallelamente le storie di tre amici (vicini di casa) e la loro reciproca relazione. Una giovane madre è alle prese con un ricatto a seguito della trasmissione virale di un video porno; un padre si innamora di una voce robotica mentre la figlia subisce cyberbullismo; una donna ha un’assidua dipendenza da serie tv. Quella dei protagonisti è una vera e propria guerra ad armi impari contro la realtà trascendente del gigante Internet.

Esiste un barlume di speranza nel tentare, se non vincere, la guerra contro il dominio del web? Questo è l’interrogativo che sembra dominare l’intero film. La “rete” aggroviglia e imprigiona, ingloba la realtà sociale e impedisce una vera e propria fuga. All’interno di essa la navigazione è assai insicura e spesso piena di insidie. Allo stesso tempo la “rete” connette, lega persone e cose lontane nel tempo e nello spazio. Imprevisti digitali indaga proprio tale paradigma, concentrando la sua attenzione sulle possibili degenerazioni causate da un utilizzo smodato e non controllato delle piattaforme digitali. Le conseguenze di comportamenti irresponsabili e alquanto superficiali sono devastanti al punto da condizionare sostanzialmente la vita privata e sociale dell’individuo. Ciò è ben dimostrato dai personaggi protagonisti, che subiscono la perdita del lavoro o vedono dilaniato il patrimonio.

I media, come ben spiegato dalla teoria del “modello ecologico” si trovano in una relazione di perpetuo e inesorabile mutuo modellamento con società e individui. In quanto ecosistemi, costituiscono sistemi complessi ed eterogenei. Imprevisti digitali mette in luce proprio l’aspetto ecosistemico del sistema mediale. Mai come in questa pellicola infatti appare evidente la relazione tra società, individuo e digitale. In questo caso sono particolarmente evidenziate le conseguenze derivate dall’utilizzo degenerato delle piattaforme. Tuttavia il mondo digitale è complesso e bifronte. Le luci e le ombre che lo avvolgono infatti non rendono possibile un’analisi puntuale. Se l’utilizzo dello smartphone ha rivoluzionato il mondo della comunicazione e permette una relazione tra spazi e tempi lontani, un suo abuso può danneggiare gravemente gli utenti. Allo stesso modo, i social network costituiscono una grande opportunità di sviluppo, ma i contenuti in essi pubblicati possono scatenare fenomeni di violenza (si tratta di cyberbullismo).

L’impianto di regia è fintamente amatoriale e le inquadrature sono volutamente poco professionali. Spesso vengono realizzate dalla fotocamera di uno smartphone, anche attraverso telecamera interna. Altre volte le inquadrature sono poco convenzionali, quasi come se una telecamera nascosta spiasse la privacy degli individui. In particolare, alcune scene finali sembrano racconti di viaggio ripresi in prima persona dai protagonisti. Ciò probabilmente ha valore simbolico. L’idea è quella di mostrare la fitta incombenza del digitale e il suo profondo insediarsi nella vita privata degli uomini. Un confine sottile separa allora lo schermo e la vita, al punto da pensare che la disperazione dei personaggi travalichi i confini del web, e si rivolga direttamente agli spettatori attraverso una richiesta di aiuto. Le riprese dallo smartphone infatti rompono la distanza e rendono le scene estremamente quotidiane e condivise dalla audience.

Imprevisti digitali, con la sua amara comicità, non sembra dare equo peso alle due facce del digitale. Non ci sono spiragli di redenzione o barlumi di speranza. Tutti i personaggi della pellicola sono vittime (in quanto utenti attivi) del digitale e nessuno ne fa un uso proficuo. Il film sceglie dunque un taglio prospettico molto specifico e tralascia il fronte “luminoso”, limitandosi a un’osservazione e accurata della dimensione oscura e degenerata. Imprevisti digitali dunque non riflette sul digitale in generale ma, come è reso esplicito dal titolo, sui suoi “imprevisti”. Esiste allora una via di fuga? Una domanda legittima, che resta aperta durante l’intera pellicola e trova ampio spazio nel finale, una profonda messa in discussione di sé stessi e degli altri. Così, se la “perdita di connessione” sembra interrompere i rapporti, è forse meglio tornare ad ascoltare il mare e a comunicare per gioco, come bambini…

FONTI

Visione anteprima stampa del film

CREDITS

copertina (immagini di Officineubu)

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