Quante volte, in ogni secondo o minuto od ora che passa, miliardi di persone diverse con vite diverse e in Paesi diversi del mondo agiscono nel medesimo modo? Un numero di individui persino difficile da immaginare che, incredibilmente, può ridursi a uno semplicemente grazie (o per colpa) di un automatismo, un gesto che si fa e basta, anche quando non è necessario, ma che per abitudine entra a far parte del quotidiano, come mangiare, bere, dormire. È facile intendere per chiunque viva nella società ordinariamente concepita di cosa si sta parlando: questi automatismi sono infatti controllare Facebook, comprare su Amazon, fare ricerche su Google o ancora utilizzare un dispositivo Apple. Il mercato delle suddette quattro aziende, se combinate, raggiunge circa il PIL dell’India, stimato nel 2019 a 2,264 miliardi di dollari. Una cifra non irrisoria dunque.

Quale sarà il loro segreto per tale successo?

Scott Galloway, brillante professore di marketing alla NYU Stern School of Business, ha spiegato la sua teoria in una lucida ma spietata invettiva durante una conferenza TED. Secondo il Professore, la chiave che ha aperto a queste aziende la loro lunga strada verso la fortuna è stato puntare sull’irrazionale, o meglio, sul lato irrazionale dei consumatori. Con una perfetta metafora Galloway mostra al suo pubblico come i quattro grandi del mercato mondiale si appellino alla componente irrazionale dei principali organi del corpo umano.

Si parta dall’alto: il cervello. La sete di conoscenza, l’ossessione di avere una risposta ad ogni domanda ha bisogno di qualcosa che vada oltre le nozioni impartite da insegnanti, studiosi, preti o chicchessia. La mente vuole qualcosa di sicuro, una certezza che la mente umana stessa non può fornire. Vuole un «super being that we can pray to and look to for answers» in sostanza, un Dio onnisciente. Come negare che Google abbia ormai assunto tale ruolo? Con le sue infinite possibilità di ricerca e innumerevoli campi di indagine, l’azienda si è innalzata ad autorità del sapere, non senza fuorviare con informazioni insufficienti, o talvolta del tutto errate, coloro che si accontentano del primo risultato che trovano.

Se alla base dei bisogni umani c’è l’amore, non sarà strano trovare Facebook come fulcro dell’organo irrazionale per eccellenza, attore colpevole di rimpianti, ma motore del Tutto, il protagonista cuore. La necessità innata dell’uomo di essere amato non può infatti che andare a braccetto con il suo opposto, ovvero donare il proprio amore agli altri. Qualsiasi relazione amicale o amorosa che si rispetti non può durare se l’affetto che unisce due individui non è reciproco. Anzi, capita spesso che l’essere ricambiati non sia nemmeno una condizione necessaria per amare, e qui risuonerà alla mente la celebre citazione di Richard Bach “Se ami qualcuno lascialo libero…”. Ebbene, Facebook si ciba proprio di questo bisogno naturale per andare avanti nel mercato, e cioè l’istinto di creare relazioni, ampliarle, cambiarle e sostituirle, perché senza di esse, inutile dirlo, la conta degli “amici” rimarrebbe a zero.

Poco più in giù, l’intestino. L’organo che consuma, insaziabile, che desidera sempre qualcos’altro, anche quando in realtà non lo necessita. Questa fame inesauribile alimenta il colosso americano nato dalla mente visionaria di Jeff Bezos, Amazon. Il vedersi proporre tanta merce con una tale facilità e rapidità di scelta, inculca nei consumatori la credenza di aver davvero bisogno di qualche cosa in più e così si finisce per acquistare un prodotto dopo l’altro, accumulando tante cose simili che superano di gran lunga il reale bisogno che se ne ha e che, quasi certamente, finiranno per rimanere tutte ugualmente inutilizzate. Avere di più per meno è il tranello in cui si cade ogni qual volta si prema sul tasto aggiungi al carrello.

Infine, con un’analogia puramente umana, Galloway accosta l’istinto sessuale dell’uomo (inteso nella sua accezione puramente animale) di scegliere il partner che offre prestazioni migliori, con la propaganda dell’azienda miliardaria Apple, che assurge nel mercato della tecnologia a simbolo di qualità e garanzia di superiorità. Non un, ma il marchio del proprio essere migliori, il gradino che per primi si sale in testa a una folla di gente che può solo offrire di meno. Il seme da scegliere è quello più forte, e in questo caso è proprio quello della mela.

Colpire e vendere, questa sembrerebbe la vera missione dei Fantastici Quattro. Usare le debolezze dei consumatori tuttavia è il loro lavoro e nulla ci sarebbe di male se solo lo facessero nel pieno rispetto delle regole. Quello che infatti andrebbe condannato non è cosa fanno, ma come lo fanno. L’evasione fiscale, il furto di dati e tante altre violazioni che queste aziende commettono sono solo la punta dell’iceberg di un mare di disonestà che, per profitto e per timore, non vengono scoperte. Che siano solo teorie di persone invidiose? Possibile, o forse no. Quello che è certo è che lasciar agire indisturbati colossi del mercato mondiale non può che portare a conseguenze negative per coloro che lo permettono, e cioè il 99% del mondo che mantiene quelle aziende. Disoccupazione, eliminazione della piccola concorrenza e sfruttamento di manodopera sono solo alcuni di questi effetti e, forse, sarebbe il caso di iniziare a pensarci.