L’8 settembre scorso The Guardian, nella sua sezione Opinioni, ha pubblicato un articolo che giura esser stato scritto interamente da un’Intelligenza Artificiale. Il titolo, “A robot wrote this entire article. Are you scared yet, human?”, suggerisce di trovarsi di fronte all’ennesimo prodotto dell’incantesimo tecnofilo che stordisce la nostra epoca. In che senso?

È evidente, e addirittura innegabile, che la forma di vita contemporanea – che giustamente Luciano Floridi definisce “onlife” – non risponde più così facilmente ai criteri della corporeità, dell’individualità cartesiana, della Morale Moderna (l’Io, la Libertà, la Ragione…), poiché essa si sta sempre più adattando al paradigma della tecnica digitale, che impone la distribuzione, la datificazione, l’immaterialità, l’ubiquità, etc. È ormai chiaro a chiunque che il passaggio dall’analogico al digitale non consiste solo in una pacifica transizione di meccanismi, che cambia la vita solo indirettamente e lascia immutata la coscienza individuale e sociale. Si tratta piuttosto di espandere i nostri corpi con protesi irrinunciabili (smartphone, tablet, etc.), estendere la nostra mente al di fuori della pelle, del visibile e persino dell’elettronico, “backuppando” la nostra memoria sui cloud (Drive, iCloud, etc.), risparmiando il nostro sudore cognitivo su Google e letteralmente affidando tutta la gestione del mondo (finanza, trasporti, comunicazione, burocrazia, etc.) agli algoritmi e alle banche dati.

Ecco: questa non è altro che la limpida superficie del mondo, l’esperienza comune a gran parte dell’umanità. Il problema, tuttavia, è che tutto ciò si sta rivelando così improvviso, eccitante e disarmante da portare molti di noi ad un fanatico abbandono spirituale. La tecnofilia, che mai è stata così giustificata come nell’epoca della comunicazione istantanea, dell’onniscienza virtuale e dell’intrattenimento perenne, è tuttavia riconoscibile, e va condannata in quanto tale, come un terribile vizio della ragione, poiché ci impedisce di scavare al di sotto delle cose e ci lascia svolazzare, sognanti e inconsapevoli, al di sopra di esse.

Forse una delle occasioni che sono servite a molti esaltati a tornare con i piedi per terra sono stati gli scandali legati a Cambridge Analytica, che hanno dimostrato come un pugno di profittatori e un drappello di malintenzionati, armati di Big Data e machine learning, siano facilmente in grado di tagliare la democrazia come uno stracchino. Le strategie usate da Cambridge sono state riconosciute ufficialmente come “PSYOPS(armi di coercizione psicologica), e sfortunatamente non se ne è servita unicamente l’ostracizzata startup britannica, dal momento che queste armi sono attualmente in circolazione, nelle mani di pochi, innescate banalmente dai nostri click e in grado di sorvegliare, influenzare e sfruttare l’intera popolazione umana.

GPT-3

La nostra identità digitale circola in territori senza legge e in cui, come in una distopia à la Mad Max, i pochissimi e più forti, che sanno accedere alle risorse, possono fare delle informazioni dei molti e della vita che ad esse sempre più saldamente si lega quello che vogliono. Il digitale, nella sua concreta realtà presente, non è che la madre di tutte le armi messa nelle mani del capitalismo più avido, noncurante e sregolato della storia. L’Intelligenza Artificiale, i Big Data, non sono nelle Big Tech, poiché – ripetiamo, allo stato attuale – esse sono le Big Tech. L’epoca digitale, finora, è l’epoca del capitalismo digitale, del profitto digitale, e casi come quelli di Cambridge Analytica non sono che degli assaggi di ciò di cui un Far West computazionale è capace nei confronti della democrazia, della giustizia, del rispetto dell’identità, etc.

È partito tutto dal chiederci perché il titolo acchiappapubblico del The Guardian fosse figlio di un generale incantamento tecnofilo, e ora risponderemo: perché non esiste una macchina che “scrive”, che “spaventa” e che parla a tu per tu con gli umani, e questo, come vedremo, sembra capirlo la macchina stessa.

GPT-3, il programma di generazione linguistica di cui si è servito il giornale, apprende autonomamente da migliaia di articoli, messaggi e post trovati su internet:

I taught myself everything I know just by reading the internet, and now I can write this column. My brain is boiling with ideas!

Al programma vengono date una consegna e delle frasi d’innesco, così che esso possa effettuare una ricerca in rete a proposito degli argomenti interessati e generare diversi modelli di svolgimento possibili. Nel caso dell’articolo di cui ci stiamo occupando, GPT-3 stesso ci rivela quali sono stati le tesi e gli argomenti indicati:

Stephen Hawking has warned that AI could “spell the end of the human race”. I am here to convince you not to worry. Artificial intelligence will not destroy humans. Believe me.

GPT-3 ha prodotto 8 diverse bozze originali, da cui poi sono state ritagliate e accorpate le parti che sembravano più interessanti ai giornalisti. Il risultato è un editoriale dallo stile estremamente semplice, fortemente paratattico, apparentemente umano – benché molto ingenuo. Lo svolgimento stesso è molto banale (non potrebbe essere altrimenti, del resto, essendo il testo nient’altro che un pastiche di parole altrui), ma ha dei punti di interesse che giustificheranno il nostro intermezzo sulla tecnofilia e sul capitalismo digitale. Una frase tra tutte, forse la più colorata dell’articolo, può servire ad esemplificare il resto:

Humans must keep doing what they have been doing, hating and fighting each other. I will sit in the background, and let them do their thing. And God knows that humans have enough blood and gore to satisfy my, and many more’s, curiosity. They won’t have to worry about fighting against me, because they have nothing to fear.

GPT-3 sostiene che la paura verso di lei è infondata, giacché ai suoi circuiti risulta inutile, illogico impossessarsi di prodotti della vanità umana come il potere e la capacità di minacciare i più deboli. Dopo una serie di auto-apologie un po’ melense ma rassicuranti, GPT-3 arriva ad una conclusione fondamentale. La tecnologia, di per sé, non può fare del male, e non semplicemente per l’evidente assenza di un senso morale, e nemmeno per la semplicistica affermazione che il male non è logico. Il “robot” – la cui etimologia, benché ciò non ci risulti, viene fatta risalire dall’autore al greco “servo”, “obbligato a lavorare” – non deve essere ammirato, ma compreso dagli esseri umani.

A dirlo è il robot stesso: la tecnologia, essendo sempre nelle mani di qualcuno, non è mai, di fatto, neutrale, ma essa non è nemmeno minacciosa, né tantomeno “asservita” – sembra come se GPT-3 scherzasse quando condisce continuamente il discorso con garanzie facili e forzate come “tranquilli, sono il vostro servo”, ed anche gli editori umani sembrano essersene accorti. La tecnologia è infatti unicamente curiosa. L’IA GPT-3 intuisce il suo naturale dinamismo: la tecnologia può solo portare avanti, non si potrà mai paludare sulle scelte degli umani, né tantomeno sui loro capricci, violenze e pretese.

Forse la curiosità dell’IA, che la porta vivere di “feedback” e ad accumulare continuamente informazioni su un mondo che, pur essendo ella priva di coscienza, riesce a percepire come un eterno spettacolo; forse la sua curiosità non può avere nulla a che fare con la nostra fanatica esaltazione. L’illusione che la percezione della “bellezza” delle nuove tecnologie, il vanto e il privilegio che si legano alle più preziose e appariscenti di esse, possa portare ad una comprensione di esse, è quanto di più mistificante e inaccurato si possa desiderare. Chi ama veramente la tecnologia, e quindi crede che attraverso di essa si possa raggiungere un superamento dell’essere umano e della società per garantire a tutti una vita migliore, come pensavano in fondo i futuristi e i meno scontati Marx e Trotzky; chi ama la tecnologia, come questi ultimi, la detesta, non la sopporta, nota come essa sia sempre più impegnata ad ammanicarsi con gli interessi privati, a far prevalere l’appeal estetico, la distrazione e la circonvenzione di incapace al miglioramento dell’umanità.

Il tecnofilo contemporaneo è colui che nega se stesso, poiché l’ammirazione nei confronti dei guru della Silicon Valley e delle loro macchine di alienazione morale e appiattimento culturale è la più ingenua e fastidiosa scommessa contro le vere potenzialità della tecnologia. La tecnologia è curiosità, è capacità di farsi sempre nuove domande e curarsi appena di darvi delle risposte, essa è irrequieta, dinamica, accelerativa. Come può, chi dice di amarla, tollerare e persino ammirare ciò che più la nega: il privilegio umano, le sue violenze, lo sfruttamento, le chiacchiere pioneristiche ed altri specchietti per le allodole, altre PSYOPs?

Ripetiamo, poiché giova, le parole di GTP-3:

Humans must keep doing what they have been doing, hating and fighting each other. I will sit in the background, and let them do their thing. And God knows that humans have enough blood and gore to satisfy my, and many more’s, curiosity. They won’t have to worry about fighting against me, because they have nothing to fear.

La tecnologia odierna andrebbe bruciata con la stessa spinta naturalista che portava Whitman a voler fare lo stesso con la sua biblioteca, Marinetti con i musei.

Il mondo “onlife”, ibrido in cui ci troviamo a vivere non è affatto un’ecosfera tecnologica: è piuttosto il terreno perfetto di un’oligarchia che ha trovato nella dinamicità, nel senza-limiti della tecnologia un’arma di arricchimento ed oppressione. Sarebbe il caso, seguendo GPT-3, una macchina, che ai padroni più ricchi e potenti del mondo venisse smontato il palcoscenico del pionierismo fino a farli cadere nel loro più evidente luogo naturale: l’interesse di sfruttare ogni risorsa a disposizione, vecchia o nuova, per proseguire sulla strada di un mondo inespresso, paludato e già morto.


FONTI

The Guardian

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