Verso la metà dello scorso marzo, quando è diventato chiaro un po’ a tutto il mondo che il coronavirus sarebbe stato cosa ben più seria di quanto previsto, la produzione di serie tv si è fermata in blocco, creando parecchio trambusto nell’industria dell’intrattenimento audiovisivo. Gran parte delle serie in onda si è conclusa bruscamente, molte di quelle ancora in lavorazione sono state invece posticipate o, nei casi peggiori, direttamente cancellate.

A distanza di sei mesi il settore sta cercando di tornare in attività in maniera graduale, facendo i conti con rigide misure di sicurezza e tante incertezze. L’attenzione è tuttavia puntata perlopiù sugli Stati Uniti, cioè il paese dove si produce una quantità consistente delle serie tv più importanti, nonché finora il più colpito dalla pandemia.

Parte dell’organizzazione dei calendari di canali tv e servizi streaming dipende infatti dall’evolversi della situazione statunitense. La quale, scandita com’era da ritmi frenetici e scadenze strettissime fissate con largo anticipo, deve abituarsi a un futuro che sembra più improvvisato che scritto. Con diversi cambiamenti tanto nella tipologia delle storie da raccontare quanto nel modo di raccontarle.

Serie tv coronavirus The Good Doctor

Come si girano le serie tv durante il coronavirus

Per poter riprendere il prima possibile l’attività produttiva, i settori dell’intrattenimento audiovisivo di ciascun paese hanno lavorato fin da subito alla stesura di protocolli che garantissero condizioni lavorative sicure sul set. Negli Stati Uniti le linee guida sono state raccolte in The Safe Way Forward, un documento lungo 36 pagine scritto e concordato da quattro principali sindacati di Hollywood: SAG-AFTRA, Directors Guild of America, International Alliance of Theatrical Stage Employees e Teamsters.

In termini pratici, l’idea del protocollo consiste nel trattare l’industria audiovisiva come una bolla iperprotetta, a sua volta suddivisa in tante piccole bolle altrettanto controllate.

Oltre a prevedere la misurazione della temperatura, l’accesso ai singoli set è suddiviso per gruppi circoscritti (e distinti da braccialetti di colore diverso) alle sole persone la cui presenza è effettivamente richiesta al momento delle riprese. La maggior parte delle attività si svolge perciò appena prima dell’arrivo degli attori chiamati a girare le proprie scene.

Calcolando il tempo da riservare alla pulizia di attrezzature e zone di lavoro, le ore giornaliere dedicate alle riprese sono state ridotte a una decina. Inoltre, sono state create zone per separare i membri della troupe che, per via delle loro mansioni, non possono rispettare il distanziamento o indossare la mascherina. Per loro è previsto l’obbligo di sottoporsi ai test ogni tre giorni, mentre per tutti gli altri addetti ai lavori la cadenza è una volta alla settimana.

Il problema dei test

Per le produzioni i test hanno costituito finora la questione più complicata da affrontare, sia in termini organizzativi che economici. Le nuove regole richiedono infatti il rilascio dei risultati nel giro di 24-48 ore. Con l’aumento dei casi, però, le strutture pubbliche faticano a fornire gli esiti anche solo in 10 giorni, un tempo sufficiente a contagiare l’intero set. Di conseguenza, le case di produzione hanno provato a costruire da sé una solida infrastruttura dedicata alla prevenzione della COVID-19.

Gli studios più importanti sono riusciti a creare veri e propri laboratori interni. Le produzioni più piccole o indipendenti si sono invece affidate a una rete – che costituisce un’industria sempre più fiorente – di professionisti privati in grado di effettuare test sul posto e ottenerne i risultati anche in 1-12 ore. Queste figure sono ormai sempre presenti sul set, così come i cosiddetti safety officers, che hanno il compito di far rispettare il protocollo di sicurezza.

Per una prevenzione più completa, comunque, alcuni addetti ai lavori hanno detto di dover guardare anche al di fuori della bolla produttiva. Ad esempio, grazie ad alcuni contatti interni al governo del Texas, il regista James Ganiere ha saputo che l’aumento dei casi di COVID-19 era dovuto in larga parte ai giovani frequentatori dei bar locali. In questo modo ha potuto evitare che i membri del cast e della troupe li frequentassero ben prima che ne fosse ordinata la chiusura.

Tuttavia, il continuo lavoro di osservazione e adattamento all’evolversi della pandemia non consiste soltanto nella periodica modifica dei protocolli. Come ha osservato «NBC News», quella audiovisiva è un’industria basata sulla creatività, e in quanto tale dispone delle risorse per trovare metodi innovativi di prevenzione.

Coronavirus serie tv manichini

Non solo protocolli, anche creatività

Finora produttori, registi e sceneggiatori hanno dovuto ingegnarsi soprattutto nel girare le scene che prevedono maggior contatto fisico tra gli attori, specie quelle più intime o di sesso più o meno esplicito. I creatori di serie tv come Riverdale, Dynasty, The L Word: Generation Q hanno integrato i protocolli con l’uso di espedienti narrativi, illusioni ottiche, coordinatori di scena (gli stessi consulenti introdotti dopo il #MeToo) e giochi di camera. Qualcuno ha poi valutato di impiegare i partner reali degli stessi attori; altri stanno sperimentando con salti temporali, episodi bottiglia e scene meno grafiche, e perciò più allusive. A fornire molte idee alla tv prodotta in tempi di coronavirus sono le serie degli anni Settanta e soprattutto Ottanta, quando l’industria audiovisiva dovette prendere precauzioni simili a causa dell’epidemia di AIDS.

L’opzione più curiosa è infine l’utilizzo di manichini: non solo per le scene più intime, ma anche per quelle con un alto numero di comparse. Anche se, per abbassare i fattori di rischio, diverse produzioni importanti hanno valutato di rilocare le riprese oltreoceano, dove la pandemia è più contenuta. Alcuni membri di cast e troupe si sono infatti rifiutati di tornare sul set perché troppo rischioso; inoltre i cittadini di qualche location hanno protestato contro l’arrivo delle produzioni nei pressi delle proprie abitazioni.

Quali serie tv hanno ripreso

Con un po’ di ritardo rispetto alle previsioni di una ripresa a fine primavera, negli Stati Uniti alcune produzioni sono ricominciate in estate, ed è molto probabile che pian piano anche altre le seguano. Non è detto però che siano le produzioni più grandi e organizzate a cominciare per prime. La longeva Law & Order: SVU, ad esempio, ha iniziato le riprese della 22esima stagione solo da poco; mentre quelle della quarta stagione di Stranger Things potrebbero non ricominciare prima dell’autunno inoltrato.

Tra i titoli al momento in lavorazione si contano anche Fargo (la quarta stagione è prevista per il 27 settembre), The Witcher, Carnival Row, Sex Education e The Good Doctor, la cui quarta stagione si focalizzerà proprio sulla pandemia di COVID-19. Molte infatti sono le serie tv intenzionate a inserire linee narrative legate al coronavirus. Benché alcuni creatori, come Roberto Aguirre-Sacasa di Riverdale, abbiano detto di voler concedere al pubblico la possibilità di evadere, omettendo riferimenti alla situazione reale.

Il calendario delle produzioni statunitensi – e non solo – ha cominciato a riempirsi di nuovo, insomma. Ma bisogna tenere presente che le date fissate sono tutt’altro che certe. Anche un solo caso di COVID-19 potrebbe bloccare nuovamente il set di una serie tv per mesi; e i tre centri di produzione più importanti – California, New York e Georgia – registrano al momento numeri di contagio ancora molto alti.