Il 2020 ha posto tutti noi di fronte alla quotidianità più casalinga e, talvolta, soffocante, raffigurante in primo luogo noi stessi. La routine sembra una di quelle magliette piegate e ripiegate, lasciate sopra uno scaffale: è proprio da questa immagine metaforica che Le Commesse prende forma. Daniele Barsanti racconta in una ballata pop una serie di riflessioni scaturite proprio dal periodo di lockdown, mesi che ci hanno consentito di vedere le cose con occhi diversi, oppure, come afferma lo stesso autore, “di vedere meglio delle cose”.

Daniele infatti racconta di come, seduto in un negozio, ha osservato la stessa scena in loop: una commessa esausta dal lavoro intenta a piegare ripetutamente la solita maglia che i clienti avevano preso e poi lasciato giacere sullo scaffale. Interpretata immediatamente come una chiave di lettura della sua stessa vita, il cantante ha appuntato una strofa, costruendoci attorno il suo brano.

Noi de «Lo Sbuffo» abbiamo incontrato Daniele che ci ha raccontato dell’intento di portare colore alla vita di chi, come la povera commessa, è richiuso in una monotonia estenuante.

Come Daniele Barsanti si racconta

“Le commesse” parla di un’ordinarietà quasi soffocante, una routine continua che sembra condannare chi vi è coinvolto. Pensi sia una condizione comune e inevitabile per tutti?

Il piegare e ripiegare della commessa è come il suo “contrappasso dantesco”: viene trattata da carnefice quando invece è più che altro la vittima di un sistema dove il “compromesso lavorativo” le ha compromesso ogni tipo libertà creativa, dove quindi solo l’evasione mentale, il sogno, può renderla una donna libera, dentro di sé.

Il destinatario effettivo sembra essere chi affronta una situazione in cui la staticità è oppressiva e da cui si vuole fuggire. Quale può essere la soluzione?

La soluzione è non sentirsi dentro la morsa, dentro il recinto, dentro un qualcosa di limitato. Alla fine, qualsiasi lavoro diventa noioso e ripetitivo a lungo andare, quindi è impossibile non annoiarsi mai. Va accettata la noia, come si accetta lo stupore o qualsiasi altra emozione che riteniamo più “positiva”. Ognuno ha armi proprie per accettare una qualsiasi emozione, la mia arma è scrivere le canzoni.

Pensi che la musica possa essere un modo per “dare colore” a questo tipo di vita?

La musica è nella vita stessa, non va cercata nella “musica”: è la vita a dare colore alla musica. Per questo motivo non ho mai accettato la musica come una materia di studio, come qualcosa da ascoltare, studiare e basta; per me è qualcosa con cui vivere la vita, per renderla più ricca, per come dico io “doparla di continue emozioni”.

Questa canzone è stata ispirata dal periodo di lockdown, hai scritto altro o la tua ispirazione si è bloccata insieme a tutto il resto?

No, è stata la scintilla che ha riacceso tutto, per fortuna. Sto ancora scrivendo, sto ancora cercando una nuova canzone, una nuova strada da percorrere, una nuova vita da osservare, un dettaglio da raccogliere, un’emozione da raccontare.

Qual è il messaggio che vuole lanciare la tua canzone?

Potrei parlarti del tempo che passa, dei compressi che si devono accettare, dei vaffanculo soppressi tra i denti, ma la verità è che questa canzone parla della vita di una ragazza, di una donna in cui forse emerge anche il mio lato femminile, forse in quella commessa che ho visto in quel negozio che piegava e ripiegava le magliette, ci sono anch’io.

Come definiresti, in tre aggettivi, la tua musica?

Romantica, ironica, provocatoria.

In genere, dai priorità ai testi o alla melodia? Quale pensi sia la parte più
importante di una canzone?

L’acchito, per così dire, lo decide la canzone. Decide lei come vuole arrivare. Come quando giochi ad UNO: se comanda il verde, io gioco il verde, se per caso esce il blu, vado di blu; insomma, seguo di conseguenza la canzone.

La scrittura di Le commesse è stata immediata e spontanea, subito dopo aver trovato l’ispirazione, o hai dovuto rifletterci su a lungo?

Scritta in cinque minuti, ho visto la scena ed ho scritto “Sono una vita che ripiegano la vita in uno scaffale” ed ho pensato “boom, ecco una canzone”.

La tua musica è autobiografica? Quanto c’è di Daniele Bersanti nei tuoi brani?

Totalmente autobiografica. Nel bene e nel male, amo raccontare le mie storie, i miei film, i miei “castelli mentali” alle persone.

Chi sono i tuoi punti di riferimento musicali?

C’è un mélange da tanta roba che ho ascoltato e qualcosa mi è rimasto più addosso di altro. Non ho un vero e chiaro riferimento, potrei dirti Vasco, Samuele Bersani, Masini, gli Oasis. Tutta roba che mi piace, ma anche Endrigo, Battisti-Mogol, Battisti-Panella, Umberto Bindi. Ascolto tante cose.

Hai già qualche nuovo progetto in programma?

Fare un disco di quelli che vi fa stare bene.

I buoni propositi ci sono, il talento anche, insieme alla voglia di scrivere e osservare non possono che promettere bene per un artista come Daniele Barsanti.

FONTI

Materiale gentilmente offerto da Red&Blue Music Relations

CREDITS

Copertina gentilmente offerta da Red&Blue Music Relations