Riaperture quasi ovunque e critiche da ogni fronte: così riapre la scuola italiana, tra proclami e “piccole criticità”. Il 14 settembre è stata la data fatidica per molte scuole, non l’unica però. In alcune regioni si è tornati il 16, è il caso del Friuli Venezia Giulia. Il 22 invece tornano sui banchi gli alunni della Sardegna, si chiude il 24 con Puglia, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Campania (ques’ultima è in forse, stando a quanto affermato dal governatore De Luca). Discorso a parte per il Trentino Alto Adige, tornato sui banchi già dal 7 settembre. Alcuni contagi sono già stati rilevati nelle zone in cui la scuola è già aperta, d’altronde il rischio 0 non è possibile allo stato attuale.

La carenza dei docenti, il sovraffollamento delle aule e il mobilio risalente ai secoli passati sono problemi strutturali del sistema scolastico italiano. Presenti ben prima dell’avvento del Covid, non risolti durante il lungo lockdown, si sono ripresentati ora. Molti però li hanno trattati come se fossero novità.

Malfunzionamenti italiani

Criticare a prescindere è sbagliato, poco serio però è ridurre la gravità di certe problematiche spostando tutta l’attenzione al lato emozionale legato a questo particolare ritorno a scuola. Al di là della retorica riguardo questi aspetti, i problemi ci sono.

Quando vengono fatti notare, la ministra Azzolina risponde puntuale: “Piccole criticità nessuno le nega: le stiamo risolvendo in un periodo difficilissimo”. Tralasciando il discorso legato ai banchi monoposto, tema che ha ridotto il dibattito sulla scuola ad una sterile polemica priva di qualunque utilità, argomento molto più spinoso sono le cattedre non assegnate. Ad oggi sono 60mila, a cui si aggiunge il problema legato agli insegnanti di sostegno: piccole grandi criticità.

Altra scottante tematica è quella relativa alle mascherine e a chi è tenuto a comprarle. Il Commissario straordinario Arcuri aveva garantito la fornitura di mascherine chirurgiche a tutto il personale scolastico e agli alunni entro il 14 settembre.

La realtà è però ben diversa: quando arrivate, il numero non è risultato sufficiente a coprire il fabbisogno quotidiano. La soluzione dunque è che sia la scuola a comprarle oppure siano gli studenti ad arrivare già con la mascherina indossata e una di riserva. Al momento, proprio questa seconda opzione risulta essere la più comune. In ogni caso, un tampone positivo non comporta necessariamente la quarantena di tutta la classe, questo quanto affermato dalla ministra Azzolina. Sulla recente polemica riguardante la misurazione della temperatura a casa, la ministra ha risposto fingendo che ci sia accordo tra tutte le regioni d’Italia.

Oltre confine

La riapertura delle scuole è tema d’attualità in tutta Europa, tra precisi piani per la quarantena e la creazione di bubble (piccoli gruppi di studio), nessuno si è posto il problema di cambiare il mobilio per favorire il distanziamento. Al di là delle differenziazioni Stato per Stato, è chiaro a tutti come l’aspetto predominante ovunque sia l’incertezza. Si è consapevoli che il rischio di una richiusura generalizzata c’è, fondamentale risulta dunque la prevenzione.

La Francia ha ricominciato il 1 di settembre e il governo è stato subito criticato per la gestione delle mascherine. Per tutti è obbligatorio indossarla: per gli insegnanti saranno erogate direttamente dal ministero mentre gli studenti dovranno comprarle a loro spese. Riguardo a possibili casi di positività, si valuta la quarantena di tutta la classe. é stata esclusa tuttavia una messa in quarantena dell’intero istituto scolastico. La decisione dell’esecutivo ha inoltre delegato alle autorità sanitarie locali la decisione su come intervenire nei singoli casi. La regola generale è che a fronte di almeno tre casi di positività in una classe si debba mettere in quarantena tutti gli alunni di quella classe.

Jean-Michel Blanquer, ministro dell’educazione, si dice soddisfatto della situazione. Afferma che meno di un centinaio di istituti sono attualmente chiusi per casi dovuti al covid, una cifra bassissima se rapportata agli oltre 60mila istituti francesi.

Il capitolo istruzione in Germania è invece delegato completamente ai Lander, ci sono perciò differenze consistenti tra i vari Stati federali e talvolta anche da scuola a scuola. Una soluzione adottata da gran parte degli istituti è la creazione di piccoli gruppi di studio all’interno della stessa classe in modo tale da diminuire le possibilità di contagio.

La mascherina è obbligatoria in tutti gli istituti ma variano i luoghi in cui indossarla. In Baviera ad esempio è necessario tenerla per tutta la durata delle lezioni, nel Baden- Wurttemberg solo nei corridoi e nei bagni. La ministra tedesca Anja Karliczek confida nel rispetto delle norme di distanziamento e nell’uso del gel disinfettante, assicurando come non sia necessaria una nuova chiusura qualora le direttive fossero rispettate.

I piccoli gruppi di studio, o Bubble, sono stati replicati anche nel Regno Unito. Non vi è obbligo di mascherina all’interno degli edifici scolastici ma resta obbligatorio il distanziamento. Sono stati predisposti livelli di allarme diversi a seconda dei numeri di contagi. Si passa dall’introduzione della mascherina ad un sistema di rotazione a gruppi per garantire la presenza in aula a turni. L’ultima ipotesi, da scongiurare ma non scartata a priori, è il ritorno alla didattica a distanza.

FONTI

Domani, La grande confusione europea sulla riapertura delle scuole, Lisa di Giuseppe, p.2, Numero 2

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