Mi invento delle cose incredibili. Solo nell’ultimo mese, e tutti a grandezza rigorosamente naturale, ho realizzato voltabaffi, scrocchiastreghe, deviasberle e sputabarde. L’altro giorno è stata la volta dello spremigatto. Lì per lì mi è sembrato che fosse la cosa più giusta da fare, ma col senno di poi non ne sono più così tanto sicuro. Mi spiego.

I gatti sono delle creature magnifiche, su questo siamo tutti d’accordo. Eleganti, indomiti, fieri, indipendenti, atemporali. Ogni tanto, certo, sono soliti concedersi qualche bassezza, ma così, a scopo puramente filosofico. Come a voler fornire un contrasto dialettico sul quale poter ribadire poi, in un secondo momento, tutta la propria magnificenza. E infatti quando diventano improvvisamente molesti o, in taluni casi, perfino diabolici, nessuno mette in dubbio la loro buona fede. Nemmeno se è giorno e stai lavorando o se è notte e stai dormendo, viceversa compresi. Però è ovvio, come ogni dottrina che si rispetti le perplessità non mancano.

Tanto per cominciare, se c’è una cosa che proprio non capisco e quindi non sopporto (o è forse il contrario?) beh, quella è l’odore. A voler essere precisi, non è l’odore del gatto il problema, quanto quello della sua lettiera, una specie di mano alla gola, una vertigine di raccapriccio e ammoniaca che risale su per le narici fino al cervello ogni volta che capiti nei pressi di quella spiaggia malata in cui i felini di piccola taglia sono soliti riversare i loro filosofici bisogni. Poi c’è quell’aria un po’ allerta e colpevole che quasi sempre hanno, quando ti guardano come se fossero stati colti in flagranza di qualcosa, e allora lì sì che ti viene il sospetto che qualcosa l’abbiano combinata e cominci a girare per la casa in cerca di un dettaglio, un indizio di colpevolezza, e alla fine lo trovi, lo trovi eccome. E a quel punto esigi vendetta, giustizia ma soprattutto vendetta. Tutto attorno ci metti un po’ di pedagogia per fartela girare meglio in testa, ma sempre di vendetta si tratta. Tu lo sai, il gatto lo sa, ovviamente, e filosofo com’è non ci pensa nemmeno di farsi spiegare come gira il mondo. Fino a quando, estenuato dalla ricerca, la tua pedo-vendicatività piano piano va scemando e allora torniamo ad essere tutti d’accordo, i gatti sono delle creature davvero magnifiche, atemporali.

E vogliamo parlare della passione sfrenata che il pelo del gatto ha per l’elettrostatica, in particolare per quella dei calzini e del sottoletto e degli angoli più impensabili della casa, della mistica sorpresa tutta mattutina di scoprire un nuovo segno sul divano durante la colazione, dei piccoli gomitoli di succhi gastrici e dio-solo-sa-cos’altro depositati a terra in punti che rivelano anche una qual certa consapevolezza strategica, giacché disposti in maniera tale che tu possa riceverne l’odore sempre da ogni distanza e angolazione e stato delle tue vie aeree, senza però riuscire mai a trovarne e tantomeno eliminarne la fonte? E tutto questo mistero sarebbe ancora tollerabile per la mia debole capacità di ragione, ma poi arrivano gli agguati. E non c’è libro o film o esercizio ginnico che tu possa goderti in mutande senza il terrore un po’ primitivo che un paio di pupille dilatate ti stiano spiando attraverso il mobilio della stanza.

Così mi è sembrato logico costruire lo spremigatto, uno strumento che permette di trattenere tutto ciò che di buono e d’immediata comprensibilità nel gatto effettivamente c’è, eliminandone però al contempo gli aspetti più oscuri e imperscrutabili. Volevo delle risposte nette, ne avevo bisogno. La verità e nient’altro, in purezza. Un gatto come un agrume senza-buccia-senza-polpa-senza-semi.

In un paio di week-end il primo prototipo era bello che pronto, non mi restava che provarlo. Ho dovuto lavorare un bel po’ di chitarra e porte chiuse prima di riuscire a costringerlo nel bagno, dove a quel punto la verità non ha più potuto sottrarsi. L’ho afferrato per la collottola e inserito nel congegno –che ci si deve immaginare come una grande e vecchia macchina del caffè–, ho abbassato il braccio meccanico e aspettato che la trasformazione si compisse. Nel mentre sorseggiavo con trasporto del succo di melograno.

I risultati sono a dir poco strabilianti. Via il pelo, via i vizi: se ne sono andati in un colpo solo i ciuffi ubiqui e i gomitoli di vomito. Certo, ora il suo aspetto è diverso, un tantino più sinistro secondo alcuni, ma nel complesso direi comunque che ci ho guadagnato. Senza le unghie poi le mie colazioni sono diventate molto più digeribili e gli agguati – quelli sono rimasti – sono diventati dei soffici incontri a mezz’aria, fan quasi piacere. L’urina, infine, ha perso ogni traccia di vertigine e ha assunto una tipica profumazione ambientale. Il mio gatto ora fa pipì al profumo di lavanda e io finalmente ho le idee chiare. Ecco, questa è l’unica nota stonata: odio la lavanda. Avrei dovuto testarlo prima su un gatto randagio.

CREDITS
Immagine di copertina