Guerre, carestie, epidemie, riscaldamento globale, disastri ambientali, scomparsa delle specie. Sono sempre temi all’ordine del giorno, così come piaghe sociali quali la povertà, la corruzione, la criminalità, il sessismo, il negazionismo, il razzismo e la discriminazione in genere: si potrebbe andare avanti all’infinito a elencare le problematiche che segnano la contemporaneità. Nella maggior parte dei casi tuttavia, ci sembrano questioni lontane dalla nostra quotidianità e, soprattutto, complice anche una politica sempre più ridotta a mera propaganda, ci sembrano spesso irrisolvibili, poiché l’unico modo per farvi fronte sarebbe uno sforzo globale coordinato: pura utopia. Nonostante pendano come una spada di Damocle sulle nostre teste, queste problematiche ci consentono di andare avanti con la nostra vita di tutti i giorni (più o meno, come stiamo avendo modo di constatare in questi mesi), almeno fino a quando non ci mettiamo a progettare a lungo termine. In un’epoca in cui le certezze tendono a sgretolarsi rapidamente, è possibile pensare a un futuro per il pianeta Terra?

Le disastrose previsioni degli anni Settanta

La mancanza di fiducia nel futuro non è certo un tema nuovo. Senza soffermarsi sulle più disparate teorie riguardanti la fine del mondo, basta dire che alla prima Giornata mondiale della Terra, il 22 aprile 1970, il premio Nobel per la medicina George Wald dichiarò che la civiltà sarebbe terminata entro venti, trent’anni al massimo. Secondo Paul Ehrlich, biologo, c’erano al massimo ancora due anni di tempo per poter invertire la rotta e tentare di salvare il pianeta. Denis Hayes, il coordinatore nazionale della Giornata, sosteneva poi che fosse comunque ormai troppo tardi per provare a combattere la fame nel mondo. Pochi anni dopo, sulla rivista Life veniva riportato che entro il 1985 l’inquinamento atmosferico avrebbe ridotto di circa la metà la quantità di luce solare che arrivava su pianeta.

Per l’Italia gli anni Settanta sono stati un periodo di grandi riforme e di relativa agiatezza economica, nonostante la crescente paura per il terrorismo. A livello globale, però, le condizioni erano piuttosto disastrose: la povertà estrema, gravata dalle continue carestie, riguardava quasi metà della popolazione mondiale; inoltre, le guerre in Africa, Medio Oriente, America Latina e Sud-Est Asiatico non facevano altro che peggiorare la situazione, così come la mancanza di qualsiasi tutela nei confronti dell’ambiente.

I miglioramenti ottenuti

Nonostante tutti i dati e le previsioni tratte da questi facessero presagire il peggio, le condizioni di vita sul pianeta Terra sono innegabilmente molto più favorevoli oggi rispetto a cinquant’anni fa. L’aspettativa di vita media globale è passata dai 53,6 anni del 1960 ai circa 72 attuali: risultato dei miglioramenti in fatto di igiene e nutrizione, ma anche dei vaccini e degli antibiotici sviluppati grazie al progresso scientifico, qualsiasi cosa ne dicano no-vax e negazionisti. Questi stessi fattori hanno contribuito ad abbassare la mortalità per parto, che in alcune regioni asiatiche si è ridotta addirittura del 60% rispetto a soli vent’anni fa. Il miglioramento delle tecniche di coltivazione ha inoltre fatto sì che la produzione alimentare superasse lo sviluppo demografico, tanto che oggi, secondo l’ONU, solo una persona su nove è denutrita, nonostante il notevole aumento demografico. Se poi nel 1970 metà dei paesi in America Latina era senza luce, oggi la popolazione con accesso all’elettricità è circa l’88,9%, grazie anche a soluzioni alternative che hanno consentito di portare la corrente nelle zone rurali più povere. Allo stesso modo, molte più persone oggi hanno un maggior accesso all’acqua potabile, grazie agli investimenti fatti in pozzi e tubature controllate. In ultimo, un notevole cambiamento è avvenuto anche nell’ambito dell’istruzione: si è passati dai 4,7 anni di scolarizzazione media globale degli anni Cinquanta ai quasi 9,5 attuali.

Uno sforzo per il futuro è necessario

Tuttavia, questi dati non ci devono trarre in inganno ed è necessario guardare l’altro lato della medaglia, quello peggiore. Nonostante il benessere dell’umanità sia innegabilmente migliorato, in molte zone quali Siria e Afghanistan i conflitti sembrano ancora molto lontani da una possibile risoluzione. Anche i miglioramenti riguardanti il benessere della popolazione globale poi, non sono stati affatto uniformi: sono ancora milioni le persone che vivono in condizioni di estrema povertà. La situazione è inoltre estremamente negativa se si guarda all’ambiente: il cambiamento climatico sta provocando danni incalcolabili alla flora e alla fauna terrestri. I problemi dunque non scompaiono, semplicemente cambiano: e se le istituzioni si rivelano inadatte a fronteggiarli, sta a ognuno di noi decidere di volta in volta come affrontarli. Se c’è una cosa che però le pessimistiche previsioni degli anni Settanta devono insegnare, è che le previsioni stesse non sempre si rivelano azzeccate.

 

FONTI

Charles C. Mann, Nuove sfide per tutti noi, in National Geographic Italia, vol. 45, n°4, aprile 2020