In estate, seppur passata un po’ in sordina, si è svolta una battaglia legale importante fra Trump e alcune delle massime università americane: l’amministrazione del presidente, infatti, ha emanato a luglio un provvedimento per “espellere” tutti gli studenti internazionali dal suolo americano, se gli atenei cui sono iscritti avessero  previsto solo lezioni a distanza per il prossimo anno. Il meccanismo è apparso subito incredibilmente crudele e immotivato: lo studente che ha sempre frequentato il campus e le aule di, mettiamo, Harvard, si sarebbe visto revocare il visto per il soggiorno, sarebbe dovuto tornare nel proprio Paese e avrebbe dovuto seguire lezioni in streaming, con tutte le problematiche del fuso orario e della grave perdita in termini di esperienza personale e culturale. E quali perdite per le università? 40 miliardi, sembrerebbe.

Anche per l’apparenza esorbitante di questa cifra Harvard e M.I.T. hanno presentato ricorso legale, aprendo la sfida con il governo: hanno denunciato l’amministrazione Trump, accusandola di minacciare le vite di decine di migliaia di studenti internazionali, oltre che la salute pubblica. Alla loro azione legale si è aggiunta a ruota la Johns Hopkins di Baltimora seguita da molti altri atenei che hanno dichiarato di voler offrire supporto legale allo sforzo.

Lawrence Bacow, presidente di Harvard, ha commentato così: “l’ordine è arrivato senza alcun preavviso, la sua crudeltà superata solo dalla sua irresponsabilità. Appare concepito per mettere pressione di proposito su college e università affinché aprano le classi nel campus per lezioni di persona in autunno, senza riguardo per le preoccupazioni per la salute e la sicurezza di studenti, insegnanti e altri”. Poco dopo la seduta, in cui sono state sentite Harvard e M.I.T., Trump ha twittato che avrebbe ordinato al Dipartimento del Tesoro di riesaminare lo statuto di esenzione dalle tasse e i fondi delle università, aggiungendo che troppe impartiscono “un indottrinamento radicalmente di sinistra, non un’educazione”.

La tensione è stata altissima, e i danni potenziali inimmaginabili: le università di eccellenza sono da sempre una delle punte di diamante degli Stati Uniti, attraggono ogni anno circa un milione di studenti internazionali. Il rischio era che le nuove regole sui visti di immigrazione scoraggiassero nuovi potenziali studenti dal frequentare università americane: soprattutto se questi studenti arrivano da Paesi come Siria o Etiopia, in cui guerre civili e crisi umanitarie rendono impossibile per chiunque accedere a internet, se non per brevi stralci di tempo. Eppure, il commento di Kenneth Cuccinelli, ministro a interim della Sicurezza domestica, sembrava ignorare completamente qualsiasi problematica connessa alla decisione di revocare il visto: “se non sono veri studenti o sono al 100% online”, ha detto, “non hanno motivo per restare qui. Devono tornare a casa e poi tornare quando le scuole riaprono”.

La stretta sui visti è apparsa tanto più crudele in un momento di difficoltà generale come questo, e soprattutto dopo il periodo in cui gli studenti internazionali avevano goduto di una certa flessibilità sui semestri primaverile e estivo, dovuta alla crisi sanitaria. Molti, è vero, erano già stati costretti a rientrare a casa, ma altri erano riusciti a restare in America con un enorme sforzo economico: per la retta dell’ateneo, per la sistemazione abitativa d’emergenza, per il sostentamento e, talora, per le spese sanitarie. Infatti, in quanto stranieri, gli studenti internazionali non hanno diritto a fondi federali per il soccorso anti-pandemia. La speranza era che la crisi economica e i moti nazionalisti sempre in subbuglio non arrivassero a far collassare un sistema educativo ai massimi livelli e a mettere a repentaglio l’istruzione e la vita di migliaia di ragazzi.

La vicenda ha avuto un lieto fine per Harvard e le altre università: poco dopo la loro udienza le autorità federali per l’immigrazione hanno fatto sapere di aver accettato di ritirare la direttiva del 6 luglio, e che avrebbero garantito il ritorno “allo status quo”. Alla fine, il fronte comune formato da almeno quaranta università è riuscito a indurre Trump al dietro front: un sospiro di sollievo per 373.000 studenti che questo semestre potranno restare nel proprio ateneo.