Il volto di un uomo è la sua autobiografia. Il volto di una donna è la sua opera di fantasia

Oscar Wilde 

Fin dalla sua uscita nel 2006 Il diavolo veste Prada è diventato un cult per gli appassionati della moda. La sequenza più appagante per lo spettatore è forse quella della trasformazione di Andy da creatura informe e goffa a divina portatrice dello spirito del fashion. Per un paio di gratificanti minuti vediamo Anne Hathaway zompettare per Manhattan in tacchi alti e meravigliosi abiti. 

Il diavolo veste Prada non è l’unico esempio di una trasformazione radicale avvenuta sullo schermo. Per la gioia degli spettatori Audrey Hepburn è passata da ingenua figlia di un autista a femme fatale parigina in Sabrina (1954) e da timida bibliotecaria a modella in Cenerentola a Parigi (1957). Negli anni ottanta è il turno di Melanie Griffith, il cui personaggio in Una donna in carriera (1988) sembra essere il precursore di Andy. Forse ancora più bella di quella de Il diavolo veste Prada è la sequenza della trasformazione di Julia Roberts in Pretty Woman (1990). 

Questi sono solo alcuni esempi di prima e doponel mondo del cinema. È chiaro che una grande componente del successo di questo paradigma è il piacere visivo provocato da un susseguirsi di meravigliosi outfit eleganti e costosissimi. Ma il topos del “brutto anatroccolo” non può ridursi a una passeggiata in via Montenapoleone per vedere le vetrine. La trasformazione esteriore è il punto di svolta. Dopo di essa per la protagonista cambia tutto. Ha successo sul lavoro, ritrova la sua sicurezza, scopre di essere una persona diversa e trova l’amore. E lo spettatore partecipa del suo successo. 

Molti programmi tv hanno fatto leva sul desiderio di trasformazione del pubblico. Senza scomodare gli infiniti show di makeover anglosassoni basti ricordare Buccia di banana condotto da Giusi Ferré e il famigerato Ma come ti vesti?!, nel quale dal 2009 Enzo Miccio e Carla Gozzi tentano di salvare, tra un melodrammatico svenimento e l’altro, il guardaroba di una povera sventurata. 

Ecco quindi spiegato il successo del paradigma del “prima e dopo”. Da una parte il piacere estetico della vista di abiti bellissimi, dall’altro il sogno di successo che lo spettatore vive per interposta persona, attraverso l’immedesimazione con la protagonista. Attraverso questo paradigma viviamo il nostro “sogno di Cenerentola”, in cui basta vestirsi da principessa per esserlo e sposare il principe azzurro. Tutti i film citati hanno infatti una qualche affinità con la favola di Cenerentola, fata madrina compresa (Nigel in Il diavolo veste Prada e il direttore dell’albergo in Pretty Woman). 

A questo punto il tutto si riconduce a una mera fantasia. L’illusione di avere tutto dalla vita semplicemente cambiando il proprio aspetto esteriore sembra infantile e superficiale. Ma forse qualcosa di reale in fondo c’è. Il proverbio “l’abito non fa il monaco” talvolta può non rivelarsi veritiero, specialmente per le donne. John Berger, uno dei massimi intellettuali inglesi del Novecento, riteneva che lo sguardo fosse una componente fondamentale della teoria di genere. Per lui “la presenza di un uomo dipende dalla promessa di poter che egli incarna”, mentre quella della donna “esprime l’atteggiamento che ella ha verso se stessa, e definisce ciò che le si può e non le si può fare”. Ecco dunque che l’aspetto esteriore di una donna assume un’importanza che va oltre il mero criterio estetico. Ritroviamo questa teoria nel diverso atteggiamento con cui viene trattata la protagonista di Pretty Woman da parte delle commesse di un negozio di lusso della Rodeo Drive. Quando Vivian entra per la prima volta in abiti volgari viene scacciata in malo modo, mentre quando vi ritorna con un elegante abito bianco viene accolta con cordialità. 

Secondo Berger “la donna deve guardarsi di continuo. Ella è quasi costantemente accompagnata dall’immagine che ha di se stessa.” Se la società ha decretato che il parametro con cui giudicare ciò che è lecito o non lecito fare in presenza di una donna è il suo aspetto, risulta quantomeno ipocrita relegare il paradigma del “prima e dopo” a una frivolezza del pubblico femminile. 

La teoria di Berger, per quanto valida a livello storico, sembra oggi forse eccessiva. Con il progresso dei movimenti femministi e il progredire della società, affermare che una donna vada giudicata in base all’aspetto è a dir poco reazionario. Ciò non toglie che il retaggio culturale di questa visione permane tuttora e il longevo successo del topos del “brutto anatroccolo” ne è una prova. 


FONTI

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Luca Ciabarri, Cultura Materiale. Oggetti, immaginari, desideri in viaggio tra mondi, Raffaello Cortina Editore, 2018, pp. 126-128

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