Il clima in Mali era incandescente già da diverso tempo e il presidente Keita si è impegnato ben poco per evitare ciò che era immaginabile: il golpe militare. Il movimento di protesta maliano chiedeva a gran voce le dimissioni del presidente già da diversi mesi e ha dimostrato in diverse occasioni di avere grande capacità di mobilitazione.
Riavvolgiamo però il nastro degli eventi.

La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cédéao), consapevole della situazione esplosiva nel territorio, si è spinta a proporre la creazione di un governo d’unità nazionale. In più, ha richiesto la ripetizione del recente voto perché ritenuto invalidato (non a torto) da brogli e corruzione. Di fatto, sin dalle prime manifestazioni, la piazza è stata coerente con le sue richieste. Si esigeva un governo di transizione guidato da un primo ministro che fosse espressione di quanto manifestato dal loro movimento. Mesi di proteste però sono state accompagnate da un sostanziale immobilismo presidenziale, tale da rendere inevitabile il colpo di stato.

Il colpo di stato regola la scena politica

Non si tratta di una decisione maturata in poche ore ma di una conseguenza dettata da una crisi sociale, politica ed economica che si protrae dal 2012. Nel marzo di quell’anno infatti un colpo di stato ha fatto cadere il governo dell’epoca, guidato da Amadou Toumani Touré, lasciando il potere in mano a Amadou Haya Sanogo, personaggio politicamente marginale. Motivo del cambio al vertice è stato l’instabilità delle regioni nordiche, al confine con Niger e Algeria, cadute sotto il controllo di ribelli e jihadisti. Keita, politico già molto conosciuto, è stato eletto presidente un anno dopo con l’obiettivo di combattere la corruzione dilagante. L’aspettativa è stata però ampiamente disattesa, anzi, l’accusa mossa da centinaia di manifestanti è stata proprio quella di aver truccato le ultime elezioni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il rapimento del leader dell’opposizione Soumaila Cissé a tre giorni dal voto.

Il nostro paese sprofonda ogni giorno nel caos, nell’anarchia e nell’insicurezza a causa degli uomini responsabili del suo destino”. Questo è un breve estratto del comunicato letto in diretta televisiva durante la notte del colpo di stato, il 18 agosto. A ciò si aggiunge l’accusa pubblica di clientelismo politico, gestione familiare degli affari di stato e infine spreco e furto delle risorse pubbliche. L’attuale presidente è stato arrestato e le dimissioni sono arrivate pochi giorni dopo, con conseguente rilascio.

Gli ufficiali hanno poi dichiarato la volontà di arrivare a elezioni libere il più in fretta possibile, restituendo il potere ai civili. Il vero problema però è un altro, vale a dire la sostanziale assenza di figure politiche carismatiche. L’attenzione di tutti ora è puntata su Mahmoud Dicko, imam conservatore, visto come interprete del movimento di protesta, l’M5. Egli è supportato internamente da Haidara, autorevole figura religiosa, e all’estero dal Qatar.

Ibrahim Boubacar Keïta

Le reazioni internazionali

La condanna al golpe non è tardata ad arrivare e vede allineato tutto il fronte occidentale, capitanato dalla Francia, impegnata attivamente nella regione dal 2013. I Paesi vicini al Mali si sono subito mossi chiedendo un ritorno del presidente, minacciando sanzioni in caso contrario.

Si tratta di una richiesta poco realistica rispetto a quanto si sta verificando. In questo momento, infatti, esercito e movimento di piazza costituiscono un fronte unico a favore di un netto cambio di vertice. Non è però il solo punto in comune tra le due parti: sia l’esercito che la popolazione chiedono che le forze internazionali attualmente schierate lascino il paese. Il riferimento è dunque alle missioni ONU e le truppe francesi, impegnate in più missioni contro il terrorismo. Fonti interne parlano anzi di un possibile contatto con i leader del nord; per la prima volta gli islamisti potrebbero ottenere un appoggio politico nella regione del Sahel.

Condanne nel modo, non nella sostanza

Parigi è tra quanti richiedono un ritorno all’ordine costituzionale dal momento che il presidente aveva già perso credibilità, in particolar modo per quanto riguarda la lotta al terrorismo jihadista. Ciò che merita di essere sottolineato tuttavia è che si sta parlando di un golpe verificatosi senza spargimento di sangue. Sono numerose infatti le voci che, oltre una condanna di facciata per la metodologia utilizzata, invitano a “cogliere l’occasione per garantire al paese di avviare una vera transizione”, parlando invece in termini negativi di un possibile ritorno allo stato precedente.

Meno conciliante il punto di vista degli altri stati africani: l’ECOWAS (la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) ha deciso per la sospensione del Mali dall’organizzazione. Inoltre ha decretato la chiusura dei confini terrestri e aerei e l’interruzione di ogni relazione commerciale (esclusi i prodotti di prima necessità per il Covid-19) e finanziaria. “Se possiamo considerare la questione del rilascio di IBK risolta, non è lo stesso per quella del ritorno all’ordine costituzionale che presuppone che tutti i soldati tornino in caserma”. Con queste parole ha aperto il discorso Mahamadou Issoufou, presidente nigerino e attuale presidente dell’Ecowas.

Pochi giorni dopo il colpo di stato, l’Unione Europea ha ufficialmente sospeso le operazioni di addestramento in Mali. Decisione confermata poi da Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. Ha poi specificato che le truppe resteranno sul territorio in quanto si tratta di una sospensione temporanea.

FONTI

Un golpe che apre la strada ai jihadisti nel Sahel – Tara O’Connor, Internazionale 1373, pp. 22- 23

Internazionale.it

analisidifesa.it

ispionline.it

africarivista.it