I dialetti sono uno dei frammenti più preziosi della nostra cultura: non dobbiamo rischiare di dimenticarli o perderli

Noi millennials, c’è da dirlo, non siamo quasi più abituati a parlare il dialetto. Siamo forse abituati ad avere cadenze dialettali, a fare ricorso ad alcuni termini locali ma, di certo, non parliamo lo stesso dialetto dei nostri nonni o bisnonni. Già la generazione dei nostri genitori è andata progressivamente prendendo le distanze dal dialetto: la scuola, ma soprattutto la televisione, hanno giocato un ruolo fondamentale nella diffusione della lingua italiana.

Quando i nostri nonni raccontano gli episodi in cui, da giovani, si trovavano a parlare con persone provenienti da regioni diverse e che parlavano quindi dialetti diversi e faticavano a comprendersi, dobbiamo credergli. Il riferimento all’italiano come lingua comune è esito della diffusione di radio, televisione ed istruzione scolastica, non certo dell’Unità d’Italia. L’Italia è infatti una nazione unitasi di recente rispetto ad altri Paesi. L’Unità ha portato con sé un mescolarsi non solo di culture e tradizioni, ma anche e soprattutto di dialetti. L’obiettivo di una lingua comune, nonostante fosse stato perseguito dall’opera di alcuni autori anche precedentemente rispetto all’Unità (si pensi a Manzoni), è diventato di primaria importanza solo dall’Unità d’Italia in poi. E ce ne è voluto di tempo prima che i nuovi italiani si sentissero, effettivamente, “italiani” e non appartenenti al “Regno di Sicilia”, “Regno di Sardegna” e così via.

Tenendo a mente questo scenario, non può sfuggire quanto sia essenziale conservare i dialetti, che sono frammenti di storia, cultura e tradizione a tutti gli effetti, tanto quanto lo sono i musei, i libri di storia e le testimonianze. È dunque fondamentale capire cosa sono i dialetti. A tal proposito, è efficace citare un articolo di Oggi Scienza, che recita:

Dal punto di vista della linguistica non è corretto considerare i dialetti d’Italia come semplici volgarizzazioni della lingua nazionale di base toscana: si tratta, infatti, di idiomi che si sono formati in maniera parallela a partire dal latino. Li si potrebbe definire “fratelli” dell’italiano. È il caso, per esempio, di napoletano, siciliano, abruzzese, milanese, piemontese e veneto, che si sono sviluppati autonomamente dal latino, senza passare dall’italiano.

dialetti
L’immagine è stata realizzata da Leonardo Gasperini e ritrae uno squarcio di uno di uno dei borghi più belli d’Italia: Castel San Pietro Romano. Castel San Pietro è anche tra i borghi più belli del Mediterraneo 2019-20.

Se la lingua rappresenta l’identità di un popolo, è ovvio che i dialetti non fanno altro che rappresentarne le infinite e coloratissime sfumature. Se non prestiamo attenzione alla tutela dei dialetti, cosa accadrà quando la generazione dei nostri nonni non avrà più voce? Rischieremmo di perdere una parte di quello che siamo, della nostra identità, di ciò che siamo stati. Rischieremmo di essere appiattiti dalla globalizzazione, che divora ogni giorno un pezzetto delle diversità che ci contraddistinguono e, per quanto da una parte ci interconnetta, purtroppo, dall’altra, ci uniforma.

L’Italia, a partire dal 1997, tutela i suoi dialetti attraverso la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali. Oltre alle iniziative nazionali, è importante riflettere su quanto la tutela delle lingue del territorio debba trovare terreno fertile proprio nel territorio. Molti paesi e borghi d’Italia, grandi e piccoli, stanno recentemente iniziando a mettere per iscritto i propri dialetti.

A tal proposito, in occasione della presentazione del libro Dialettando, libro scritto in dialetto labicano e realizzato dagli abitanti di Labico, piccolo Paese in provincia di Roma, si è riflettuto sul perché sempre più frequentemente si stiano diffondendo iniziative volte alla tutela del dialetto. Come ha infatti ben spiegato il Professor Gianmaria, ricercatore dell’ISALM (Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale):

Noi oggi non parliamo più dialetto. Se anche riuscissimo a ricostruire il dialetto, non sarebbe lo stesso. L’italiano si è diffuso non grazie alla scuola, né grazie alle grandi strutture di massa, ma grazie alla televisione.  È la televisione che ha sancito il passaggio dal monopolio del dialetto al monopolio della lingua italiana. Per questo, il dialetto di oggi, non è il “vero”, antico dialetto, ma è una sorta di metalinguaggio. E non è un caso se, ad oggi, non ci sia un Paese che non abbia studi sul dialetto. Questo fenomeno nasce perché c’è uno spirito nuovo, legato alla riscoperta delle comunità locali. È una sorta di reazione ai fenomeni macronazionali, internazionali e, ancora di più, globalizzanti.

L’abbandono del dialetto è storicamente inevitabile, ma nel momento in cui la prospettiva si allarga, il dialetto può e deve essere conservato come arricchimento del patrimonio e dell’identità culturale. I dialetti non possono però abbracciare la globalizzazione. Tale fenomeno, a ben guardare, non riguarda solo il dialetto: avviene anche con le lingue del mondo. Quanti vocaboli stranieri fanno parte della nostra quotidianità? Perché diciamo “fitness” al posto di “ginnastica”, o “smart working”, o “outfit”? Semplicemente perché la nostra prospettiva si allarga, diventa più globale. Semplicemente perché quei termini rispecchiano in modo più preciso l’idea che abbiamo bisogno di esprimere.

I dialetti, potremmo dire, “non bastano più”, nel senso che non ci permettono più di gestire la vastità degli orizzonti e la larghezza di vedute che contraddistinguono la nostra epoca. Ma i dialetti sono così belli proprio perché intrattengono un legame speciale con il territorio che ha dato loro vita. Un legame talmente forte e insolubile che finisce, inevitabilmente, per limitarli al territorio. Custodirli come se fossero opere d’arte è doveroso: squarci di un’epoca in cui la globalizzazione non c’era, e la pizza si mangiava solo in Italia, la carbonara solo a Roma, la cotoletta solo a Milano e la baguette solo in Francia.


CREDITS
Le immagini sono state tutte realizzate da Leonardo Gasperini (profilo Instagram qui), che ringrazio di cuore