Uno spettro si aggira per il mondo, lo spettro del capitalismo

Cosmopolis (2012) – acclamatissimo film di David Cronenberg, tratto dall’altrettanto applaudito romanzo di Don DeLillo – dissemina qua e là nel racconto questa frase, a mo’ di etichetta. Questo facile richiamo al Manifesto di Marx e Engels, scontato sia dal punto di vista creativo che da quello erudito, risplende in realtà di questa stessa banalità, irraggia una poesia scontata e tautologica che dà vita e senso ad uno dei capolavori del cinema politico contemporaneo.

In questo articolo cercheremo di capire in che modo Cosmopolis, nella sua preziosa e impareggiabile disamina dello spirito culturale del tardo capitalismo, conquisti la sua forza cinematografica e politica nell’abbandono dell’immagine del “nemico”, del “golem” e dell’“avversario”, in riferimento al Capitale, rinunciando alle categorie del duello e della rivalità. La lotta ideologica si svolge piuttosto sul terreno di una “caccia alle streghe”: il Capitale è un fantasma, una presenza immane, tuttalpiù un virus che infesta ogni singola particella del nostro presente. La guerra non è campale, terrena, ma in un certo senso metafisica, un conflitto titanico (ma lucidissimo e consapevole) contro lo spirito del nostro Mondo: non l’omicidio di qualcuno, non la rottura di qualcosa, ma la disinfestazione di un ambiente, di un sistema putrefatto.

Uno spettro si aggira per Manhattan, ed è lo spettro di Eric Packer, un ventottenne miliardario che ha costruito la sua grandissima fortuna sul suo genio finanziario e sulla sua creatività speculativa. Il volto è quello di un Robert Pattinson da poco noto al grande pubblico per l’interpretazione dell’affascinante e glaciale vampiro di Twilight. Il passaggio dal blockbuster adolescenziale alla tragedia socio-politica è tutt’altro che trascurabile: il grigio volto belloccio di una figura giacomettiana viene sublimato, colto nei suoi connotati universali e legati alla manifestazione estetica della società del tardo Capitale. In altre parole, il freddo e levigato spilungone viene preso come modello in grado di rispecchiare la freddezza, la piattezza e il fascino asettico di un mondo colto nel bel mezzo di una grigia e silenziosa apocalisse.

Assistiamo, per almeno tre quarti del film, alle lunghe scarrozzate in limousine del giovane capitalista, il quale – per un capriccio che forse comprenderemo alla fine della pellicola – impone all’autista e alle sue guardie del corpo di attraversare la città per andarsi a far aggiustare il taglio di capelli. L’ostinazione resiste convintamente alle sollecitazioni a rinunciare del capo della sicurezza, che fa notare come il traffico della città sia completamente bloccato a causa di eventi come il passaggio del presidente, manifestazioni no global e minacce alla persona stessa di Eric – tutti eventi sistematici ma non necessariamente collegati tra loro, sintomi evidenti di un collasso antropologico e sociale dovuto alla forzosa conservazione di un sistema insostenibile.

Ma Eric dimostra di accorgersi a malapena di ciò che accade nel mondo reale e continua a sedere, indisturbato e irremovibile, al centro del suo mondo artificiale. Accomodato su un sedile che assomiglia a un trono o a una plancia di comando, continuamente impegnato a digitare su due touchscreen annessi ai braccioli, riceve nella sua macchina/ufficio una serie variegata di ospiti, che vanno dai giovanissimi, adolescenti co-fondatori della sua società finanziaria ai consulenti artistici, ai consulenti filosofici, ai medici. Ciascuno di loro, spesso involontariamente, sembra dovere la sua unica ragione di vita a nutrire il narcisismo di Eric, i suoi vizi e le sue prepotenze, come se ognuno di loro fosse il demone di ognuno dei “peccati” dell’abominio esistenziale Eric Packer, colui che è lo Cthulhu a rappresentanza dell’apocalisse capitalista.

Con alcuni, con molti di loro, intrattiene rapporti sessuali animaleschi, superficiali e privi di emozione. La sua violenta dipendenza dal piacere erotico è pari solo alla sua insaziabile fame di cibo spazzatura. Come ogni personalità oscura, poi, come i tiranni e i serial killer, c’è il demone della paranoia: il timore compulsivo che il suo network finanziario non sia sicuro, con il quale ossessiona l’imberbe co-fondatore della società – una delle due sprovvedute facce da college che già si ritengono “troppo vecchi” per il loro lavoro, per un mondo fondato sull’accelerazione spasmodica e sull’invecchiamento precoce di tutto, ad eccezione del sistema che tutto mette in moto. C’è poi l’avidità del possesso, di un bisogno megalomane di ammassamento e ladrocinio che lo porta a pretendere di acquistare e rimontare in casa sua l’inestimabile Cappella Rothko di Houston, e questo solo per il puro gusto di una sottrazione del bene pubblico al pubblico dominio, dell’incomprensibile furia mercificante del bollare tutto il mondo con un “mio”.

L’appuntamento decisivo è quello con il medico. Il bisogno possessivo, il capriccio e la fame sono le passioni, i demoni di Eric attraverso i quali finora abbiamo tracciato l’oscura figura di questo uomo-Capitale. Ora, in aggiunta, interviene anche una folle paura della morte. Non si tratta di un timore razionale e ragionato per ciò che viene alla fine della vita, e nemmeno di un “essere per la morte”, che con Heidegger sappiamo essere una forma di vita autentica e pienamente consapevole della nostra finitezza. Qui si tratta piuttosto di una smania nichilista, di un terrore di esaurire droghe ed illusioni e di fare i conti con la natura nel suo momento decisivo, quello della fine, del dissolvimento che accomuna ogni reale e distrugge ogni simulacro. Si tratta di un incontrollabile, animalesco ed irriflesso attaccamento alla vita biologica e alle sue estensioni capitalistiche. Per comprendere questo passaggio dobbiamo capire come è costituito il mondo artificiale in cui Eric Packer e i suoi simili vivono santamente, isolati come gli dèi di Epicuro, ma alle pesanti spese del mondo reale.

Quello dei Packer è un mondo di flussi, codici, algoritmi e transazioni, complessità irrisolvibili e frenetiche che negano ogni forma di ordine e di controllo su di esse. Eric, che nel suo borioso narcisismo aveva creduto di saper trovare un senso al significato di questo mostro incomprensibile, compie un errore nella previsione dell’andamento dello yuan cinese e perde decine di milioni di dollari. Un accidente che avvelena la sua psiche ed inquina le sue convinzioni. Non si tratta infatti di aver perso una cifra assolutamente gigantesca, ma relativamente irrisoria, della sua ricchezza personale, bensì di aver visto vanificare la sua illusione di potenza sull’imprevedibile divenire del cyber-capitale. La sua ideologia – che Eric stesso sembra non capire, ma possedere nel subconscio – è perfettamente espressa da un altro ospite della limousine, la consulente filosofica.

cosmopolis

Il cyber-capitale, ci spiega questo nuovo demone, è il famelico ultimogenito del matrimonio tra Capitale e tecnologia, nell’orizzonte del quale il libero mercato impone sulla Terra una dittatura delle zepto- (10-21) e degli yocto-secondi (10-24) in cui scompare ogni forma di presente e di passato, poiché si afferma la logica di un velocissimo futuro eternamente distruttivo, una spirale irrequieta di oblio e devastazione dei tempi “normali” della vita e della cultura. Eric è convinto di sapersi muovere tra le galassie di questo multiverso e di aver trovato una razionalità che gli permetta di evolversi dentro e insieme ad esso. Egli osserva che non c’è speranza per le proteste e i lamenti del 99% della società, giacché questi sono presto dimenticati e riassorbiti nella cinica operazione schiavile e selettiva del Capitale finanziario.

È qui che tuttavia interviene l’imprevisto, il clinamen che riconduce Eric alle debolezze e ai limiti dell’umanità reale, l’antibiotico che progressivamente vanifica il suo mondo di artifici e bugie neoliberali. La paura della morte di cui prima si diceva porta Eric a sottoporsi quotidianamente ad un check up ad opera dello stesso medico. Capita tuttavia che un sostituto prenda il posto del dottore e riscontri un’asimmetria della prostata del giovane miliardario. Nonostante, come verrà rivelato verso la fine del film, questa leggera anomalia non sia affatto motivo di rischio di morte o malattia, il perfetto e levigato Eric Packer, padrone paranoico della sua smania di controllo, vede in questo squilibrio fisiologico un segno di allarme e vulnerabilità.

È così che l’occasione di un’imperfezione assume quasi le forme di un ricordo d’infanzia, un flashback della vita vera, un’impressione di genuina umanità che fa crollare il palco della messinscena. La vulnerabilità fa scoprire ad Eric la sua finitezza, la sua impotenza, facendo vacillare le sue certezze e consegnandolo non direttamente al collasso, all’implosione, ma innanzitutto a un lento e tedioso vagabondaggio. Egli stabilisce un rapporto tra la sua asimmetria prostatica e l’incapacità di prevedere le oscillazioni dello yuan, trovandosi per la prima volta nella sua vita (è figlio di genitori ricchi) di fronte alla mancanza di razionalità del suo ambiente. Pretendendo di surfare su uno tsunami, il giovane modello di perfezione vacilla leggermente e cade dalla tavola, finendo sommerso da un mostro economico, finanziario, politico e culturale che in realtà non conosce vere gerarchie e gradi di perfezione, ma solamente devastazioni sistematiche del 99% e attribuzione largamente immeritata di brevi, sfiguranti e crudeli fortune all’1%.

Eric Packer vaga per la città perdendo man mano i suoi vestiti, distruggendo la sua macchina/ufficio, imbrattandosi di crema pasticcera ed indossando uno sciagurato taglio di capelli su sola metà testa. Uccide un uomo, altrettanto gratuitamente tenta di compiere un altro omicidio, ma è proprio qui, nelle magnifiche scene finali del film, di fronte alla sua nemesi Benno Levin, che il vagabondaggio del fantasma incatenato si rispecchia definitivamente nella crisi del capitalismo e si consegna quasi volontariamente al collasso.

Benno è un ex dipendente di Packer, ingannato dai sogni di successo del dinamico cyber-capitalismo ma presto condannato al fallimento e alla frustrazione. Benno è il doppio di Packer, la sua ombra, e il dialogo tra i due è possibile, risolutivo, perché entrambi si trovano in uno stato di autoispezione e riflessione sul proprio collocamento all’interno di un mondo che (ora) sanno essere artificiale. Entrambi legati dal filo della disarmonia, espressa in entrambi i casi da un’asimmetria prostatica, Eric e Benno si trovano impegnati nel discorso, nella lotta dialettica definitiva tra gli onori e le miserie del capitalismo, tra il privilegio e lo sfruttamento che rispettivamente rappresentano. La miseria di Benno è l’ombra corrosiva del successo di Packer.

«Volevo che tu mi salvassi». Sono queste le ultime parole del film, pronunciate da Benno, il quale sta per consumare l’omicidio di un Eric che, dalla paura alla rincorsa della morte, sembra voler rappresentare l’agnello sacrificale a rappresentanza poetica di quella celebre teoria marxiana: il capitalismo collasserà per colpa delle sue stesse contraddizioni, scoprendo nel feticcio della propria “libertà” una crudele e imperdonabile anarchia, che lo condannerà alla crisi definitiva, al collasso. Benno, “il suicidato della società”, per dirla con Artaud, aveva sperato che un mondo costruito per un’altra classe sociale e per il suo bisogno di allucinazioni potesse includerlo in quello che veniva propagandato come un sogno di ricchezza, libertà e benessere, laddove tuttavia una cultura deregolamentata del profitto privato andava distruggendo la speranza di una crescita sociale condivisa e le possibilità di una rappacificazione tra classi.

Tutto questo è ciò che, effettivamente, è successo almeno a partire dagli anni ’80. Politiche di deregolamentazione, tagli fiscali mastodontici, sfruttamento neo-colonialista del Terzo Mondo e distruzione della dialettica tra “padroni” e “salariati” a vantaggio dei primi hanno portato al predominio economico, politico e culturale di un capitale finanziario – assistito dallo sviluppo, anch’esso incontrollato, delle tecnologie digitali – che è scaturito in una globalizzazione in grado di infettare ogni diritto, ogni visione inclusiva del mondo e ogni aspirazione democratica. La tragedia sociale di Cosmopolis è la rappresentazione delle illusioni, della violenza e delle mistificazioni di un Capitale pienamente, storicamente sguinzagliato, su cui la gente e le democrazie non hanno più controllo, protestando senza riscontri e “senza senso” al di fuori delle limousine dei Packer, i cannibali che nutrono il loro mondo artificiale e il loro insostenibile benessere di classe con il sangue del nostro.

Cosmopolis è un film parlato fino allo sfinimento, un susseguirsi di discorsi senza azione e deliri senza meta che rendono incomprensibile la ricchezza di Eric e demoniache le sue allucinazioni. L’azione, la concretezza sono impossibili in un mondo che ha perso la sua realtà, un mondo che, condannato al suo “realismo capitalista” e ad un’apocalittica “fine della storia”, viene posseduto da un fantasma che lo immobilizza e lo costringe ad una duplice dannazione: il paludamento e la morte del sentimento. Quand’è l’ultima volta che avete provato un’emozione piena e naturale, una percezione di senso in ciò che accade nella politica, nei mercati e in casa vostra, l’ultima volta che vi siete riempiti autenticamente del calore di una poesia e dell’abbandono ad una piacevole libertà, ci chiedono Cronenberg e DeLillo.

Cosmopolis, pur nel suo assetato pessimismo, spinge indirettamente alla speranza di un altro mondo, di un’alternativa a un capitalismo arido, sfruttatore e “senza alternative”. La speranza è che, nei suoi limiti, l’ispirazione estetica di un grande film ci consacri a una ricerca etica, alla rivoluzionaria e filantropica fame di notizie, informazioni e dati sulla storia, sulla scienza e sulla tenuta culturale di questa oscura fase della vita delle nostre civiltà. Uno spettro sta infestando la nostra casa e spesso riesce a non farsi riconoscere, sussurrandoci allucinazioni nell’orecchio e premurandosi di non prendere mai le forme di un pesante ed evidente orco, pur condividendone la forza e la crudeltà distruttiva. Prima che il nostro mondo, le nostre democrazie e la nostra Terra crollino sotto le bugie di demoni e spettri, bisogna bonificare la nostra casa e riscoprire la vera umanità.


FONTI

D. Cronenberg, Cosmopolis, 2012

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