“Ho paura, ho paura“. Queste sono le ultime parole di Luigi Pirandello. Dopo, il silenzio. La morte che non non fa sconti, non ha concesso al poeta un ultimo istante per stendere il finale della sua opera. Così I giganti della montagna, un vero e proprio testamento spirituale e artistico, resta incompiuto. Possediamo soltanto la trama, raccontata da Pirandello al fratello poco prima di morire. Secondo alcune indiscrezioni, lo spettacolo si sarebbe rivelato complesso, tanto da lasciare lo stesso autore interdetto sul finale. I giganti della montagna rappresenta infatti un passo avanti, l’ultimo passo, nell’assidua ricerca del drammaturgo siciliano. Una sorta di capolinea, un culmine di creazione. Perciò chi, dopo Pirandello, si cimenta nella messa in scena dello spettacolo, deve tener conto dell’incompiutezza. Numerosi sono i registi che, sulla base del racconto lasciato, hanno azzardato una drammaturgia. Tra questi il risultato più rilevante è stato raggiunto da Giorgio Strehler.

Strehler si approccia a Pirandello per affinità ideologica. Prerogativa del drammaturgo siciliano è una profonda riflessione sulla natura stessa della messa in scena teatrale, quella che in gergo si definisce “riflessione metateatrale“. Anche Strehler è, prima di tutto, un ricercatore, un antropologo della scena. Dunque chi meglio di Pirandello poteva assecondare questa assidua volontà di indagine? I giganti della montagna rappresenta il culmine della riflessione metateatrale pirandelliana, dunque il testo teatrale che, per eccellenza, stimola la fantasia di Strehler. In effetti, ciò è dimostrato dalla triplice ripresa dello spettacolo: 1947, 19661994. Sembra infatti che lo spettacolo accompagni l’intera carriera artistica di Strehler. Egli ritiene I giganti della montagna uno spettacolo estremamente attuale. Ritrova infatti nella condizione disastrata della “Compagnia della Contessa” una profonda somiglianza con la decadenza dell’Italia dopo la guerra. Afferma nelle note di regia:

Non si tratta di “rifare” per chissà quale inesistente comodità, uno spettacolo di un lontano passato. Ma di riaffermare, ancora più tragicamente di sempre con uno spettacolo di oggi, il grande smarrimento che ci circonda. […] I giganti della montagna rappresentano nel “mio” teatro un antico amore. Il copione, dalle pagine leggere e gualcite, dove ritrovo segni misteriosi […]

Ma chi sono questi Giganti? Nonostante Pirandello ne evidenzi la loro esistenza, essi non compaiono mai nello spettacolo. Sono evocati (in modo particolare da Cotrone) come “uomini d’alta e potente corporatura”, figure grandi e misteriose che vivono sulla montagna. Dunque è bene intendere i Giganti in modo metaforico. Rappresentano il potere, il controllo, la governo fisico e metafisico, quel mito radicato nella coscienza umana fin dai tempi più antichi. I Giganti sono le leggi che governano la realtà, quel “fuori” di cui spesso si parla nella commedia. Insomma l’istituzione, i pubblici poteri, tutto ciò che non è in grado (per ignoranza o ipocrisia) di accogliere la Cultura, la Poesia. La Compagnia, e la contessa in particolare, vuole rappresentare “la favola”, ovvero l’opera teatrale, in mezzo agli uomini. Il Teatro deve essere diffuso nella realtà. Ma la realtà, il mondo, è governato dai Giganti. Dunque la Poesia non può uscirne vincitrice.

Il conflitto è rappresentato dai due mondi contrapposti, ben visibili nella regia di Strehler: la Compagnia e gli abitanti di Villa Scalogna.
Nella Villa si incontrano personaggi strampalati, figure surreali: Quaqueo, che si finge bambino, la Sgricia, una vecchia che si crede morta, Mara Mara e molti altri. A capo di tutti Cotrone, un mago, un evocatore di spiriti. Questi rappresentano il “teatro puro”, ovvero l’essenza concepita dalla fantasia del poeta. I personaggi abitanti della Villa sono spiriti, si trovano al confine della vita, forse sono fantasmi. Di certo sono lontani dal mondo dei Giganti. Il teatro dunque può vivere solo all’interno della Villa, in un mondo puro e incorrotto.
La Compagnia, a capo della contessa Ilse, giunge nella Villa con uno spettacolo in repertorio. Gli attori sono metafora del “teatro rappresentato”, con pubblico, oggetti, costumi. Non comprendono l’essenza del teatro, che risiede nell’anima della scena.

Strehler riflette a lungo sulla messa in scena del finale non scritto. Nell’edizione del 1947, la prima, I giganti della montagna si chiude con le parole del poeta “ho paura, ho paura“. Lo spettacolo termina con la presenza di un telo nero che copre la scena e un attore che racconta la trama dell’ultimo atto. Ciò rappresenta un embrione dell’edizione finale del 1994. Strehler ritiene infatti che sia presente la materia prima per una prosecuzione autonoma rispetto a Pirandello. Decide dunque di mettere in scena attoralmente l’ultimo atto. Ciò che prima era racconto diventa immagine, vita sul palcoscenico. Così delle ombre uccidono Ilse e un sipario di ferro rompe il carretto della Compagnia. Il finale rappresenta dunque il fallimento totale del Teatro e della Poesia, l’impossibilità di una diffusione in mezzo agli uomini.

FONTI

Pirandelloweb.com

visione dello spettacolo