Constantin Brancusi si guadagna un meritato posto nella lista degli scultori più prestigiosi del Novecento. La sua curiosità e l’insaziabile voglia di sperimentare lo rendono una personalità unica nel suo genere. In contatto con la fiumana di correnti artistiche europee in voga all’inizio del XX secolo, Brancusi si costruisce un ricco bagaglio culturale. Questo gli consente di sviluppare un linguaggio personale e di dar sfogo alla propria creatività, fino a diventare una delle menti più brillanti del panorama scultoreo.

La formazione e il trasferimento a Parigi
Constantin Brancusi
Constantin Brancusi

Nato nel 1876 in un’umile famiglia di contadini rumeni, non rinuncia a coltivare ben presto l’amore per l’arte, a cominciare dalla lavorazione del legno. Dopo aver concluso la sua formazione artistica, prima a Craiova e poi a Budapest, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti, a soli 28 anni insegue il suo sogno più grande: si mette in viaggio per Parigi.

La capitale francese, nelle cui vie si respira ancora la creatività delle Avanguardie Storiche, rappresenta una tappa obbligata per tutti gli artisti che vogliono lasciare il segno nel secolo breve. Parigi era la meta a cui ogni giovane promessa dell’arte aspirava. Un laboratorio di correnti artistiche tradizionali e all’avanguardia, dove personalità eccentriche danno libera voce al proprio talento. Il luogo ideale per Constantin per prendere le distanze dalla povertà del proprio paese e trovare il proprio posto nel ciclone culturale contemporaneo.

L’influenza di Medardo Rosso e di Rodin

Pochi mesi dopo il suo arrivo in città, nel 1907, Brancusi non tarda a riempire la sua agenda di contatti. Ha occasione di visitare la retrospettiva di Medardo Rosso, ammirando la sua brillante ricerca della luce. Suo era il tentativo costante di fissarla nell’opera, tra le ampie possibilità esplorate dai sapienti giochi di chiaroscuro.

La sua esperienza parigina prosegue poi sotto la guida di Auguste Rodin, caposcuola della scultura francese, di cui Constantin frequenta l’atelier per un breve periodo. Emulando la tradizione monumentale michelangiolesca, Rodin si mostra di imprimere nei suoi numerosi busti l’idea del movimento, dando loro una potente carica di vitalità e una ingegnosa penetrazione psicologica.

Un valore sicuramente riconosciuto dal giovane Constantin Brancusi che, nonostante la sua stima per gli scultori più influenti del tempo, è convinto che “sotto le grandi piante non cresca niente”. Una consapevolezza che lo porta ad allontanarsi dall’atelier di Rodin e maturare un linguaggio proprio, che recuperi le tradizioni popolari della sua terra, alla quale si sente ancora indissolubilmente legato.

Un linguaggio plastico personale
Brancusi
Constantin Brancusi, La Maiastra (1912-15)

Lo studio della scultura primitiva e africana, di cui Brancusi apprezza l’essenzialità geometrica e la purezza formale, lo spinge a un superamento della tradizione naturalistica. Ricerca invece una forma che, invece di imitare la realtà, sia in grado di esprimerne l’essenza. Solo attraverso una meditata sintesi plastica, è possibile cogliere le qualità vitali della materia e, senza necessariamente frenare istinti di sperimentalismo, rivelarle all’osservatore.

Le radici del suo paese emergono in uno dei capolavori più noti, La Maiastra (1912-15), che nelle fiabe popolari rumene è una figura mitica dalle sembianze di un magico uccello parlante che scongiura gli effetti maligni sugli eroi. Una creatura che l’artista immagina in posizione di riposo, con le ali ripiegate e la testa protesa verso l’alto. Dal punto di vista formale, una radicale stilizzazione geometrica riunisce i molteplici aspetti dell’animale in un nucleo plastico essenziale dalle superfici levigatissime. Su queste scivolano intensi giochi di luce che accentuano la sacralità dell’opera.

L’essenzialità delle forme è un elemento di ricerca evidente anche ne Il Bacio (1907), dove un semplice blocco di pietra quadrato dà forma a due amanti che si stringono in un’appassionante effusione amorosa. I due soggetti, quasi identici tra loro, sono una cosa sola, un unico blocco che amplifica l’indissolubilità del loro legame.

 

Il cruccio del piedistallo
Constantin Brancusi
Constantin Brancusi, Il bacio (1907)

La genialità di Brancusi è testimoniata da una fondamentale innovazione che ha apportato nel mondo artistico: uno sconvolgimento del rapporto tra l’opera e il suo piedistallo. L’innovazione è che quest’ultimo diviene parte integrante della scultura stessa. Così, la Colonna senza fine, realizzata nel 1918 nel parco di Targu Jiu crea una tensione ripetitiva del suo modulo.

Si induce nell’occhio dell’osservatore uno stimolo a immaginarne una potenziale continuità all’infinito. Senza la tradizionale gerarchia tra l’opera e il suo basamento, la scultura elimina qualsiasi ostacolo tra la terra e il cielo, disegnando un nuovo rapporto con lo spazio circostante.

Caso Brancusi

La semplificazione geometrica e la purezza delle forme di Brancusi sono frutto di una ricerca estremamente originale. Saranno loro a dare luogo a una vicenda inaspettata, ricordata come Caso Brancusi. In occasione della promozione delle sue opere negli Stati Uniti, l’artista viene fermato alla dogana di New York per un equivoco legato alla versione della Maiastra del 1923, Uccello nello spazio.

Il funzionario classifica l’opera come un utensile metallico da cucina, la cui importazione negli Usa prevede il pagamento di una somma di denaro. Nonostante l’incoveniente, Brancusi riesce ugualmente ad entrare in città grazie all’aiuto del suo amico Duchamp, ma solo l’anno successivo il rumeno vincerà la causa in tribunale. Quest’ultimo emetterà un verdetto di legale riconoscimento della scultura come nientemeno che opera d’arte. L’episodio è perfetto per chiudere con originalità e inusualità l’incredibile vita di Constantin Brancusi.