Dopo la vittoria agli Oscar di Parasite – la prima pellicola non in lingua inglese a essere premiata come miglior film – si è parlato molto di quanto la produzione di film e serie tv di qualità stia diventando sempre meno anglocentrica. Di conseguenza, si è riaperto anche l’annoso dibattito su quale sia il metodo migliore, tra sottotitoli e doppiaggio, per distribuire e guardare contenuti in lingua straniera.

La questione però è molto più complessa della semplice preferenza personale. I sottotitoli sembrano snaturare meno i contenuti originali, infatti. Eppure il doppiaggio rimane uno strumento fondamentale per la crescita del mercato cinematografico e seriale, benché il suo utilizzo venga talvolta considerato una forma di vandalismo culturale.

Cos’è il vandalismo culturale?

In realtà è difficile trovare una definizione precisa di “vandalismo culturale”. Tuttavia, in molti libri e articoli si ricorre a questa formula per indicare atti che abbiano rovinato – o rischiato di rovinare – il valore originale di opere e nozioni considerate parte del nostro patrimonio culturale.

Nel corso dell’ultimo secolo il concetto di vandalismo culturale è stato usato anche in termini audiovisivi. Soprattutto, per riferirsi a diverse forme di rifacimento, revisionismo o ammodernamento di noti film e, in tempi più recenti, serie tv. Per intenderci, la colorizzazione digitale di vecchi film in bianco e nero è paragonabile, secondo alcuni critici e cinefili, a un atto vandalico. E anche la versione home video della prima trilogia di Star Wars fu definita tale. A dirlo fu Petr Harmáček, un appassionato della saga che osservò come i tre film risultassero visibilmente modificati rispetto alla prima versione distribuita nei cinema; e perciò decise di crearne un’edizione restaurata – intitolata Despecialized Edition – che fosse quanto più simile all’originale.

Potrebbe poi accadere che sia un film o una serie tv a macchiarsi di vandalismo nei confronti di altri pezzetti di patrimonio culturale. È il caso di The Hunters, la nuova serie dove Al Pacino guida una squadra di ebrei cacciatori di nazisti. La sua ricostruzione dell’Olocausto, enfatizzata con aneddoti immaginari per far riflettere sulle violenze sadiche perpetrate dai nazisti, è stata criticata come un’irrispettosa e pericolosa alterazione della memoria storica tramandata finora.

Quando il doppiaggio è vandalismo?

Nei confronti del doppiaggio l’atteggiamento è piuttosto ambivalente. Fin dalle origini del cinema sonoro, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, è stato un mezzo indispensabile per far arrivare i contenuti audiovisivi a spettatori di lingue diverse.

Il problema, però, è che non sempre le versioni tradotte e doppiate di film e serie tv si sono rivelate rispettose della copia originale, per motivi differenti e più o meno complessi.

Per lungo tempo il doppiaggio è stato uno strumento di propaganda politica, reso obbligatorio ad esempio da molti regimi fascisti (come in Italia, Spagna e Germania, dove si è conservata questa abitudine). Ma ancora oggi accade che i dialoghi vengano manipolati a scopo di censura o doppiati per ragioni nazionalistiche. Curioso è il caso del Quebec, la più estesa provincia del Canada, dove il doppiaggio serve a evitare che l’inglese sostituisca il francese come lingua ufficiale.

Doppiaggio

Le cause più frequenti del doppiaggio, per così dire, “vandalico” sono comunque di tipo economico e linguistico, e sono legate all’organizzazione delle industrie che nei vari paesi gestiscono questo processo.

Talvolta i doppiatori hanno a disposizione un budget ridotto, altre volte tempistiche molto ristrette. A ciò si aggiunge la costante del “doppiese” (o “doppiaggese”), una lingua ormai a sé stante fatta di formule che mai si userebbero nel quotidiano, tipo “ehi, amico”, “maledizione!”, “ma che stai dicendo?”.

Il doppiese è frutto della traduzione letterale dei dialoghi, molte volte adattati senza aver visto il film o la serie tv in questione. Ma anche il linguaggio pulito della dizione teatrale influisce. Se poi si pensa alla distribuzione del lavoro in sala di doppiaggio – organizzata per turni, senza seguire la continuità della trama – si comprende ancora meglio perché il doppiaggio sia spesso accusato di creare un effetto straniante e poco naturale.

E gli artisti cosa ne pensano?

Diversi attori, registi, sceneggiatori, considerano queste caratteristiche una mancanza di rispetto del proprio lavoro. Per l’attore francese Vincent Cassel il doppiaggio “non è un’abitudine: è un problema”, mentre il britannico Colin Firth l’ha definito “una forma di vandalismo”. Reazione simile a quella del regista Ken Loach e dello sceneggiatore Paul Laverty, suo collaboratore di lunga data, una volta scoperto quanto la visione contenuta nei propri film potesse essere distorta dal doppiaggio:

È un disastro […], una terribile separazione che rompe il rapporto di fiducia tra te e il pubblico.

Ad ogni modo è difficile che i registi siano coinvolti nel processo di doppiaggio delle loro opere. Tra le eccezioni ci sono Woody Allen, Federico Fellini, Alfred Hitchcock e Martin Scorsese. Nella sceneggiatura di Bastardi senza gloria, Quentin Tarantino specificò addirittura come avrebbero dovuto essere i sottotitoli delle versioni internazionali – colore compreso – e incluse anche una dubbing bible, ossia una “bibbia del doppiaggio” riservata ai paesi avvezzi a questo metodo.

La questione è riemersa di recente con il successo del film sudcoreano Parasite, secondo «Vox» affatto scontato, considerando che gli americani non amano i sottotitoli. Il regista Bong Joon-ho ne ha caldeggiato l’uso (“Una volta superata la barriera di pochi millimetri rappresentata dai sottotitoli, scoprirete molti altri film straordinari”). Ma il giornalista americano Kevin Drum ha risposto che l’elemento chiave dell’esperienza cinematografica è ascoltarne i dialoghi, non leggerli.

Si tratta del riassunto perfetto del dibattito sull’utilizzo del doppiaggio o dei sottotitoli, piuttosto acceso negli ultimi due decenni. Cioè, da quando pirateria e servizi streaming hanno ampliato la possibilità di vedere film e serie tv in lingua originale.

Per quanto la scelta sia soggettiva, comunque, la discussione che le ruota attorno raggiunge livelli più complessi, sfociando spesso in questioni di razzismo, snobismo, classismo e accessibilità.

Doppiaggio vs Sottotitoli

Una delle argomentazioni più frequenti a favore del doppiaggio è che preserva la tradizionale esperienza di fruizione di un film o di una serie tv. Inoltre, agevola la visione anche su schermi molto piccoli – soprattutto su smartphone – ormai sempre più diffusa.

Il rischio maggiore, però, è che il doppiaggio finisca per distrarre anche più dei sottotitoli. Non è raro infatti che la scelta sbagliata delle voci, l’influenza del doppiese o un’interpretazione un po’ troppo artificiosa dei doppiatori disturbino la visione. Non solo. La necessità di far corrispondere l’audio al labiale degli attori può portare ad alterazioni profonde dell’opera originale.

Questo è il punto principale a sostegno dei sottotitoli, che invece preservano il valore culturale di film e serie tv. In particolare, i sottotitoli non modificano le piccole sfumature che danno ritmo, significato e autenticità all’opera, come gli accenti dei personaggi. Infine sottotitolare è economico, essenziale per gli spettatori non udenti e anche piuttosto utile per apprendere una nuova lingua.

Ciò non significa tuttavia che l’uso dei sottotitoli non abbia aspetti negativi. Capita che le traduzioni, pur molto fedeli all’originale, apportino modifiche per occupare meno spazio sullo schermo o adattarsi alla velocità dell’azione. E guardare un film o una serie tv leggendo è per tante persone faticoso, poco rilassante, e impedisce di svolgere altre attività nel frattempo.

In base a questi punti di vista, sottotitoli e doppiaggio sono entrambi considerabili un atto di vandalismo culturale: i primi sono un potenziale sfregio al valore dell’immagine, il secondo al valore sonoro. Ma raramente un sottotitolaggio poco curato è riuscito ad alterare film o telefilm interi, come invece è accaduto con il doppiaggio.

Storie di famosi film e serie tv vandalizzati

In Italia tra i casi più noti di doppiaggio vandalico si contano parecchie serie tv di culto. Tante sono sitcom, poiché genere molto legato alla cultura di origine e alle sue ricorrenze, destinato a fasce orarie specifiche e ricco di giochi parole. Localizzare queste serie, cioè adattarle a un pubblico d’arrivo di target e cultura diverse, è quindi complicato.

Talvolta il prodotto ottenuto è talmente diverso dall’originale da poterlo considerare un racconto autonomo, come nel caso della sitcom anni Novanta La Tata. La sua protagonista Fran Fine, una ragazza del Queens caciarona e di famiglia ebrea, diventò per il pubblico italiano la ciociara Francesca Cacace. Anche i legami familiari furono del tutto stravolti rispetto all’originale: le eccentriche zie Assunta e Yetta erano in realtà mamma e nonna di Fran.

La Tata serie tv doppiaggio

In tempi più recenti la comicità sofisticata di The Big Bang Theory subì nella versione italiana un’evidente semplificazione. La sua scrittura capace di unire cultura pop, doppi sensi e difficili riferimenti alla scienza fu banalizzata al punto che molti spettatori si lamentarono. Dopo pochi episodi, alcune figure incaricate dell’adattamento vennero sostituite.

Per quel che riguarda il cinema, infine, un caso abbastanza dibattuto riguarda Il discorso del re. Quando la pellicola uscì, una decina di anni fa, un po’ ovunque sorse la questione che doppiare un film sul rapporto tra un re balbuziente e il suo logopedista, e perciò incentrato sulla forza della parola, fosse uno sfregio.

Sì, il doppiaggio può essere una risorsa

Senz’altro la diffusione dei servizi streaming ha consentito ai tanti contenuti rovinati dal doppiaggio di farsi riscoprire in lingua originale. Eppure, questa evoluzione non ha incentivato soltanto l’utilizzo dei sottotitoli. Anzi. Il doppiaggio è considerato una risorsa sempre più fondamentale nell’espansione del mercato cinematografico e seriale, specialmente con il progressivo diffondersi di produzioni non anglofone.

L’esempio di Netflix in questo senso è emblematico: l’azienda si è posta l’obiettivo di aumentare l’interesse dei suoi utenti anglofoni – 371 milioni in totale, come ha riportato il «New York Times» – per i propri contenuti non in lingua inglese. Per farlo si è focalizzata proprio sulla qualità del doppiaggio, affinché gli utenti non siano scoraggiati da adattamenti poco curati.

Per il progetto – sperimentato su La casa di carta – è stata inventata una figura di direttore creativo del doppiaggio in lingua inglese. Il suo compito è formare e gestire una rete di risorse artistiche da coinvolgere nell’adattamento dei vari contenuti. Se parlano un buon inglese, i doppiatori sono gli stessi membri del cast originale; altrimenti a sostituirli sono attori anglofoni con curriculum di tutto rispetto. La priorità, infatti, è favorire l’immedesimazione nei personaggi e limitare le interferenze del direttore di doppiaggio, per ottenere interpretazioni il più possibile naturali. Così da far riassorbire gradualmente la percezione che il doppiaggio sia un atto di vandalismo culturale.