Resisti, mio popolo, resisti / A Gerusalemme, ho indossato le mie ferite e respirato le mie pene / E ho portato l’anima sul palmo della mano / per una Palestina araba. / Non mi arrenderò a una “soluzione pacifica”, / Non abbasserò le mie bandiere / finché non li avrò cacciati dalla mia terra.

Può nel Ventunesimo secolo una poesia costare la prigione? Se si tratta di una poetessa palestinese che vive a Gerusalemme e scrive per protestare contro le violenze perpetrate contro la sua gente, evidentemente sì.

Questo quanto successo a Dareen Tatour, accusata di incitamento alla violenza e al terrorismo per la sua poesia Resisti, mio popolo, resisti (in lingua originale, قاوِمْ يا شِعْبي قاوِمْهُمْ, successivamente tradotta in inglese da Tariq al Haydar con il titolo Resist, my people, resist them) pubblicata su Facebook e YouTube nell’Ottobre del 2015.

Dopo aver scontato tre anni di arresti domiciliari, nel maggio 2018 la poetessa è stata nuovamente condannata con l’accusa di sostegno alle organizzazioni terroristiche. Il 31 luglio 2018 un tribunale israeliano l’ha condannata a cinque ulteriori mesi di carcere, di cui ne ha scontati solo due, prima di essere rilasciata il 20 settembre 2018.

Una condanna molto pesante, come sostiene l’avvocato di Tatour, Gaby Lasky, in una dichiarazione ad Al Jazeera:

Non credo che scrivere una poesia, anche se contro il governo, sia un crimine. È terribile che un paese che crede in una democrazia possa condannare un poetessa per una poesia che ha scritto. L’accusa voleva mandarla in prigione tra i 15 e i 26 mesi [ma] il giudice ha deciso di condannarla a cinque mesi, che è comunque un lasso di tempo molto lungo.

Tatour fa parte di una delle numerose minoranze palestinesi di Israele che costituiscono quasi il 20% della popolazione e, prima del suo arresto, viveva con la sua famiglia a Reineh, appena fuori Nazareth. Ma lei è solo una dei circa 400 palestinesi che dall’ottobre 2015 sono stati arrestati per dei post sui social media non in linea con l’ideologia del governo israeliano. Il suo caso fa infatti parte di una serie di recenti episodi di detenzione e accuse contro giornalisti e contro chi utilizza i social media per pubblicare i propri articoli, sia nei Territori Palestinesi Occupati che in Israele.

Alla rivista online Electronic Intifada, che si occupa del conflitto israelo-palestinese dal punto di vista di questi ultimi, Tatour ha dichiarato:

Il mio caso, e molti altri, dimostrano ancora una volta che la democrazia di Israele è una farsa. Se è democratica, è democratica solo nei confronti degli ebrei. […] Ho letto di molte persone che raccontavano esperienze di esilio nella loro stessa terra, ma solo ora posso identificarmici completamente. Sono stata allontanata da casa mia, dalla mia famiglia, dai miei amici. Mi viene addirittura impedito di guardare la maggior parte dei canali televisivi arabi. In realtà è un esilio sia fisico che virtuale.

Ma di fronte a tutte queste difficoltà, il suo amore per la poesia e per la sua terra, si è solo rafforzato, così come la sua determinazione a scrivere e raccontare delle ingiustizie e violenze che la sua gente vive ogni giorno:

Mi hanno mandata in prigione per aver scritto una poesia. Ma la poesia è diventata la chiave della mia libertà e la porterò avanti fino alla fine.

e ancora

Non credo che esista più una giustizia in Israele e per questo continuerò a scrivere poesie con il linguaggio che voglio e con le parole che scelgo. Non accetto di farmi dire da nessuna legge cosa scrivere e come.

Le parole di Tatour sono le parole di una donna forte, che non si piega di fronte a nulla ma anzi, lotta con tutti i mezzi che ha adisposizione. Sono le parole di un popolo che tutti i giorni deve lottare per la propria libertà, per il diritto alla vita; un popolo che si è visto portare via tutto, dalle terre in cui viveva, alle vite dei suoi figli. Un popolo che, come insegna Tatour, ancora resiste.

Resisti, mio popolo, resisti.

A Gerusalemme, ho indossato le mie ferite e respirato le mie pene

E ho portato l’anima sul palmo della mano

per una Palestina araba.

Non mi arrenderò a una “soluzione pacifica”,

Non abbasserò le mie bandiere

finché non li avrò cacciati dalla mia terra.

Li ho messi da parte per il futuro.

Resisti, mio popolo, resisti.

Resisti agli abusi dei colonizzatori

E segui la carovana dei martiri.

Straccia la vergognosa costituzione

Che ha imposto degrado e umiliazione.

E ci ha dissuaso dal ristabilire la giustizia.

Hanno bruciato bambini senza colpa;

Come Hadil, le hanno sparato in pubblico,

Uccisa in pieno giorno.

Resisti, mio popolo, resisti.

Resisti all’assalto dei colonialisti.

Non prestare attenzione ai suoi agenti tra noi

che ci incatenano con un’illusione di pace.

Non aver paura delle lingue dubbiose;

La verità nel vostro cuore è più forte,

Finché resisterete in una terra

Sopravvissuta attraverso incursioni e trionfi.

Cosi’ Ali ha chiamato dalla sua tomba:

Resisti, mio popolo ribelle.

Scrivimi come prosa sul legno d’Agar;

I miei resti ti avranno come risposta.

Resisti, mio popolo, resisti.

Resisti, mio popolo, resisti.

* Tutte le traduzioni sono a opera dell’autrice.