Se sei un Millennial (e non solo) e stai leggendo questo articolo, sicuramente hai chiara in testa la definizione classica di totalitarismo che ti è stata insegnata a scuola. Non che sia sbagliata, anzi, se cerchi di ricordare ti verrà in mente che in realtà questo termine difficilmente trova un significato universalmente riconosciuto, e per questo motivo si è consolidata la pratica del definirlo attraverso una serie di caratteristiche. Tra queste, oltre alla presenza di un partito unico, di un capo carismatico e molto altro, le due caratteristiche più decisive e fondamentali (per il segno che lasciano nella vita del popolo) riguardano la propaganda e la censura. Ma che ruolo ha avuto la musica in tutto ciò? Perché parliamo di musica “degenerata”? I totalitarismi quindi vedevano la musica come qualcosa da evitare o un potenziale strumento di ammaestramento delle masse?

La risposta è: entrambe le cose, ma in maniere e misure differenti.

Hitler e la musica “degenerata”

Partiamo dal presupposto, molto noto, che Hitler non tollerasse l’arte “degenerata” (Pablo Picasso, giusto per fare un nome, ma anche intere correnti come l’astrattismo o l’espressionismo). Allo stesso modo, egli aborriva anche tutte le sperimentazioni musicali del primo Novecento (Arnold Schönberg, per esempio). In più, aveva perfettamente compreso l’importanza dell’arte e la sua intrinseca grande potenzialità di “trascinatrice delle masse“.

Per quanto riguarda l’aspetto censurante nell’ambito musicale, ciò che il nazismo provocò fu una notevole inibizione della musica ebrea, ma soprattutto della musica jazz, attraverso provvedimenti che limitavano l’utilizzo di strumenti non affini allo spirito tedesco (andando poi così, in realtà, a danneggiare i fabbricatori di strumenti in Germania), così come favorivano composizioni di tonalità maggiore (per l’effetto di gioia di vivere che emanavano).

Dall’altro lato, si tentò di esaltare tutto ciò che nell’ambito artistico e musicale era considerato classico: vi fu una grande ripresa dei compositori tedeschi (Bach, Beethoven, Wagner), in nome di un’estetica strettamente ricollegabile alla perfezione razziale ariana.

Il mondo fascista

Qui potrebbe aprirsi un dibattito storiografico sull’appartenenza del fascismo ai totalitarismi. Alcuni infatti lo considerano come parte di essi, altri pensano che gli unici totalitarismi vengano incarnati dal nazismo e dallo stalinismo: non è sicuramente questo articolo la sede giusta per parlarne. Qui verrà però considerato come tale, in quanto può dare un apporto positivo e funzionale al discorso di cui si sta trattando.

musica degenerata
Manifesto dell’EIAR (1927-1944)

Il MinCulPop (Ministero della Cultura Popolare) nel 1927 istituì l‘EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) che ebbe un rapporto molto complesso, come per il nazismo, con la musica jazz. Basti pensare che questa, inizialmente, fosse conosciuta come “musica negroide” o con altri appellativi simili. Man mano che ci si avvicinava, poi, verso gli anni della guerra, la battaglia contro questo genere divenne sempre più decisa. Essa rientrava nei combattimenti per l’autarchia che si sa essere tipici del regime mussoliniano: neanche la musica poteva prescinderne.

A ciò si aggiunga che, durante la guerra, il governo non permise ai giovani di portare avanti i balli tipici (che prima erano stati comunque permessi) al suono di questa “musica sincopata”, poiché ciò li avrebbe distratti dai propri doveri, ovvero servire il Duce e la Patria. Oltre alla musica jazz in generale, inoltre, passavano attentamente al vaglio della censura tutti i testi di canzoni in generale. Ovunque si potesse intravedere un riferimento a qualche esponente politico, le canzoni venivano bloccate.

Stalinismo

Nel 1929, anno in cui va collocata la “grande svolta” staliniana, tutto cambia anche in ambito musicale. Fino a quel momento la Russia aveva goduto di una vita culturale molto intensa, ma dal 1930 in poi gli artisti (di qualsiasi genere, quindi non solo i compositori) non poterono più dedicarsi all’arte per l’arte. Tutto ciò che la mente di un artista generava, doveva essere messo a disposizione della comunità. Le composizioni dovevano essere strumentalizzate, di modo da poter essere funzionali al regime: dovevano tesserne le lodi.

Per questi motivi, dato che la musica di per sé non era in grado di veicolare messaggi chiari e comprensibili ai più, importantissimo fu in questo senso il supporto musicale, offerto dai cinema e dai teatri. Punto di convergenza, tra tutte le varie declinazioni dei totalitarismi, è ovviamente che la musica esalti le qualità del regime e dei propri capi.

Orchestra maschile di Auschwitz (foto non datata)
La musica nei Lager e nei Gulag

Nei Lager nazisti, la musica era onnipresente. Accoglieva i prigionieri appena arrivati al campo, li faceva svegliare la mattina, li accompagnava ai propri lavori quotidiani, ogni giorno.

Usata spesso come strumento di denigrazione, attraverso canzoni che sbeffeggiavano la “razza inferiore”, la sua funzione più importante era di controllo sociale per il campo.

Sia nei Lager che nei Gulag era vietata la cosiddetta “musica clandestina“: in quel microcosmo che questi campi rappresentavano, i prigionieri non avevano neanche il permesso di parlare a voce alta, figurarsi di cantare. In realtà la musica era comunque portata avanti in gran segreto: rappresentava un grande spazio ricreativo, oltre che un modo per comunicare liberamente.

Gulag di Sevvostlag (settembre 1942)

Importante è che in entrambi i tipi di campi si creavano delle orchestre organizzate.

A proposito della presenza di musica nei campi di sterminio (certificata grazie a numerosi fonti, come Se questo è un uomo di Primo Levi), illuminante è quanto riportato in L’odio della musica di Pascal Quignard:

I ritmi musicali seducono i ritmi corporei. Di fronte alla musica l’orecchio non può proteggersi. La musica, in quanto potere, si associa a qualunque altro potere. Udito e obbedienza sono legati. Un capo, degli esecutori, degli obbedienti: questa è la struttura che la sua esecuzione instaura da subito. Dovunque ci siano un capo e degli esecutori c’è musica. Nei suoi racconti filosofici, Platone non pensò mai di distinguere la disciplina e la musica, la guerra e la musica, la gerarchia sociale e la musica. Persino le stelle: secondo Platone sono Sirene, astri sonori produttori di ordine e universo. Cadenza e misura. La marcia è cadenzata, le randellate sono cadenzate, i saluti sono cadenzati. La più quotidiana delle funzioni assegnate alla musica delle Lagerkapellen, fu di ritmare la partenza e il ritorno dei Kommandos.

Uno strumento a due facce

Quindi anche il circondare gli internati con musica di un certo tipo era una precisa scelta politica, al pari delle scelte che venivano fatte in patria, dove la musica si faceva veicolo di messaggi. Il fatto che, in quelle condizioni disumane, la musica possa aver rappresentato un‘ancora a cui aggrapparsi per alcuni, per non perdere la propria vitalità definitivamente, è sicuramente un dato positivo. Si deve però pensare al significato reale di queste orchestre organizzate: scandire la vita dei prigionieri, segnarli. Penetrare nelle menti degli “inferiori” e dei “criminali”, non lasciare loro nemmeno un minimo angolo di intimità che rimanesse inviolato.

Ed è per questo che anche un tale aspetto, apparentemente marginale, delle grandi macchine sistemiche che sono stati i totalitarismi, marginale non è. Tutto era controllo, tutto era strumento. Persino le arti, persino la musica.