Il mondo del cinema è destinato a estinguersi?

Il successo di produzioni Netflix nelle recenti edizioni del festival di Venezia – tra cui spiccano Roma nel 2018 e Marriage story nel 2019 – fanno traballare il futuro delle sale cinematografiche. Le polemiche avanzate contro il colosso della distribuzione digitale sono molte, e spesso provengono da chi di cinema se ne intende: Almodovar, presidente della giuria del Festival di Cannes, nel 2017 era stato il primo ad attaccare Netflix, decretando che “sarebbe un paradosso una Palma d’Oro a un film non destinato alla sala”. Questo attaccamento alla poltrona rossa, però, rischia di porre il cinema davanti a un bivio: rimanere un’arte nel senso puro del termine o entrare nel giro della distribuzione di massa di contenuti per l’intrattenimento.

Il grande bivio

Rimanere un’arte significherebbe distribuire film di qualità superiore, fedeli all’obiettivo primario del cinema: suscitare emozioni al pubblico per sospingerlo a una riflessione più profonda, usando come unico mezzo immagini e suoni. Il cinema indipendente è forse un ultimo baluardo di questo genere: le sue produzioni hanno una carica emotiva profonda e un valore artistico sublime. Purtroppo, questo tipo di cinematografia non ha il potenziale di vendita di una grande produzione, né gli effetti spettacolari che fanno sbancare il botteghino. Risultato: non viene neppure proiettata nelle sale. Alla fine, tutto si riduce a una questione economica: per sopravvivere il cinema deve riuscire a piacere al maggior numero di spettatori, adagiandosi su un modello standard fatto, ad esempio, di fantascienza strabiliante prodotta al computer. Al cinema è richiesta un’ulteriore sottomissione: ai finanziatori e produttori, oltre che alla pubblicità, che nelle sale cinematografiche stordisce gli spettatori per quaranta buoni minuti prima della proiezione. Di fatto, l’esperienza in sala diventa sempre più incentrata su tutto quello che sta attorno al film: abbonamenti, carte regalo acquistabili in biglietteria e rifornimenti industriali di pop corn.

L’opinione di due grandi registi

Immagine 1Christopher Nolan già nel 2014 aveva pubblicato un articolo sul Wall Street Journal in cui denunciava il rischio estinzione del cinema: per lui il problema non stava nel calo di interesse del pubblico, ma nel “modo in cui le case di produzione stanno cercando di sminuire i film al rango di contenuti o prodotti, che possono essere distribuiti in ogni tipo di vetrina, come se fossero dentifrici o carta igienica”. In questo scenario la sala perde la sua magia e riduce il suo valore a quello dello schermo di un iPad. I film da proiettare saranno selezionati in base a statistiche di apprezzamento e quantità di biglietti venduti, fino a estromettere dalla distribuzione un film che non venda velocemente. Un ricambio così rapido delle programmazioni come potrà dunque competere con il telecomando della tv, con cui si può cambiare contenuto in qualche secondo? In nessun modo: non è infatti questa la strada che il cinema deve seguire per rialzarsi, secondo Nolan. La chiave del successo, per lui, starà nella capacità delle sale cinematografiche di evolversi e ospitare un’esperienza superiore a quella casalinga: solo così, “quando i film non saranno più definiti dalla tecnologia smaschererai i poteri fondamentali del cinema: l’essenza senza tempo, sovrannaturale, l’effetto unico dell’esperienza condivisa“.

Ancora più critico è stato Martin Scorsese nella sua lettera al New York Times dello scorso novembre 2019. In quella lettera attacca duramente l’universo Marvel, accusandolo di aver creato un mostro di azione e effetti speciali che col vero cinema non ha niente a che fare. “Per me“, si legge, “la forza del cinema stava nella rivelazione – estetica, emotiva e spirituale. Stava nei personaggi – la complessità delle persone e la loro natura contraddittoria e paradossale, il modo in cui possono ferirsi a vicenda e amarsi a vicenda e trovarsi all’improvviso ad affrontare se stessi“.

C’è una soluzione?

La causa dei problemi del cinema forse allora non sta solo nell’avanzata bellicosa di Netflix e Amazon Prime, ma nelle scelte che il cinema stesso sta compiendo. I film che sbancano il botteghino non decreteranno la sua salvezza, ma la sua omologazione a una qualsiasi altra forma di contenuto visivo. Quello che manca attualmente nella produzione cinematografica è la tensione fra registi e produttori: una tensione produttiva che, fino a vent’anni fa, ha prodotto alcuni dei film migliori di sempre. Bisognerebbe riportare in auge questa tensione, e smettere di produrre film prefabbricati per una consumazione immediata ed elevatissima. E, soprattutto, bisognerebbe reintrodurre la cifra d’artista: quell’inimitabile impronta d’autore che distingue un film in una massa di titoli, e il cui forte rischio di fallimento costituisce un’effervescente stimolo a mantenere alti gli standard di qualità.