I bianchi potranno aver introdotto gli abiti nell’Africa centrale, ma i selvaggi nudi sono diventati più alla moda e più eleganti dei loro sciatti colonizzatori

Michela Wrong

La lotta contro l’oppressione passa anche per la bellezza. Gli attivisti afroamericani se ne sono accorti fin dagli anni Sessanta, quando hanno fondato il movimento culturale “Black is beautiful”, che si basa sulla rivendicazione degli standard di bellezza da parte delle persone di colore. Nonostante tutti gli sforzi per cambiare il proprio corpo, in una società in cui l’ideale estetico è quello occidentale non sembra esserci spazio per gli afroamericani. Ecco quindi che si decide di ritornare alle proprie radici per cercare la bellezza. 

Decisione non condivisa da tutti però. Sicuramente non dagli esponenti della Sape (Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes, la società delle persone creatrici di atmosfera ed eleganti) movimento socio-culturale nato a Brazzaville, nella Repubblica del Congo.

Nata probabilmente durante i ruggenti anni Venti nel Congo Francese, la Sape è una sottocultura i cui membri si distinguono per originalità ed eleganza. Un sapeur è un abitante dei quartieri periferici di Brazzaville o di Kinshasa che decide di elevarsi dalla miseria che lo circonda investendo tutte le sue risorse nel perseguimento dell’eleganza. Non ci si deve quindi stupire se nelle dissestate strade della capitale congolese si incontra un gruppo di sapeur in sgargianti abiti di alta moda, mentre fanno sfoggio dei marchi più lussuosi. 

L’eleganza per la Sape passa dalla radicale rinuncia dei costumi tradizionali congolesi per aderire alla moda occidentale. È d’obbligo il viaggio in Francia, nel quale il sapeur apprende lo stile europeo e lo fa suo. In patria verranno accolti dai ngembos (ammiratori), che li seguiranno per farsi raccontare le meraviglie di Parigi e per vederli sfilare nei loro vistosi completi. 

La Sape è ben lontana dall’essere solo modo di vestire. Per i congolesi è una vera e propria religione, la religion ya kitendi, religione del tessuto. Come ogni culto ha le sue regole e i suoi rituali. Il sapeur è riconoscibile, oltre che dall’abbigliamento, anche dalla gestualità teatrale e dalle pose ostentate. L’eleganza nel vestire si accompagna all’educazione e alla raffinatezza dei modi, un’etica legata all’idea europea del gentleman. La Sape è arrivata a formulare un decalogo del sapeur, che richiama esplicitamente i comandamenti della fede cristiana. 

Dietro questi smaglianti abiti, però, si cela un lato buio. Per mantenere uno stile di vita così dispendioso i sapeur rinunciano a investire nell’acquisto di una casa, una macchina o l’educazione dei propri figli. Non è facile passeggiare per le strade di fango e le case di lamiera ostentando tanta opulenza in faccia ai propri parenti e vicini. 

C’è poi chi vede questo movimento come un retaggio del colonialismo. Il rifiuto dei costumi locali in favore dell’ideale di bellezza bianco viene visto, non a torto, come una ennesima sottomissione all’oppressore. I sapeur rinunciano all’identità nera, arrivando a usare prodotti cancerogeni per sbiancarsi la pelle. Per gli afroamericani del Black Pride la Sape non può che rappresentare la vittoria della dominazione occidentale.

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Ma la Sape vuole essere, e a suo modo è, una forma di riscatto nei confronti dell’Europa coloniale. Adottando modi e costumi degli occidentali, i sapeur intendono superarli. L’appropriarsi degli abiti del colono è una rivalsa, quasi una vendetta. Già durante il colonialismo alcuni autori africani affermarono di saper parlare il francese meglio dei francesi stessi, di portare i loro abiti con più eleganza. Essere più bianco dei bianchi, questa è la vittoria per i sapeur.

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Non è facile definire la linea di confine tra appropriazione e accettazione della cultura colonialista. Gli attivisti afroamericani e sapeur hanno in fondo lo stesso obiettivo, servono la stessa causa. Certo i primi con più consapevolezza, ma non sembra giusto condannare un movimento come la Sape, che non chiede altro che poter portare la sua visione di bellezza in una realtà tutt’altro che radiosa.