La fase 2 è stata un momento di sollievo e al tempo stesso di incertezza per molti. Siamo ritornati al lavoro, ovviamente solo se un lavoro lo si aveva ancora o se si riusciva a mantenere le distanze. Sono riprese le solite discussioni politiche e quasi pareva che si si potessero dimenticare degli eventi della settimana precedente. È indubbio, la maggior parte di noi voleva dimenticare questo momento deprimente e opprimente.

Tuttavia, ci sono anche alcune piccole cose che si possono salvare in un’analisi degli eventi dei mesi scorsi. Solo gli sciocchi potevano credere in un “mondo diverso” solo, (sì, “solo”), a causa di una pandemia mondiale. Questo sistema ha vissuto ogni tipo di sciagura ma pare che più che indebolirsi ne esca rafforzato: il sistema, non le persone.

Ma ritorniamo alle cose buone: ci sono gli infermieri, i dottori e il personale sanitario, i lavoratori “essenziali” come rider e corrieri. Durante la pandemia, era un profondersi di elogi e lodi; seguito però dallo scandalo Uber Eats e lo sciopero dei specializzandi.

Sembrerebbe quindi che tutto sia tornato al passato, che tutto sia irrimediabilmente disgustosamente uguale, e invece no. Uno di questi “lati positivi” è certamente quello nell’ambito tecnologico, dove molti giovani hanno contribuito con progetti innovativi.

In Italia

In Italia ha fatto il giro dei telegiornali e dei giornali la storia del giovanissimo Lupo Daturi di soli nove anni. Il piccolo residente a Binasco in Lombardia, la regione più colpita dal virus, ha deciso infatti di sviluppare un piccolo gioco a tema Covid-19. È un gioco individuale o a coppie il cui scopo è quello di distruggere il virus (il Covid-19 appunto).

Certamente, non si tratta di macchinari salvavita o di ventilatori, ma comunque di qualcosa solitamente non alla portata di bambini di quell’età. Insomma, si può dire che nel suo piccolo, senza necessariamente salvare la vita, ha contribuito a rendere più “divertente” una vicenda di per sé indubbiamente tragica.

Il nome della navicella che deve distruggere il Covid-19 si chiama Cerba-20. Il nome deriva dal gruppo privato franco-italiano Cerba che è presente in Lombardia e Piemonte e proprio in questa fase si sta anche occupando dei tamponi e dei test sierologici.

Un’altra “invenzione millenial” che ha fatto molto scalpore è stata quella che prevedeva la riconversione delle maschere da snorkeling della Decathlon in respiratori d’emergenza. In realtà, l’idea è di un ex primario di ospedale, Renato Favera. Egli si è poi rivolto a Isinnova, un’azienda bresciana dove lavorano giovani come Alessandro Romaioli di ventotto anni, ingegnere dei materiali. Questa azienda inoltre aveva già fatto il giro del mondo grazie alle sue valvole per respiratori, create su vasta scala con stampanti 3D. Un progetto tutto millenial se si conta che il CEO e fondatore dell’azienda, Cristian Fracassi, ha solo trentasei anni.

Nelle Americhe

Dagli Stati Uniti viene invece l’idea di Avi Schiffmann, diciassettenne dello stato di Washington. La sua invenzione è un sito web che permette di controllare in tempo reale gli aggiornamenti sulla situazione Covid-19 in tutti i Paesi del mondo. La raccolta dati e il mantenimento del sito ovviamente gli hanno richiesto molto tempo, ma è stato ricompensato dal successo della sua idea. Oggi conta circa 30 milioni di visitatori giornalieri e circa 700.000 di visitatori dall’apertura del sito.

Il suo caso ha fatto scalpore anche per il rifiuto che ha opposto ad un’offerta di otto milioni di dollari in cambio della vendita del sito. Le sue motivazioni sono principalmente etiche, infatti voleva evitare che fosse inserita pubblicità, che avrebbe rallentato il sito, o che fossero apportato modifiche indesiderate. Tuttavia, è stata aperta una raccolta fondi per mantenere attivo il sito fino alla fine della pandemia, quando Avi lo chiuderà o lo trasformerà in qualcosa di nuovo. Ovviamente, ha già ricevuto molte offerte di lavoro, persino da Microsoft, che per ora tiene in attesa.

Viene dalla Giamaica invece l’altra invenzione: l’ideatore è il giovane studente Rayvon Stewart. La sua invenzione in realtà risale a prima del Covid-19 ed è legata a un evento di cronaca nera locale. Infatti, quaranta bambini in un ospedale giamaicano avevano preso un’infezione che ne aveva uccisa la metà. La sua invenzione si chiama Xermsol ed è tanto semplice quanto utile: serve a disinfettare tutti quegli oggetti, come le maniglie, che vengono toccate da più persone e ovviamente facilitano la trasmissione del virus. I test condotti da delle università locali hanno dimostrato che questo dispositivo è in grado di uccidere il 99,9% degli agenti patogeni presenti sulle superfici. Questo certamente sarebbe utile anche per il Covid-19 che sopravvive sulle superfici dai due ai tre giorni.

In Africa

Dalla Scuola di scienze ingegneristiche del Marocco sono nate ben tre invenzioni. La prima è un’applicazione che permette di effettuare il tampone nasale via drone senza contatto diretto tra paziente e operatore sanitario. Un’altra invenzione invece ha permesso di digitalizzare le ricette mediche che ora possono essere spedite direttamente nelle farmacie dove i pazienti si identificano con “QR code”. Infine, un sistema che permette ai dottori di controllare e regolare i parametri respiratori dei pazienti a distanza.

Viene dall’Etiopia invece il diciottenne Ezedil Kamil che ha registrato a suo nome un centinaio di invenzioni. Durante la pandemia ha ideato per la sua comunità, in una località rurale a 170 km dalla capitale, un dispenser di sapone con sensore che evita di toccare il contenitori. Un’altra invenzione è stata quella di ventilatori per sopperire alla mancanza di ventilatori su scala nazionale e per evitare spese eccessive dato che i prezzi di tali oggetti sul mercato sono altissimi. Inoltre, ha ideato un sensore rumoroso che ricorda alla persona di non toccarsi il volto ma che può essere usato anche per il distanziamento sociale. Purtroppo, solo poche delle sue invenzioni sono finanziate e quindi distribuite su ampia scala.

Dall’Africa sono giunte molte altre invenzioni che noi occidentali definiremmo “rudimentali”. In realtà, esse aderiscono a quel concetto di “appropriate technology” (tecnologia appropriata), che non vuole essere futuristica ma semplicemente volta a migliorare la vita delle persone. In questo senso, è fondamentale l’invenzione del piccolo Stephen in Kenya. Allo stesso modo di Ezedil, ha sviluppato un sistema di leve che permette agli abitanti del suo villaggio di lavarsi le mani senza dover toccare il secchio.