Il richiamo della foresta, uscito al cinema lo scorso 20 febbraio, è il film tratto dal romanzo di Jack London pubblicato nel 1904, prodotto dalla Twentieth Century Fox, da poco acquisita dalla Disney, e scritto da Michael Green. Un mix tra vecchi film e animazione, gli animali sono realizzati in computer grafica, con effetto fotorealistico. Primo limite artificiale in contrasto con il paesaggio naturale che gli fa da sfondo, ma è un confine superabile considerati gli attuali live-action Disney come Lilli e il Vagabondo o il Re Leone.

Buck non leggeva i giornali, così non poteva sapere i guai che si preparavano non solo per lui, ma per tutti i cani di grandi dimensioni, di forte muscolatura e di lungo e caldo pelo fra lo stretto di Puget e San Diego.

Perché gli uomini scavando nelle buie profondità dell’Artico, avevano trovato un biondo metallo, e le compagnie di navigazione e di trasporti ne avevano diffuso la notizia facendo accorrere migliaia di uomini nelle regioni del Nord.

Così recita l’introduzione. E da qui parte la narrazione, da Buck, il cane che viene portato via dal salotto della tranquilla casa in California. Il suo proprietario è il giudice della città e, per questo, tutti lo trattano con il dovuto rispetto. Metà San Bernardo e metà scozzese Collie, è un cane sempre attivo, instancabile, combinaguai. Una sera, dopo aver mangiato la torta di compleanno del padrone, per punizione resta chiuso fuori casa. È la sera fatale in cui si lascia attirare in una carrozza da un tale che, nel vederlo per caso, lo trova adatto a un annuncio letto sul giornale.

Approda in Canada, nella folle corsa all’oro dell’Ottocento, per essere venduto come cane da slitta, a quei tempi era il destino dei grossi cani dal pelo caldo. Prima viene comprato dal gentile padrone Omar Sy, impegnato a ricoprire il ruolo di postino ma ben presto sostituito dall’arrivo del telegrafo. Buck, avvolto dalla natura selvaggia, è diventato un coraggioso capo-branco ma, quando il postino perde il lavoro, finisce nelle mani del cattivo della situazione. Uno dei tanti matti viaggiatori alla ricerca dell’oro, il classico cattivo del film, riconoscibile perché vestito di rosso.

L’uomo solitario decide di salvarlo, l’eremita John Thornton interpretato da Harrison Ford, che lo aiuterà a conoscersi, a rispondere a quel richiamo della foresta. Quarto adattamento del grande classico, Il richiamo della foresta di Chris Sanders esalta il ruolo di John Thornton, dandogli ampio spazio. La storia della loro amicizia, un’alchimia umano-animale che ricorda il film Hachiko con molti meno sentimentalismi.

Un montaggio così perfetto da rendere fluida la narrazione, una fotografia in grado di rendere unici i paesaggi innevati e la verde immensa valle. Le vicende sono tante e il tempo è poco, ma è una trasposizione che riesce a dare il giusto valore al grande classico, rendendolo un film d’animazione senza dilungarsi nell’emotività.

Unico dettaglio negativo: si dedica poco spazio alla rappresentazione della foresta, della vita dentro la foresta. Tuttavia considerato il pubblico di riferimento e il tempo a disposizione, non si poteva pretendere di meglio.

Un messaggio semplice che contiene al suo interno una miriade di altri messaggi: dal rispetto per gli animali al rispetto di se stessi, dalle legge della zanna bianca e del bastone alla mentalità del branco, l’amore per la natura e per i segreti che al suo interno nasconde. Buck verrà affrontato ma non sarà mai domato. Risponderà a quel richiamo che, in realtà, nella vita ha sempre sentito ma che non è mai riuscito a interpretare.

Verso la natura per scoprire la propria natura. Maestosa e incontrastabile. Non si potrebbe augurare di meglio. Un richiamo che, in fondo, tutti sentiamo dentro. È interessante paragonare Buck a un qualsiasi uomo che, messo di fronte alla durezza della vita, riesce a trovare il suo posto nel mondo e che, in un’epoca invasa dal consumismo, capisce che il proprio posto è la natura che fiduciosa ci chiama. Perché quando è la natura a chiamarci, non importa quanto tu insista, cedere è inevitabile. La metafora animale della continua ricerca, scoperta del mondo e di sé. Un film familiare, adatto a un pubblico di adulti e bambini, perfetto per chi di Jack London non ne ha mai abbastanza.

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