Dove la Critica non riesce ancora ad illuminare, accende la luce Lo Sbuffo:
Cesare Pavese oscilla fra verità e fragilità

Ho dato poesia agli uomini. Ho condiviso le pene di molti.

Queste le parole con cui Pavese lasciava il mondo.

Cesare Pavese è stato certamente un intellettuale multiforme e poliedrico, uno di quelli che se ne vedono davvero raramente. Uomo sensibile e inconsapevolmente coraggioso, ci giunge come una testimonianza autobiografica ineguagliabile degli orrori del secolo scorso.

Nonostante ciò, ad oggi, resta un autore non sempre apprezzato né particolarmente tenuto in considerazione: quanti, fra i suoi scritti, hanno ricevuto critiche significative? Quanti, fra i professori dei licei italiani, includono Pavese nel proprio programma di letteratura?

Probabilmente questo avviene perché la grandezza di Pavese è tanto affascinante quanto complicata, dolorosa, criptica e, per certi versi, anche scomoda, dove scomoda, nel mondo quale quello in cui viviamo, è sinonimo di estremamente vera. Lo diceva già Leopardi: “Il vero è brutto”. Ed è molto meglio il sogno, il ricordo o l’immaginazione, in altre parole: l’evasione.

Il problema è proprio questo: Cesare Pavese, con la sua scrittura, non evade mai. Al contrario, egli resta, entra nelle profondità più intoccabili del reale e dice anche ciò che nessuno mai vorrebbe sentirsi dire. Guerra, dilemmi interiori e rimpianti che uccidono: con la letteratura Pavese affronta quelle situazioni che, nella propria esperienza biografica, non sa come interiorizzare. Ecco perché leggere un libro o una poesia di Pavese fa male, fa male davvero, e forse è un dolore che per essere sopportato necessita di una particolare maturità, una catarsi che rende vulnerabili. Ma Pavese va letto, e va letto in ogni sua declinazione e sfumatura.

cesare pavese

Nato nelle Langhe cuneesi (Piemonte) nel 1908, attraversa tutti gli squilibri del ’900. La maggior parte dei libri di testo delle scuole superiori presenta una lettura di Pavese forse troppo snaturante: si parla di un Pavese psicologicamente fragile, debole, quasi inetto, incapace di vivere. Finché ci si vorrà arrendere a questa lettura e interiorizzazione passiva, sarà impossibile imparare ad amare Pavese. Occorre discostarsi da questo approccio negativo e distruttivo alla persona e alle opere di Pavese, altrimenti si finisce, inevitabilmente e senza un vero e consapevole motivo, ma solo perché “il libro lo presenta così”, per odiarlo. Pavese non è niente di tutto questo. Anzi, è il contrario.

Pavese è un uomo che spende tutta la propria ricerca intellettuale cercando di apprendere quello che chiama il “mestiere di vivere”. Per questo molti libri si permettono di definirlo fragile, debole, inetto: come fa un uomo, un essere vivente, a non saper vivere? Sembrerebbe un paradosso. Spero che il lettore possa perdonare la mia impertinenza, se mi permetto di avanzare la seguente domanda: chi, onestamente, si sentirebbe di affermare di sapere esattamente cos’è la vita e come si vive? Nessuno di noi conosce il “mestiere di vivere”, e, come non lo conosciamo noi, non lo conosceva neanche Pavese.

Molti altri autori, definiti forse dai comuni libri di testo come “coraggiosi”,  non si sono mai davvero posti il problema di imparare a vivere. Pavese sì,  di continuo, ed è questo che fa di lui un uomo tutt’altro che fragile, ma profondamente coraggioso. Egli ammette di non saper vivere, e per tutta la vita tenta di apprendere come vivere, senza mai evadere dalla realtà. La affronta. E quindi, vorrei davvero chiedere a chi definisce Pavese un uomo fragile, dove, dove vede la fragilità psicologica di quest’uomo? È forse fragile perché ha il coraggio di accarezzare ogni singolo aspetto della vita, fino a scivolare nella morte?

È fragile o è vero? O è la realtà stessa che, per comodità, definiamo fragile?

Attraversando brevemente la sua biografia, negli anni del ginnasio e, più tardi, del liceo, Pavese sviluppa una sempre crescente avversione nei confronti del fascismo; tuttavia, poiché egli fu sempre appassionato al proprio lavoro di traduttore, soprattutto di autori americani (basti pensare che nel ’32 si laurea con una tesi su Whitman), non si interessò mai davvero di politica. Nonostante ciò, subì varie perquisizioni e nel 1935 venne trovato in possesso di alcune lettere compromettenti che avrebbe dovuto recapitare ad un’altra persona. In seguito al processo, accusato di antifascismo, fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro.

Ispirato e indelebilmente segnato da questa esperienza, scrisse il racconto “Il carcere” (pubblicato nel ’48), certo non tanto celebre quanto altri (come La luna e i falò), ma forse il più adatto se si intende comprendere la poetica e la sensibilità pavesiana. È un racconto che romanza (ma in effetti, neanche troppo) l’esperienza del confino dell’autore. Narrato in terza persona, il protagonista, Stefano (alter ego di Pavese) viene condannato a tre anni di confino. Se inizialmente Stefano vede il confino come una libertà, rispetto al carcere, questa libertà inizierà presto a dimostrarsi illusoria:  il mare diventerà nient’altro che una quarta parete di una nuova cella invisibile, le cui sbarre sono forgiate in silenzio e abitudini logoranti e ripetitive.

Il carcere denuncia la monotonia di una condizione di vita non scelta, ma imposta. Come può Pavese imparare a vivere se la vita gli è stata paralizzata, rubata, bloccata, in quella esperienza di confino? Monotonia di una vita manchevole di vita che l’autore fotografa anche nella meravigliosa poesia “Lo Stendazzu”, e che si risolve in un sigaro, in una sigaretta.

La stessa sigaretta che troviamo più volte nel Carcere, fumata qua e là perché è una pausa dalla vita, un po’ come quasi inconsciamente fa ognuno di noi, chi con una sigaretta, chi con un caffè, chi con Instagram o con qualche serie tv, perché ogni giorno ciascuno di noi fuma la propria sigaretta, che sia vera oppure metaforica. Ecco perché Pavese spaventa: perché trasforma le righe dei suoi libri in uno specchio estremamente nitido in cui il lettore si riflette,  nel bene e nel male, dall’odio all’amore, restando nel quotidiano.

Non basterebbero mille pagine per parlare della grandezza di Pavese, grandezza che non si sgretola neanche alla fine, quando l’autore, devastato da una delusione amorosa, affronta apertamente il tema della morte, nell’ultimo meraviglioso componimento che precede il suicidio (1951):

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.


FONTI
Cesare Pavese, Il Carcere

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese, Lo Stendazzu

Cesare Pavese, La casa in collina