Dal 2014 nell’Est Europa si combatte una guerra di cui abbiamo scarse notizie, ma che si sta rivelando uno dei conflitti più sanguinosi degli ultimi decenni dopo le guerre nella ex Jugoslavia: si tratta del conflitto del Donbass tra Russia e Ucraina. In quasi sei anni ha  provocato la morte di circa 10.000 persone, tanto che Kate Gilmore, vice Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, ha dichiarato: “La guerra nell’Est del Paese continua ad annientare vite umane, a distruggere case e attività economiche. La comunità è in lacrime”.

Mine ed esplosivi rimasti inesplosi costituiscono un pericolo quotidiano e hanno causato diverse vittime e feriti, tra cui molti bambini. Ma quasi nessuno parla dell’arma di guerra più crudele e letale di tutte, usata con raccapricciante disinvoltura: lo stupro.

Una giornalista di Kiev, con il falso nome di Lena, è stata una delle tante detenute ad aver vissuto quest’inferno e una delle poche ad averlo denunciato. Catturata durante una missione nella repubblica filorussa di Doneck, passa alcuni giorni in una cantina, bendata e legata, senza acqua né cibo. Quando urla per la fame, una guardia la colpisce col fucile per metterla a tacere, poi le fa iniezioni che la stordiscono. Solo dopo qualche giorno subisce il primo interrogatorio. Quando le guardie scoprono immagini compromettenti sulla sua macchina fotografica, iniziano le violenze: la percuotono con pugni e con la sua stessa fotocamera. Vogliono che confessi, ma Lena non sa nemmeno di cosa stiano parlando. Prendono così un altro prigioniero e lo picchiano brutalmente davanti agli occhi di lei per mostrarle come debba pagare un altro per le sue risposte non date. Il vero incubo non è ancora iniziato. Un giorno i soldati la conducono in una stanza sconosciuta, con un solo materasso al centro, su cui è sdraiato uno dei capi. Coraggiosamente racconta:

“Quel giorno, sono stati almeno in otto. Ho perso conoscenza diverse volte. Mi gettavano in faccia delle secchiate d’acqua fredda per svegliarmi”.

Viene abbandonata inerme e mezza nuda nella stanza e il giorno seguente viene rilasciata. Gli aggressori l’hanno violentata l’ultimo giorno di prigionia per privarla definitivamente di qualsiasi dignità, distruggerla psicologicamente, affinché non avesse più il coraggio di tornare.

Oggi vive in Germania e si pente della sua decisione: era stata avvertita dei rischi in cui poteva incorre addentrandosi a Doneck, tuttavia era partita perché intendeva verificare in prima persona e descrivere quanto accadeva in quei luoghi. Da quel giorno la reporter porta dentro dentro di sé quell’incubo e non riuscirà mai più ad essere sé stessa. Gli aguzzini sono riusciti nel loro intento. Quali sono le motivazioni e le caratteristiche di questa guerra assurda?

Occorre sapere che l’Ucraina nel dicembre del 1991 ha votato per l’indipendenza, con il 91% della popolazione favorevole, decisa a rivolgere lo sguardo ad Occidente e a non sottostare più alla “madre Russia”.

Il conflitto inizia nella primavera del 2014: l’11 marzo la Crimea e la città autonoma di Sebastopoli dichiarano unilateralmente la propria annessione alla Russia in occasione di un referendum. Nonostante ciò non sia mai stato riconosciuto né dall’Ucraina né dall’Europa o dagli Stati Uniti, Putin dichiara tuttavia la Crimea territorio russo.  In quella stessa primavera, le tensioni militari si spostano nella zona del Donbass, al confine orientale tra Ucraina e Russia, dove i separatisti filo-russi combattono contro l’esercito regolare ucraino. Nell’area separatista presto si formano due repubbliche popolari indipendenti: quella del Doneck (filo-russa) e quella di Luhansk (ucraina). La NATO si è presto schierata dalla parte dell’Ucraina, introducendo in questa guerra nata per ragioni politiche anche interessi economici, riguardanti soprattutto il gas.

I notiziari sono ritornati a parlare di questa guerra dimenticata in seguito alla “battaglia navale” nel Mar Nero nel novembre 2018. Tre unità navali ucraine e un rimorchiatore avrebbero tentato – senza previa comunica – di attraversare lo stretto di Kerch, passaggio strategico militare e commerciale controllato da Mosca; la Marina russa ha quindi speronato il rimorchiatore e aperto il fuoco, ferendo sei marinai di Kiev. Venti persone sono state arrestate. Questo scontro ha intensificato la tensione tra Ucraina e Russia, le quali hanno subito messo in atto i preparativi militari. Il parlamento ucraino ha stabilito trenta giorni di legge marziale nei territori di confine con la Russia.

Testimoni ed ex detenuti hanno raccontato di episodi terribili di violenza sessuale nei confronti di donne e uomini, che avvengono ogni giorno soprattutto nelle zone di conflitto filorusse (repubblica di Doneck), con minor frequenza in quelle ucraine (Luhansk) e anche nei singoli stati. Le vittime sono gli avversari o presunti tali rinchiusi in centri di detenzione irregolari (e non solo): militari, oppositori politici, giornalisti, appartenenti a minoranze etniche e religiose, omosessuali o semplicemente chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Stupri e nudità forzata sono le pene meno drammatiche in confronto ad altre di disumana crudeltà: si parla di uomini violentati col trapano, donne a cui viene trafitto il petto con un cacciavite, mutilazioni, scosse elettriche nei genitali.

Lo stupro non è solo uno strumento punitivo. Avviene spesso che i soldati, tornati dal combattimento alla base, dove sono detenuti irregolarmente anche i prigionieri, si sfoghino su questi. Inoltre le violenze sulle donne non si limitano ai centri di detenzione, ma si estendono anche ai posti di blocco, dove i soldati lasciano libero il passaggio solo in cambio di un servizio sessuale.

In alcuni paesi le donne si prostituiscono ai soldati soltanto per avere cibo, spinte dalla miseria. I soldati cercano in particolare minorenni: loro stesse si recano nei posti di blocco per incontrarli, illuse da “false storie d’amore”. Simili derive sono spesso motivate non tanto dalla volontà di usare lo stupro come arma di sottomissione, quanto dall’alcolismo diffuso tra i giovani soldati, necessario per sopportare una violenza iterata.

Sono ancora pochissime le vittime che hanno avuto il coraggio di testimoniare, mentre la maggior parte non vuole affrontare l’argomento per vergogna, ma anche perché chi denuncia subisce pressioni e viene colpevolizzato: la colpa è in primis della donna perché si è vestita in un certo modo, ha bevuto troppo, eccetera. La polizia stessa, a cui le vittime si dovrebbero rivolgere per la denuncia, è spesso prima protagonista di aggressioni sessuali. Inoltre le repubbliche autoproclamate del Doneck e del Luhansk presentano una giustizia opaca, carente di personale e priva di finanziamento – per questo  le violenze sarebbero più frequenti in area separatista, dove non c’è una magistratura solida e dove le autorità ucraine non possono intervenire. Si dà il caso poi che i colpevoli siano membri delle milizie, per cui gli ufficiali premono affinché le denunce siano ritirate per non infamare l’immagine dell’esercito.

Simon Papuashvili, coordinatore di progetto di una ong internazionale per i diritti umani, afferma:

Lo spirito nazionalista è molto forte in Ucraina. In situazioni come questa, in cui il paese è attaccato da una nazione vicina, quelli che difendono la patria sono visti come eroi.

Si aggiunge che la comunità ucraina, già abbastanza traumatizzata, non è pronta ad accogliere racconti simili: conosce perfettamente che le torture sessuali sono uno strumento di minaccia per le popolazioni del luogo. La propaganda non aiuta, in particolare quella filorussa, che diffonde odio nei confronti degli avversari e travisa le parole delle vittime. Gli stessi giornali d’informazione e i siti internet di entrambe le fazioni (filorussa e ucraina) esibiscono lo stupro e le torture sessuali come una vera e propria arma da guerra. Di conseguenza la popolazione stessa, per proteggersi, rifiuta di accogliere quanto la propaganda esibisce in modo chiarissimo.

In Ucraina le vittime di aggressione sessuale non hanno il diritto di ottenere giustizia. Forse non si arriverà mai ad un processo vero e proprio, le poche inchieste avviate sono state subito chiuse perché “mancavano le prove” e perché per un eventuale processo i tempi sarebbero troppo lunghi. Inoltre la Russia starebbe cercando di eliminare definitivamente dalla memoria alcuni criminali di guerra facendoli misteriosamente scomparire. Rimane solo la speranza nella giustizia internazionale.