Ora, a posteriori, so che quel giorno avrei dovuto obbligare mio padre ad accostare e a scendere dalla macchina. Avrei dovuto prendere io il volante, farlo sedere sul sedile posteriore, ignorare le proteste di mia madre, imboccare la strada di casa, e tornare indietro.

Non lo feci.

E ora, a posteriori, ancora non riesco a capire come abbiamo fatto, quel giorno, ad arrivare a quel punto.

-Ho installato il navigatore.

-A che ora è l’appuntamento?

-Alle tre e mezza.

-Quindi non hai bisogno della cartina?

-No, tranquilla.

-Va bene.

-Sicuro che te la senti?

-Certo

-Mamma, stai tu davanti?

-Sì.

-Va bene.

È un pomeriggio gelido di inizio dicembre, ma il cielo è limpido e il sole accecante. Guardo mia madre allacciarsi la cintura di sicurezza, il corpo pesante affondato nel sedile, scomoda, la bottiglietta di acqua frizzante perennemente in mano, nonostante sappia che dovrebbe bere quella naturale per non peggiorare le ulcere nello stomaco.

Mio padre chiude la portiera e si cambia gli occhiali. Posa quelli da vista normali e inforca quelli con le lenti che si scuriscono gradualmente. Sono passate solo tre settimane dall’ultima operazione alla cataratta. Mi sembra ieri che vedevo i suoi occhi chiari riaprirsi, appannati, vischiosi, umidi, impastati dopo l’intervento e posarsi su di me, china sul letto d’ospedale, i miei occhi verdi fissi sulle sue palpebre chiuse.

-Sicuro che te la senti di guidare?

-Sì, non ti preoccupare.

Cerco di rilassarmi sul sedile posteriore. Intreccio le dita e guardo fuori dal finestrino mentre lui mette in moto. In un attimo usciamo dal parcheggio e siamo in strada.

-Qui devo andare a destra o a sinistra?

-A destra! Te l’ho detto mille volte!

-Papà, tieniti sulla destra.

-Siete sicure? Io mi ricordavo sinistra.

-Destra!

Troppo tardi, abbiamo perso lo svincolo, la macchina è andata da sola a sinistra seguendo la corsia principale, lasciandosi trasportare dal flusso delle altre auto. Non avremmo potuto svoltare nemmeno volendo, nemmeno mettendo immediatamente la freccia.

-Abbiamo sbagliato.

-Possibile che non riesci nemmeno a prendere la strada giusta?

Mi sporgo tra i due sedili anteriori, come facevo da piccola durante i lunghi viaggi, quando incastravo la faccia tra i poggiatesta e rimanevo a guardare la strada scorrere davanti a me senza sentire i rimproveri di mia madre che mi diceva che era pericoloso stare così, che dovevo tornare a sedermi e allacciarmi la cintura.

-Pazienza, torna indietro papà, la riprendiamo al prossimo svincolo.

-La allungheremo un sacco.

-Quanto ci vorrà?

-Mezz’oretta, il tempo di fare il giro.

-Siamo in ritardo, sbrigati.

Mia madre beve una lunga sorsata di acqua, mette sul massimo l’aria calda e si sistema nervosamente sul sedile. Vedo il suo profilo duro, le labbra strette tra di loro in una linea sottile e dritta, lo sguardo concentrato davanti a sé, la mano destra aggrappata sopra al finestrino e penso che in una vita precedente dev’essere stata un condottiero, o almeno un generale, un maggiore, un caporale, un comandante.

-Chiama per avvertire che tarderemo.

-No, non ancora.

Mi lascio ricadere contro il sedile e torno a guardare il paesaggio che scorre dietro al finestrino alla mia sinistra.

-Ho il sole negli occhi.

Mi sporgo di nuovo tra i due sedili. È vero. Sono le cinque, il sole sta scendendo, il cielo è rosa e il sole è proprio all’altezza degli occhi di mio padre.

-Attento papà, stai andando troppo verso la corsia centrale, tieni la destra.

Vedo la sua espressione sofferente e concentrata sulla strada e le sue tempie umide di sudore. Non va bene.

-Ti do il cambio. Guido io.

-Te la senti?

-Sì, non preoccuparti, la strada è tutta dritta da qui.

Scanditi dal ritmo della freccia entriamo nella prima area di servizio. Lui scende dal posto di guida, io salgo. Non ho mai guidato la loro macchina, mi sembra così diversa dalla mia piccola Punto.

-Mamma, chiama per dire che siamo in ritardo.

-Aspettiamo ancora un po’. Non siamo poi così tanto in ritardo.

Metto in moto.

-Papà, dammi le indicazioni però.

-Prendi il prossimo svincolo a destra.

Mentre guido sento che mia madre si sta innervosendo. Si muove, si mette e si toglie la sciarpa, beve lunghe sorsate di acqua, il suo stomaco si gonfia, la sua vescica anche, la sua posizione nel sedile è sempre più scomoda, il ritardo preme, la paura di fare brutta figura da un lato, l’ostinazione a non voler semplicemente fare una chiamata dall’altro, il non voler gentilmente ammettere che ci siamo persi, ma che stiamo arrivando.

Un’altra persona a quest’ora avrebbe già telefonato per rimandare l’appuntamento.

Lei no.

Sul sedile posteriore mio padre si cava gli occhi sulla luce bianca del telefono, chino sullo schermo per consultare il navigatore, concentratissimo.

E noi continuiamo ad accumulare minuti di ritardo perché io guido troppo piano.

Quando il sole è ormai quasi tramontato noi siamo ancora sperduti in mezzo ad una fila di piccoli paesi di cui non conosciamo nemmeno il nome. La direzione dovrebbe essere giusta, ma il navigatore ci sta facendo fare un giro improbabile e lunghissimo.

-Un’ora di ritardo.

-Chiama e dì che siamo in ritardo.

-Dì pure che rinviamo l’appuntamento.

-No.

-Mamma, chiama.

-Dammi il telefono!

-No!

-Papà

-Pronto? Salve, volevo avvertirla che

-Papà

All’orizzonte, davanti ai miei occhi, vedo comparire il semicerchio nero di una galleria. Quanto è lunga non lo so, ma è una galleria.

Mio padre mette giù il telefono.

-Papà, dammi il cambio.

Lui si sporge tra i poggiatesta, vede la galleria.

-Va bene, fermati qui.

Metto la freccia, accosto, spengo la macchina. Lui apre la portiera dietro, mia madre sbuffa davanti all’ennesimo cambio di guidatore.

-Ce la facciamo? Davvero, mi sembra un’odissea per nulla.

Io mi risiedo sul sedile posteriore e scoppio a piangere.

-Tutto bene?

-Sì.

Mi giro per guardare mio padre. Lo vedo con le braccia incrociate sul tetto dell’auto, la portiera aperta accanto a lui, il viso sollevato verso l’alto, le labbra bianche, gli occhi chiusi, le narici allargate.

-Solo un po’ di nausea. Parecchia nausea.

-Torniamo indietro.

-No.

Restiamo così per un tempo indefinito. Alla nostra sinistra le macchine continuano a sfrecciare e a superarci, noi con le nostre quattro frecce, la galleria nera al fondo della strada, io che non riesco a smettere di singhiozzare, mio padre appoggiato al tetto dell’auto, mia madre seduta, ormai palesemente arrabbiata, al posto del passeggero.

-Perché piangi?

Non rispondo neanche. Tra un po’ il sole scomparirà del tutto e arriverà il buio.

-Chiama e disdici l’appuntamento.

-Ma no, ormai siamo quasi arrivati!

-Mamma, stiamo male, non vedi?

-Non capisco.

-Andiamo, manca poco.

Continuiamo a dire di no. Mio padre scuote la testa in silenzio, io dico no piangendo. No, ora torniamo indietro. Abbiamo già rischiato troppo a guidare entrambi in quelle condizioni. No, torniamo a casa. Diciamo di no, eppure continuiamo ad andare avanti.

Mio padre mette in moto, mia madre riprende la sua aria soddisfatta. Ora capisco perché mia nonna la chiamava “la generalessa”.

La galleria sarei riuscita a farla, non era poi così lunga, era alla mia portata. Ma come facevo a saperlo? Vedevo l’entrata, e non l’uscita. Solo nero, un lungo tunnel nero da attraversare. Sarei riuscita a farla, penso dopo che siamo di nuovo alla luce del sole.

Mio padre è sempre più bianco e boccheggiante.

-Quando manca da qui?

-Pochissimo! Pochissimo!

-Papà, guido io.

E di nuovo. Accostiamo. Lui scende, io salgo, sedile posteriore, sedile anteriore, e viceversa.

Il paesaggio è cambiato. Prima della galleria la strada era dritta, costeggiata da guard-rail robusti, case, capannoni, aree di servizio. Ora la strada è più sconnessa e stretta, costeggiata da alberi. Inizia a salire, la pendenza aumenta, i guard-rail ai bordi si fanno sempre più rari fino a scomparire. Alla destra dell’auto il precipizio, a sinistra la corsia del senso opposto, le macchine che ci vengono in contro rasentando i muri fatti di reti di ferro che tengono insieme le pietre.

Faccio il primo tornante ed è come un pugno nello stomaco. Non ce la faccio. Non ce la posso fare.

Inchiodo dove non dovrei. Se la macchina dietro di noi non è abbastanza attenta ci prende in pieno.

-Sei arrabbiata con me?

-Sì! Sono arrabbiata con te!

L’abitacolo con le quattro frecce si riempie di urla. Siamo fermi sul bordo destro della strada, accanto al nulla. Mio padre seduto dietro, sempre più pallido, ho paura che gli venga un colpo, che si senta male.

Io con le mani sul volante non riesco a smettere di piangere davanti a quei tornanti che sono troppo spaventosi per me, che sono tutte le mie paure messe insieme.

Mia madre che non mi capisce, non mi sente, non mi ascolta, mi guarda arrabbiata e stupefatta come se fossi un’estranea.

Di nuovo fermi.

Un’ora e mezza di ritardo.

-Guido io, tesoro.

La voce di mio padre riemerge dal fondo della macchina. Fuori si sta facendo sempre più buio. Penso ai suoi occhi fragili e alla mia paralisi, la mia paura che mi immobilizza e che non mi fa più ragionare. Non penso a nulla. Odio mia madre con tutta me stessa.

-Avremmo dovuto fermarci molto prima!

-Ma

-Non saremmo proprio dovuti partire!

-Non capisco

-Come puoi essere così!

Come torniamo indietro ora? Come abbiamo fatto ad arrivare a quel punto?

Mio padre spalanca la portiera e vomita sul ciglio della strada, una volta, due, tre. Si pulisce la bocca con il fazzoletto di stoffa che tiene sempre nella tasca dei pantaloni e mi fa segno di andare dietro. Lo faccio meccanicamente. Mi risiedo sul sedile posteriore.

-Vorrei chiederle di rimandare l’appuntamento, proprio non riusciamo a venire oggi.

Ci voleva tanto?

Ripenso agli occhi di mio padre che mi vedono subito dopo l’operazione. Io sono la prima cosa che vede. Il mio volto chino sul suo è la prima cosa che le sue pupille percepiscono. Sono finalmente un po’ più nitida. Negli ultimi tempi ero sempre sfocata.

Tieni la destra. Stai andando troppo verso la corsia centrale.

Le luci della galleria sono accecanti, la strada all’uscita e buia. I fari delle macchine che vengono verso di noi nel senso opposto sono come tanti rapidi flash che si riflettono sul parabrezza, che filtrano tra le colonnine dei guard-rail come i raggi del sole.

Ripenso alle iridi azzurre di mio padre, allo sguardo vuoto e ferreo di mia madre ora silenziosa e rancorosa con la sua bottiglietta di acqua frizzante ormai vuota tra le mani, le dita gonfie e gli anelli incastonati nella carne.

Sento la tensione scendermi lungo tutto il corpo, dalla nuca ai talloni. Mi lascio scivolare. Mi assopisco, stremata.

Quando riapro le palpebre sono a testa in giù, incastrata tra i due sedili anteriori.

Ora, a posteriori, so che quel giorno non saremmo dovuti partire. C’erano già troppi segnali, troppi indizi, troppe cose che avrebbero dovuto farmi capire.

Quando ripenso a  mio padre ripenso ai suoi occhi, limpidi, chiari come laghi di montagna, ingenui.

Quando rivedo mia madre sento solo rabbia, odio, rancore, risentimento, senso di colpa.

Papà. Come abbiamo fatto? Perché non ci siamo fermati prima?

E ora, a posteriori, ancora non riesco a capire.

 

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