L’acqua non aspetta mai. Cambia forma e scorre attorno alle cose, trovando sentieri segreti a cui nessun altro ha pensato: un pertugio nel tetto o un piccolo buco in fondo a una scatola. Senza alcun dubbio è il più versatile dei cinque elementi, può dilavare la terra, spegnere il fuoco, far arrugginire un pezzo di metallo e consumarlo. Persino il legno, che è il suo complemento naturale, non può sopravvivere se non viene nutrito dall’acqua.

Arthur Golden

L’acqua occupa il 60% del corpo umano. Abita gli oceani, i mari, i laghi, i fiumi e i ruscelli. Vive nelle profondità delle falde acquifere e compone quasi integralmente alimenti come l’anguria, la cicoria e il pomodoro. L’acqua è ovunque e c’è da sempre. Per questo l’arte non può che omaggiarla tra i quattro elementi, offrendo un vasto repertorio iconografico di narrazione. Quindi ecco a voi una breve carrellata sulle evoluzioni artistiche e simboliche dell’acqua fino a oggi.

L’evoluzione simbolica dell’acqua da sacro a profano
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Sandro Botticelli, La nascita di Venere (1483-1485)

Il primo significato attribuito all’acqua è quello sacrale. Viene da subito identificata come fonte battesimale dai pennelli di Giotto e Piero della Francesca, in un omaggio alla sua limpidezza evocatrice di purezza. La sua trasparenza fa sì che ogni impurità che la attraversa non la contraddistingua per natura, ma le sia data dalla realtà che la circonda. Il suo potere primo è dunque quello di dare la vita. Così Botticelli, nel suo celebre dipinto La nascita di Venere (1483-1485) riconosce all’acqua una forza creatrice e originaria.

Tuttavia, nel pieno del vigore rinascimentale, l’acqua si tinge di profano. Non riconosce più a Dio, ma all’uomo, il perno attorno a cui ruota la sua manipolazione. L’uomo si nutre dell’acqua, la sfrutta per i suoi bisogni, fino a prosciugarne l’essenza. L’acqua è per lui attrazione, desiderio di possesso. E l’individuo, nella sua noncuranza e fragilità, non comprende che quel bene inestimabile non è suo, ma appartiene all’intero universo. Così l’individuo si riconosce nelle forme di Narciso, che, impavido, si nutriva della sua immagine riflessa in uno specchio acquatico.

Oltre gli artifici retorici
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Acqua come specchio

Ma nel Narciso di Caravaggio (1597-1599) la superficie acquatica è una lastra di separazione tra Narciso e il desiderio di ricongiungersi alla sua immagine. L’artista coglie quell’atmosfera malinconica dell’imperitura e imperfetta ricerca della perfezione, destinata a dissolversi in un’immagine riflessa su uno specchio acquatico. Così come traspare dall’ Ophelia di John Everett Millais, che abbandona la vita mentre le sue vesti e i suoi sogni scompaiono sotto l’acqua. Da qui l’esigenza di abbandonare le impalcature simboliche che descrivono l’acqua. Perché, oltre al suo potere originario, creatore, purificatore e riflessivo, c’è solo ciò che vediamo nella sua nudità.

Dal Romanticismo all’Impressionismo l’acqua è semplicemente come appare. Elemento puro e cristallino tra i quattro elementi. Che sia placida e baciata dalla luce del sole o in tempesta e ingovernabile, bisogna apprezzarla e accettarla nella sua variabilità. Perché il significato ultimo e più importante di questo elemento è il cambiamento, la mutevolezza del tempo che la attraversa, ma non la infrange. Così l’acqua è un blocco fondativo, la cui superficie e il cui cuore materico possono essere scalfiti soltanto dall’instabilità del reale.

Una forza mutevole e indeterminata
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Rain Room

All’uomo non resta quindi che osservare l’evocazione sublime che scaturisce dall’indeterminatezza e dall’incontrollabilità di una distesa acquatica. Questa non ha un inizio e non ha una fine, ma può distendersi capillarmente ovunque voglia. Dalla terra al cielo, da una massa consistente e massiccia, ai flebili rigagnoli, fino alle parcellizzate gocce di pioggia che rigano il viso.

E proprio su quest’ultima forma multipla e frammentaria dell’acqua si concentra l’attività artistica del collettivo londinese Random International. Nel 2012 ha dato origine a un progetto itinerante in tutti i musei del mondo intitolato Rain Room. In questo caso la pioggia non riposa sulla tela in tocchi colorati, come nei dipinti di Leonid Afremov. Così come non tratteggia i finestrini degli autobus in qualche scatto metropolitano, ma è una vera e propria esperienza sensoriale.

Parliamo di una stanza in cui viene artificialmente ricreata la pioggia, in modo tale che non bagni i suoi spettatori, ma volteggi nell’aria in modo poetico. Un complesso sistema di valvole regolate digitalmente fa in modo che il flusso della pioggia aumenti o diminuisca a seconda delle persone e della loro andatura. È quindi una performance messa in atta dallo stesso spettatore e sottoposta all’occhio vigile dell’artista.

Questo tipo di opera non gode più dell’osservazione contemplativa esterna dell’acqua, ma cerca un approccio immersivo da parte di chi ne usufruisce abitualmente. Così che ognuno possa coglierne al pieno l’importanza, soprattutto a voce di alcune parti del mondo, come gli Emirati Arabi Uniti, dove l’acqua è un bene prezioso. E proprio qui la Rain Room ha avuto un grande successo, grazie all’accoglimento della Sharjah Art Foundation.

Come l’arte crea interazione tra l’uomo e l’acqua
quattro elementi
Corpi acquatici

L’acqua e gli uomini non sono più due realtà separate, ma interagiscono quotidianamente , con la consapevolezza di essere composti della stessa sostanza. Per questo l’arte è anche in grado di offrire un’esperienza immersiva sulla tela. Tutto grazie alle opere di artisti contemporanei e non, che hanno studiato come il corpo umano interagisce con l’acqua.

A partire dai silenzi acquatici della fotografia subacquea, dove Shawn Heinrichs racconta il legame simbiotico tra le sue modelle e gli squali balena. Attraverso poi corpi fluttuanti di Ramona Zordini, che ritraggono un senso di soffocamento e ingabbiamento acquatico. Fino in ultimo ai ritratti pop delle donne sott’acqua di Isabel Emrich. Sono questi e molti altri gli artisti che scelgono di associare l’acqua all’uomo. Però non lo fanno in modo che il secondo abbia diritto di sopraffare il primo, ma così che si possa aspirare a una collaborazione eterna e rigeneratrice.