L’overshoot day 2020 italiano è passato in sordina, proprio mentre l’Italia entrava nella cosiddetta “fase 2”. La crisi sanitaria ed economica ha avuto un grande impatto ambientale e per gli italiani qualcosa è cambiato anche a tavola.

L’Overshoot Day 2020 italiano

L’Earth Overshoot Day del 2019, cioè il giorno in cui abbiamo esaurito le risorse naturali della Terra a livello mondiale, è stato il 29 luglio. A calcolarlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale no-profit, confrontando l’impronta ecologica degli abitanti di ciascun paese con la capacità del Pianeta di rigenerare le risorse naturali sufficienti a soddisfarne la richiesta. Quest’ultima è detta biocapacità ed è espressa in ettari globali (gha) di superficie del pianeta necessari a garantire gli attuali consumi di cibo, legno, fibre, aree urbane, persino di piante utili ad assorbire la CO2 emessa.

Ogni Paese raggiunge questa soglia in un periodo diverso dell’anno, o non la raggiunge proprio: per arrivare all’overshoot day, l’impronta ecologica degli abitanti di una nazione deve superare la biocapacità globale che “spetta” a ciascun individuo.
In Italia quest’anno l’overshoot day è stato il 14 maggio, o meglio, il 14 maggio avremmo terminato le risorse naturali annuali se tutto il mondo vivesse come gli italiani. Questo significa che per il resto dell’anno vengono sfruttate le risorse mondiali destinate agli anni a venire, due mesi e mezzo prima della stima globale – ecco perché la fatidica data si avvicina di anno in anno. Con il suo largo anticipo rispetto alla data mondiale, già di per sé allarmante, l’Italia è in deficit ecologico.

C’è però un “dettaglio” da non trascurare, che potrebbe magari non fare la differenza ma sicuramente influenzare il corso degli eventi. Per calcolare l’impronta ecologica delle nazioni e la biocapacità, il Global Footprint Network si basa, al momento, su dati che vanno dal 1961 al 2016. Quattro anni fa, chiaramente, la prospettiva di dover affrontare un’emergenza sanitaria come la pandemia di Covid-19 era quasi fantascienza, quindi le date stimate per l’Earth Overshoot Day hanno messo in conto un andamento regolare della crescita socio-economica delle nazioni. È inevitabile, però, che la crisi mondiale del 2020 abbia delle ripercussioni anche su questo.

L’impatto ambientale dell’emergenza sanitaria

L’emergenza Coronavirus ha causato un calo della domanda di carbone, petrolio e gas a livello globale. L’Agenzia internazionale per l’energia ha stimato per il 2020, in un rapporto diffuso a fine aprile, quando in Italia la prima fase del lockdown era agli sgoccioli, un calo delle emissioni globali di C02 dell’8%. Si tratterrebbe del calo più forte dai tempi della seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda l’Italia, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha registrato una riduzione del 17% rispetto al 1990, grazie al crescente utilizzo di fonti rinnovabili e a una maggiore efficienza energetica nei settori industriali. Anche questi calcoli, però, si fermano al 2018.

Per quanto riguarda i due mesi di lockdown, l’allenza Italy for Climate ha stilato un dossier secondo cui, nei soli mesi di marzo e aprile 2020, le emissioni sono scese del 35%. Non dovrebbe sorprendere, soprattutto se si considerano le 100 tonnellate di CO2 in meno prodotte dalla Cina durante la quarantena. Dopotutto è piuttosto scontato che una popolazione che rimane in casa, lavora nella propria stanza e non viaggia emetta meno CO2.

Alcune nuove buone abitudini

Il servizio di carpooling aziendale Jojob ha creato una piattaforma che permette di quantificare gli effetti positivi dello smartworking in lockdown, calcolando le emissioni di CO2 evitate, il tempo guadagnato e i soldi risparmiati lavorando da casa. Il calcolo si basa sulle informazioni inserite spontaneamente dagli utenti.

Non dovendo raggiungere il posto di lavoro, i lavoratori non sono obbligati a usare l’automobile o i mezzi pubblici tutti i giorni: se il vantaggio dal punto di vista ambientale è evidente, oltre al risparmio sui trasporti, è importante sottolineare che lo smartworking fa recuperare anche il tempo impiegato solitamente per arrivare a lavoro in orario. Ci si può riappropriare di quel tempo, dunque, per stare con i propri cari o per la cura di sé. Nei periodi di quarantena, le aziende hanno dovuto attivare lo smartworking, in alcuni casi rendendosi conto che il sistema abbia grossi vantaggi e possa persino migliorare il rendimento lavorativo di alcuni dipendenti.

Contemporaneamente, gli italiani in lockdown hanno sprecato meno cibo.
L’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market /SWG ha pubblicato il Rapporto #iorestoacasa: gli italiani in quarantena hanno approfittato del maggiore tempo a disposizione per cucinare di più, prediligendo materie prime di qualità (anche per coccolarsi, data la condizione particolarmente privativa).
Durante le settimane di lockdown, gli italiani si sono interessati più del solito a evitare lo spreco di cibo: 6 italiani su 10 hanno dichiarato di non aver buttato nulla.

Come ci ha cambiati il lockdown?

Dati come quelli descritti fanno sperare che una situazione così drammatica possa avere un’influenza positiva sul nostro stile di vita futuro. È troppo presto per tirare le somme, perché la maggior parte dei calcoli si basano su stime che potrebbero rivelarsi del tutto sbagliate in pochi mesi. Il timore maggiore è che la futura ripresa economica richieda una spinta di produzione, per recuperare i mesi persi, tale da riportare tutto alla normalità. Una normalità fatta di sprechi, inquinamento e sfruttamento. Magari pure con gli interessi. Scegliamo come nuovo obiettivo una normalità sostenibile, invece, con un overshoot day sempre più lontano.

FACEBOOK: Se tutto il mondo vivesse come gli italiani, avremmo finito le risorse mondiali per il 2020 il 14 maggio. Un articolo di Veronica Orrù