L’economia globale delle Startup crea quasi 3 trilioni di dollari di valore, una cifra pari al PIL di un’economia del G7. Solo nel 2019 sono stati investiti $300 miliardi in capitale di rischio in tutto il mondo. Tuttavia qualcosa è cambiato e i colossi, i cosiddetti Unicorns, hanno dovuto fare i conti con il Lockdown. Infatti, secondo uno studio di Startup Genomeil, il 40% delle startup è ora nella “red zone”, stretta tra due muri: da una lato il calo della domanda da parte dei consumatori, dall’altro la riduzione degli investimenti dei cosiddetti Venture Capitalist.

In questi ultimi mesi si è parlato di come il Covid-19 abbia avuto un effetto positivo sulla digitalizzazione, come se la Pandemia avesse incentivato il passaggio verso le nuove tecnologie. Tuttavia questa è stata solo una delle due facce della medaglia, dato che neanche l’innovazione è rimasta immune al Covid-19. Sono infatti diverse le aziende che, seppur innovative, hanno dovuto fare i conti con la Pandemia e hanno dovuto chiudere i battenti.

Tagli al lavoro: i numeri

Secondo uno studio condotto da Layoffs.fyi e riportato da Visual Capitalist, da metà marzo startup e Unicorns non sono più riuscite a supportare il peso del lockdown e hanno dato il via ai licenziamenti. 30 delle startup più note in America hanno tagliato oltre 250 dipendenti tra l’11 marzo e il 26 maggio 2020. Tra le più colpite vi sono quelle legate al settore dei viaggi e della mobilità: da metà marzo Uber ha chiuso 45 uffici e licenziato 6.700 dipendenti (circa il 25% sul totale dei suoi dipendenti). Airbnb, noto avversario di Booking.com, ha licenziato un quarto della sua forza lavoro mentre le prenotazioni calano del 40%.startup

Tuttavia, il gruppo colpito è eterogeneo e ad affiancare i licenziamenti dei due colossi, vi sono Groupon con 2800 lavoratori (pari al 44%), Toast con 1300 (50%), Yelp con 1000 (17%) e per finire Magic Leap con 1000 (50%). Come la natura delle aziende, anche la natura dell’impatto è eterogeneo. Sulla base di quanto riportato dallo studio, i tagli al personale sono stati più o meno rilevanti a seconda della grandezza dell’azienda: WeWork ha risposto “bene” licenziando solo il 4% del suo personale (550 dipendenti su 15 mila), diverso per Deliv (nota startup nel settore Retail) che ha dovuto licenziare il 100% dei suoi dipendenti.

Dall’America all’India

Ma lo studio non si ferma agli Stati Uniti e arriva fino a paesi quali Brasile ed India. Fra le quindici aziende straniere vi è la Brasiliana Stone, che ha licenziato 1300 dipendenti (30% della sua forza lavoro). Allo stesso modo, Ola (azienda con sede in India) che dopo aver subito un calo delle entrate del 95% da metà marzo, ha licenziato 1.400 dipendenti.  Uber India, concorrente di Ola da anni, ha ora licenziato il 25% del personale. La forbice di licenziamenti passa così dai 1550 di Agoda (Singapore) ai soli 367 di Deliveroo. Tra i Paesi maggiormente colpiti risulta infatti proprio l’India, che tra le perdite di Uber India, Ola, Zomato e altri (per un totale di 6 aziende) supera i 5000 licenziamenti.

Anche il Made in Italy non è immune. A confermare lo studio di Startup Genome e la crisi che il mondo delle startup sta ora vivendo, vi è la situazione italiana. L’Italia vede diminuire drasticamente il numero di aziende iscritte all’Albo. A differenza dello scorso anno sono infatti calate le iscrizioni, passando dalle 310 di febbraio alle sole 144 di Aprile.

Possibilità di ripresa

Seppur allo stato attuale la situazione risulti infelice, c’è una possibilità di crescita e di ritorno alla prosperità. Ce lo fanno intendere le aziende che non si sono fermate e che hanno voluto aprire le proprie porte a nuovi dipendenti. Tra queste ricordiamo Coursera, startup di formazione online, che ha pubblicato 60 posti di lavoro solo nel mese di maggio. Obiettivo dell’azienda è assumere 250 dipendenti aggiuntivi entro la fine dell’anno. Nel frattempo, Canva, noto Unicorno, con sede in Australia, ha aperto 100 posizioni in tutto il mondo. Così hanno fatto Facebook, Amazon, Zoom e Pinterest.

Si potrebbe quindi affermare che quanto finora detto è solo l’effetto di una crisi temporanea. Ma la verità è che le startup, seppur digitali e disruptive, si trovano ora a dover affrontare un mercato dinamico, turbolento e insidioso. Una domanda volubile, che ieri era solida, ora è liquida …e domani?