In L’homme fidèle, tutto inizia con il tradimento. Abel e Marianne si amano e vivono insieme o, almeno, le cose stanno così finché lei lo lascia perché aspetta un figlio da Paul, il migliore amico di lui. Marianne ha intenzione di sposare il padre di suo figlio e Abel deve lasciare la casa il prima possibile. Lui non oppone resistenza, se ne va e continua la sua vita come se questo non lo turbasse affatto. È quasi strano, la fidanzata lo tradisce proprio con il migliore amico ma questo non lo turba. Nove anni dopo, Abel scopre che Paul è morto, il suo cuore si è fermato. Al funerale rivede Marianne e capisce di essere ancora innamorato di lei. Ma, come ogni commedia vuole, non è così semplice. A complicare tutto c’è Eve, la sorellina di Paul innamorata da sempre di Abel, e Joseph, il figlio di Marianne, appassionato di film polizieschi e convinto che la madre abbia avvelenato il padre.

L’homme fidèle è un thriller sentimentale in cui la narrazione procede spedita ma che non lascia spazio o approfondimento a nessuna emozione. Un film che lascia ascoltare i pensieri più nascosti. È sempre Marianne a tirare i fili, cercando di convincere Abel a uscire con Eve. E lui, come se lei gli avesse chiesto di testare un divano all’Ikea, si trasferisce a casa della ragazza.

Vorrei stare con Abel. In fondo tu non lo ami. Quindi ti chiedo. Lascialo a me.

È un uomo fedele o un traditore? Questo suo comportamento è giustificato dal fatto che sia Marianne a chiederglielo?

Analizzando meglio i personaggi. Marianne, interpretata da Laetitia Casta, è una donna ordinata ed equilibrata. Non si lascia schiacciare dal dolore del lutto, anzi si fa forza per ricominciare soprattutto ad amare, cercando di restare la madre comprensiva di cui ha bisogno Joseph, un bambino troppo curioso e maturo per la sua età. Eve, interpretata da Lily-Rose Depp, è la ventenne innamorata di Abel ma più che altro dell’idea che ha di Abel. Non avendolo mai conosciuto davvero, la sua immaginazione da adolescente lo ha reso più amabile di quello che realmente è. 

L’appartamento di queste due donne rappresenta quello che è il loro carattere: dall’ampio spazio nella vita di Marianne, passiamo al monolocale, troppo piccolo e stretto per due, di Eve. Abel (interpretato da Louis Garrel) sembra il giocattolo che queste due donne si contendono, mentre lui è sempre pronto a riempire due valigie e traslocare da un appartamento all’altro.

Da perfetto uomo fedele, sì, soprattutto del suo passato. L’amore finisce per assumere diversi ruoli nella vita delle persone, per Abel tutto è passeggero. La verità è che la sua vita pare essersi bloccata il giorno in cui ha lasciato la casa di Marianna e fosse ricominciata dopo averla rivista al cimitero.

Certi amori creano legami che durano nel corso della storia, nonostante tutto.

In L’homme fidèle, uscito in Francia nel 2018, troviamo Louis Garrel in veste di sceneggiatore (insieme a Jean-Claude Carrière), regista e attore. Cerca di descriverci un triangolo amoroso senza scadere nei classici toni drammatici. Anzi, mantenendosi nei toni leggeri e scherzosi. Abel si dimostra un uomo spaesato, per niente in grado di prendere una posizione nella vita, persino incapace di scegliere il piatto da ordinare al ristorante. Tuttavia nella sottomissione trova la salvezza, il tradimento non è considerato tale, non gli viene mai rinfacciato nulla. 

Terzo lavoro come regista, Louis Garrel arriva nel mondo dello spettacolo da giovanissimo, all’età di 6 anni esordisce in Les Baisers de secours, un film del padre Philippe Garrel, sicuramente gli spettatori lo ricorderanno per il film The Dreamers. L’homme fidèle, in italiano L‘uomo fedele, è un film gradevole, l’atmosfera francese è ovunque ed è in grado di riempire la scena, con la sua sottile ironia. Apprezzabile anche la riflessione sul tradimento, il gioco regge fino alla fine, ma non lascia nulla. Consigliato a chi ha voglio di cambiare un po’, magari a chi dopo una giornata pesante ha intenzione di dedicarsi a un film di poche pretese.

A chi, alla fine di un amore, ha comunque voglia di scherzarci un po’ su. Insomma, per la durata di 75 minuti, molto breve direi, c’è tanto di cui riflettere ma neanche troppo.

CREDITS

Copertina