La consapevolezza crescente dell’elevato impatto ambientale dell’industria alimentare sta apportando cambiamenti nel campo dell’alimentazione, in particolare nel consumo di carne animale. Sempre più persone stanno infatti prendendo coscienza del fatto che per limitare gli effetti catastrofici del riscaldamento globale sarà necessario cambiare il proprio stile di vita. Gli scienziati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) hanno pubblicato nell’ottobre 2018 un rapporto che sottolinea la necessità di non superare un aumento di 1,5°C della temperatura del pianeta rispetto ai livelli della società preindustriale.

Per mantenere l’innalzamento delle temperature sotto controllo, entro il 2030 bisognerà ridurre le emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010. Per raggiungere quest’obiettivo bisognerà compiere un cambio sistemico a livello economico e sociale, proveniente dai governi e dagli organismi intergovernativi. Tuttavia, ognuno potrà contribuire a limitare gli effetti del cambiamento climatico modificando le proprie abitudini di vita, in modo da limitare il più possibile la propria impronta carbonica (o carbon footprint in inglese), vale a dire il proprio impatto ambientale.

Carne: ripensare l’alimentazione ai tempi del Coronavirus

Anche la pandemia globale in corso ci pone nella posizione di ripensare la presenza massiccia di carne animale nella nostra alimentazione, soprattutto il modo in cui viene prodotta. I macelli sono luoghi in cui nascono con grande facilità focolai di Coronavirus (ve ne abbiamo parlato qui). Questo costringe diverse aziende a rallentare notevolmente la produzione, o addirittura a chiudere momentaneamente per circoscrivere i focolai, bloccando le forniture. Le condizioni di lavoro nei centri di macellazione sono tali che bisogna scegliere tra la produzione e la salute dei lavoratori, secondo il Midwest Center for Investigative Reporting.

Negli Stati Uniti, questa scelta è stata chiara. Il 28 aprile, per mezzo del Defense Production Act, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato i macelli e le aziende della catena produttiva della carne come infrastrutture di importanza critica, che devono restare aperte a ogni costo. Tuttavia, i focolai nei mattatoi sono una questione che interessa molti Paesi, tra cui l’Italia.

Non si tratta tuttavia solo di una questione di macelli. Gli allevamenti sono luoghi con grandi problemi di igiene, che derivano dall’allevare forzatamente molti capi in spazi ridotti e sovraffollati. Questo porta gli allevatori a dare molti antibiotici agli animali, per fare in modo di stroncare i problemi sanitari. Un risvolto negativo del grande uso di questo tipo di medicinali è l’antibiotico resistenza: gli antibiotici hanno sempre meno effetto sia sugli animali, sia sugli uomini che si nutrono di questi animali.

L’inquinamento provocato dall’industria della carne

Anche prima del Coronavirus, l’industria della carne era un settore che avrebbe dovuto cambiare molto. Questo settore e quello caseario sono responsabili del 14% del totale delle emissioni di gas serra mondiali. Le fasi della lavorazione del bestiame producono infatti ogni anno fino a 7,1 gigatonnellate di biossido di carbonio. Diminuire il consumo di questi alimenti, anche senza necessariamente diventare vegani o vegetariani, è una tendenza sempre più diffusa, soprattutto nei Paesi sviluppati.

Le persone che diminuiscono o eliminano la carne dalle proprie tavole sono tuttavia ancora una minoranza. In Italia il consumo di carne arriva quasi agli ottanta chili pro capite all’anno. Sui banchi dei supermercati appaiono sempre più spesso alternative vegane alla carne, spesso prodotte dalle stesse multinazionali, che cercano di capire dove vanno i desideri dei consumatori.

Alimentazione: il diverso valore culturale del consumo di carne

Capire in quale direzione andrà il settore dell’alimentazione non è facile. Il consumo di carne è in aumento nei Paesi in via di sviluppo o che hanno raggiunto la ricchezza poco tempo fa, come Cina e India. La sempre più ampia classe media dei Paesi in ascesa tende a consumare il cibo prodotto su scala industriale e lavorato, spesso proveniente dall’estero. Al contrario, in Occidente si osserva una nelle classi medio-alte una sempre maggiore attenzione all’origine degli alimenti e una crescita esponenziale del consumo di prodotti biologici.

Per esempio, nella sempre più numerosa e urbanizzata classe media cinese, mangiare carne di maiale è un simbolo tangibile dell’ascesa sociale. Tuttavia, produrre carne ha un forte impatto ambientale, dato che anche nel Paese asiatico sono sempre più diffusi gli allevamenti intensivi. Questi ultimi sono costruiti su modello di quelli che si sono sviluppati negli USA negli anni Ottanta. Il grosso della produzione della carne è in mano a grossi gruppi che lavorano con un sistema di integrazione verticale, controllando tutte le parti della filiera.

Le multinazionali della carne

Ci sono diverse ragioni per cui l’attuale produzione globalizzata su scala industriale di carne, che avviene negli allevamenti intensivi, non è sostenibile. L’industria della carne, come molti altre del settore alimentare, è controllata da pochi grandi gruppi che ne gestiscono ogni fase della produzione.

Queste multinazionali non hanno però alcun interesse a rispettare delle condizioni di sostenibilità o di biodiversità. Al contrario, hanno un rapporto estrattivo con l’ambiente e con i mezzi di produzione, cioè gli animali, la terra e l’acqua. L’unico obiettivo di queste ditte è il profitto, da raggiungere nel minor tempo possibile, e il modo con cui cercano di raggiungerlo è lo sfruttamento intensivo delle risorse, fino al dissipamento totale. La produzione alimentare è dunque caratterizzata dall’essere concentrata nelle mani di pochi e dalla lontananza tra il luogo di produzione e quello di consumo. Questo è un altro fattore che aumenta notevolmente l’impronta carbonica di quello che mangiamo.

Per esempio, paradossalmente oggi ben il 46% della produzione agricola mondiale viene usato per produrre mangimi animali, contro il 37% che viene usato effettivamente per produrre nutrimenti per gli uomini. La soia in particolare viene molto usata come foraggio. Per coltivarla negli ultimi decenni è avvenuta una vera e propria devastazione dell’ecosistema nella regione brasiliana del Mato Grosso, ormai convertito a monocoltura per nutrire animali in allevamenti intensivi in tutto il mondo.

Come inquina l’industria della carne?

Gli allevamenti intensivi sono anche delle vere e proprie fabbriche di CO2: si è stimato che le più grandi aziende di carne e prodotti caseari emettano nell’atmosfera più gas serra delle maggiori compagnie petrolifere.

Oltre a questo si aggiunge lo spreco di acqua dolce: un terzo delle risorse idriche mondiali viene utilizzato per gli allevamenti intensivi. Sostituire la carne nella propria dieta con proteine vegetali può portare al risparmio di migliaia di litri d’acqua.

Gli allevamenti intensivi hanno un forte impatto sul territorio. Le cosiddette lagoons, le vasche dove si raccolgono gli escrementi animali, avvelenano i territori, anche perché gli animali vengono nutriti con molti antibiotici per fare in modo che non si ammalino, viste le grandi concentrazioni in cui vivono.

Esperimenti di carne sintetica: un possibile futuro per l’alimentazione

In parallelo alla crescita di allevamenti intensivi, la transizione verso alternative alla carne è sempre più rapida, viste le preoccupazioni per il clima e il benessere animale. Si è calcolato che nel 2040 solo il 40% della carne venduta tutto il mondo proverrà da un animale vivo. Nella nostra alimentazione potrebbe avvenire una sostituzione da parte di imitazioni vegetali o da carne sintetica prodotta da industria biotecnologica.

Già adesso stanno sorgendo sul mercato le prime alternative: la Beyond Meat produce hamburger partendo da una purea di piselli. Alcune aziende, prevalentemente israeliane, stanno sviluppano da anni la carne sintetica, coltivata in laboratorio.

Al momento produrre una bistecca sintetica costa 50 dollari, ma i costi potrebbero abbassarsi di molto una volta che sarà possibile avviare la produzione su scala industriale. Perché questi prodotti si impongano sul mercato sarà necessaria una svolta nelle abitudini dei consumatori.

Molte aziende si stanno muovendo in questa direzione per il futuro della carne. L’ultima è la nota catena di fast food statunitense Kentucky Fried Chicken, che ha recentemente annunciato una collaborazione con l’azienda russa 3D Bioprintining Solutions. Lo scopo di questa partnership è realizzare i chicken nuggets per mezzo della stampa 3D. Il materiale di partenza saranno cellule di pollo coltivate in laboratorio, che verranno rese più simili possibile nel sapore a quelle derivate da animali vivi.

Secondo alcuni studi, la carne prodotta con tecniche di bioprinting porterebbe a una riduzione di oltre 25 volte la quantità di gas serra prodotta durante il normale allevamento e a un notevole risparmio energetico.

Come ridurre l’inquinamento prodotto dall’industria della carne?

La produzione di carne sintetica e di alternative vegane potrebbe arrivare nei prossimi anni, ma già ora è necessario agire per limitare l’impatto della produzione di carne sul nostro ecosistema. Per ora gli scienziati hanno ipotizzato tre strade da percorrere.

La prima consiste in individuare misure di adattamento alla situazione esistente. Vanno cambiati, oltre alle nostre diete, i sistemi di allevamento e agricoltura zootecnica e l’approccio alla gestione dei suoli, preferendo alle monocolture la diversificazione della coltivazione, per esempio integrando boschi, coltivazioni e pascoli.

La seconda consiste in mitigare gli effetti, dunque tentare di ridurre le emissioni di gas serra nelle diverse fasi di produzione della carne.

La terza consiste negli investimenti nella ricerca, in modo da riuscire a trovare soluzioni globali a problemi che solitamente vengono affrontati solo su scala locale.

Carne e alimentazione: qual è il futuro del cibo?

Il dibattito sul futuro del cibo in generale e della carne in particolare si fa sempre più urgente, sulla spinta del cambiamento climatico, dell’aumento della popolazione mondiale e del cambiamento delle abitudini alimentari. Questo ci pone davanti a molte domande su quello che diventerà la nostra dieta nei prossimi decenni.

Esistono sempre più alternative alla carne, ma c’è da chiedersi se sia giusto costringere a cambiare le proprie abitudini alimentari intere fasce di popolazione mondiale che sono arrivate solo pochi anni fa a potersi permettere di inserire più carne nella propria dieta. Anche le alternative che stanno emergendo non sono accessibili a tutti dal punto di vista economico.

Per ora  alternative come la carne prodotta in modo etico o in piccole fattori sembrano riservate alle fasce più abbienti della popolazione mondiale visti i costi molto maggiori della produzione. Inoltre, produzioni di questo tipo non riescono a soddisfare il fabbisogno di carne della popolazione mondiale in costante crescita, almeno per ora.

Quello che è certo è che per avere un cambiamento decisivo, l’argomento deve essere politicizzato, interpellando anche i rappresentanti dell’industria della carne. Una svolta nelle abitudini alimentari ha la stessa importanza di quella energetica e dei trasporti nella lotta al cambiamento climatico. Sarà essenziale capire come nutrire la sempre più numerosa popolazione globale senza distruggere i nostri ecosistemi.

 

FONTI

Stefano Liberti, I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, minimum fax, 2016

Heike Buchter, Nina Pauer e Marcus Rohwetter, Tutta un’altra carne, Internazionale n. 1331 (1-7 novembre), pagg. 48-52

espresso.repubblica.it

valigiablu.it

corriere.it

wired.it