Dalì porta a spasso due formichieri

Quando si parla di Surrealismo, con molta probabilità verrà alla mente – quasi fosse un’associazione visiva spontanea – l’immagine di orologi che si sciolgono. Come se fossero formaggio filante al sole, per la precisione camembert. Oppure appaiono visioni oniriche di elefanti dalle gambe scheletriche che si elevano fino a toccare il cielo e telefoni con aragoste al posto della cornetta. E ancora l’immagine di un uomo con gli occhi spalancati, i baffi arricciati, mentre porta a spasso un formichiere per le strade della Parigi anni ’60.

Ecco tutto questo, e molto altro ancora, è Salvador Dalì. Uno degli esponenti di punta del Surrealismo, corrente artistica nata verso il 1920, in parallelo al Dadaismo e alle altre correnti d’Avanguardia. Si tratta di un artista camaleontico, buffo, eccentrico, amante della bella vita e delle belle donne. Un uomo che nel corso degli anni ha costruito un vero e proprio mito attorno al suo personaggio, attorno alla propria figura di artista. Insomma, un artista-personaggio dai mille volti e dalle mille ossessioni.

Non solo Salvador Dalì

 

Ma Dalì non fu l’unico grande artista appartenente al Surrealismo. Molti, ad esempio, potranno ricordare un certo Magritte, René Magritte, l’uomo della pipa che non è una pipa (Ceci n’est pas une pipe). O ancora l’artista che ama giocare sui paradossi visivi, studiando il rapporto tra immagine e linguaggio. Un linguaggio che lui stesso cerca di smontare, tradire, ribaltare e capovolgere, attraverso opere che gli americani definirebbero mind blowing. Quindi opere che peraltro, a detta di molti, potrebbero benissimo appartenere al campo della trattazione filosofica, tale è il loro spessore concettuale.

Quando si pensa al Surrealismo quindi, la memoria non può fare a meno di volgersi verso i sogni, le ossessioni e le fobie di Dalì da un lato, oppure verso le piroette concettuali di Magritte dall’altro. Due artisti acclamati e presentati come i veri maîtres à penser della pittura Surrealista. Ma sono davvero loro i veri surrealisti? 

Joan Mirò: il vero artista surrealista

In effetti, parlando di Surrealismo, ci si è scordati forse del pittore più importante di tutti, anzi del vero surrealista: Joan Mirò. Molti infatti – o almeno i cultori d’arte medi – associano Mirò alla pittura astratta, forse per quelle forme così strane o per quei colori così artificiali. Per quelle figure insomma che, ai loro occhi, sembrano non appartenere alla realtà.

E infatti esse non appartengono al reale, nemmeno all’astratto, perché rimane comunque, in quelle figure, un residuo di realtà. Appartengono al surreale.  Così come anche il modus operandi del pittore spagnolo fa parte del surreale. Ed è qui che emerge il vero surrealismo di Mirò, vale a dire il modo, la tecnica, il processo creativo con il quale l’artista realizza quelle forme, quelle figure, quelle immagini così strane all’apparenza.

Ecco perché si deve considerare Mirò come il vero, autentico surrealista. Perché tutto ciò che riguarda la sua opera è surrealista, dalla tecnica al risultato finale.

Il surrealismo spiegato da André Breton

Per capire meglio ciò, è utile richiamare qui le parole del principale teorico del Surrealismo, colui che fondò il movimento: André Breton. Breton infatti definisce il Surrealismo come:

Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale.

Ciò su cui vale la pena soffermarsi in questa definizione data da Breton è proprio la nozione con la quale il teorico definisce chiaramente il processo creativo surrealista: un automatismo. Ovvero un percorso, un procedimento, svincolato da tutte quelle mediazioni culturali, sociali e concettuali che fanno parte della ragione. Un processo, quindi, che lascia spazio al libero fluire dei pensieri e delle immagini appartenenti alla coscienza. Le immagini sono dunque libere – nel caso dell’arte figurativa – da mediazioni formali.

Una questione di forma

Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione: la forma. È proprio la forma il nodo cruciale, che permette di comprendere per quale motivo Joan Mirò debba essere considerato come il vero surrealista. Le opere di Mirò, come detto più sopra, sono integralmente surrealiste, dall’idea ispiratrice, passando per il processo creativo e arrivando poi al risultato finale.

Salvador Dalì, La persistenza della memoria

Questo è un aspetto che manca nelle opere di Dalì o di Magritte, dove i temi trattati e le immagini raffigurate sono sicuramente surreali. Rispecchiano infatti temi come i sogni, le fobie, il problema del rapporto immagine-linguaggio. Tuttavia non è surreale la tecnica applicata. Vi è sempre una certa attenzione alla forma, alla tridimensionalità, alla struttura compositiva, alla stesura del colore e alle sue sfumature.

Non è puro surrealismo questo. Si potrebbe dire che nelle opere dei due artisti l’unico elemento surreale è l’oggetto/soggetto rappresentato, ma non la forma utilizzata, nella quale non vi è traccia di quell’automatismo di cui parlava Breton.

Se si dovessero dare delle definizioni radicali e che rispettano alla lettera la terminologia utilizzata, si potrebbe addirittura azzardare a dire che le opere dei due artisti – sulla cui grandezza, è opportuno dirlo, non si discute – sono opere che rappresentano il surreale. Perché di questo, in effetti, si tratta, ma non di opere radicalmente, visceralmente, surrealiste.

Puro automatismo

Al contrario, nei capolavori di  Joan Mirò tutto ciò è ben presente, eccome. Non solo i soggetti dei suoi lavori appartengono alla sfera del surreale. Possono essere soggetti di cui, talvolta, è difficile individuarne il senso, ma è proprio la forma con cui tali oggetti/soggetti sono rappresentati che comunica qualcosa. Non vi è particolare attenzione alla struttura e inoltre, aspetto ancora più significativo, vi è una quasi totale abolizione della profondità e della tridimensionalità.

Joan Mirò
Joan Mirò, Blu II (1961)

Ciò che viene rappresentato sembra uscire direttamente dalla testa del pittore. Non serve dunque alcuna mediazione formale o strutturale per imprimersi in modo automatico e immediato sulla tela. Ecco, quindi, l’automatismo tanto caro a Breton. Si esprime attraverso un connubio poetico di linee, forme e colori, che appartengono solo alla vivida immaginazione dell’artista e a quel vivido strato che sta appena appena sotto – o sopra- la realtà. 

Ecco che cos’è Mirò: un connubio poetico di linee, forme e colori, che appartengono al sogno e che fanno, a loro volta, sognare.

 


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