Obey to Black è l’album di debutto del compositore campano Brian Burgan, uscito il 28 novembre 2019 per Pitch The Noise Records. È un disco auto-prodotto, cupo e introverso, che da subito ha suscitato la nostra curiosità. Per questo motivo, abbiamo deciso di fare qualche domanda a Brian sul suo modo di fare musica.

L’intervista

La musica elettronica è un ambiente molto vasto, in cui si possono ritrovare influenze di ogni tipo. Tu a quale (o quali) esponente del genere ti senti più vicino? O ti indirizzi verso altri generi?

Pubblicare musica implica l’uso di etichette precise. Queste permettono a chi ascolta di trovare ciò che cerca in mezzo a un mare sconfinato. Dunque, per sfortuna o fortuna (questo lo lascio decidere a voi), c’è sempre bisogno di inscatolare musica per poterla trovare su “uno scaffale”. 
Quando stavo creando Obey To Black mi sentivo molto vicino alla musica 2Step/UK, Ambient e a tratti techno. Ma in realtà non è venuto fuori nulla di strettamente legato a tutto questo.
 Sicuramente quello che è risultato a lavoro ultimato è un album molto più variegato. 


Mi sono sentito libero di seguire volta per volta i suoni piuttosto che concentrarmi su un singolo genere. Dopotutto non avevo alcun vincolo di sorta. Voglio dire, non stavo certo creando un disco pop dove ci sono delle regole ben precise da rispettare e nemmeno avevo intenzione di usare le mie energie per fare un disco da dedicare unicamente alla dance floor. Semplicemente ascoltavo tanto Burial, HECQ, Four tet, Aphex Twin, Baths e Jon Hopkins in quel periodo e la cosa si è rispecchiata nel disco. 
A pensarci bene, sarei curioso che fosse chi mi ascolta a darmi un’etichetta di genere. Chissà cosa ne verrebbe fuori. 
Posso riassumere dicendo che la definizione “musica elettronica” veste a pennello Obey to Black perché, come giustamente scrivevi, è un genere molto vasto.

Come hai capito di doverti “arrendere all’oscurità” e dare a questo disco un taglio introverso?

Non l’ho mai dovuto capire. Obey to black è solo un titolo arrivato in maniera organica man mano che procedevo con il lavoro. 
Il disco ha un taglio introverso perché, guardando indietro, nel periodo in cui ho composto il tutto (otto anni fa), ero io stesso introverso. Sicuramente molto più di adesso. 
Trovo questo legame positivo perché rende il disco genuino.

Da cosa prendi l’ispirazione per i tuoi pezzi?

L’ispirazione arriva dai suoni e dallo stato d’animo del momento. In generale quando ascolto in maniera attenta quello che mi circonda posso cogliere attivamente degli spunti. Altrimenti sarebbe come se mi lasciassi semplicemente influenzare passivamente dal paesaggio sonoro.

Uno dei brani – forse il più malinconico – di Obey to Black è Box of Memories: qual è il ricordo più felice che associ alla creazione dell’album (o in generale al tuo percorso musicale)?

Le notti passate in bianco a suonare e trasformare i suoni in qualcosa di concreto.

Cosa vuoi raccontare con la tua musica?

Può essere sicuramente fine a se stessa, oppure può raccontare storie a libera interpretazione per chiunque ascolti. In Obey To Black la cosa risulta abbastanza facile essendoci poco testo nei brani. Per ora ho ricevuto alcune interpretazioni interessanti che ho letto con piacere. Non vedo l’ora di ricevere altri feedback.

Tra i titoli presenti nel disco, ci ha particolarmente intrigato Esbat: qual è il significato di questo termine?

Gli Esbat sono rituali pagani rivolti alle fasi della luna. La figura dominante di questi rituali è quella femminile della Dea e esistono riti ben precisi da seguire. Le lune degli Esbat hanno differenti nomi e significati in base al mese, per esempio quella di gennaio è chiamata “luna del lupo”. Il titolo del brano è arrivato ascoltandolo quasi ultimato e immaginandomi un rito iniziare e prendere forma seguendo i vari passaggi.

Pur non sapendo il suo significato, possiamo intuire che Røkkr sia un richiamo alla cultura nordica. Ti ha influenzato in qualche modo?

Røkkr è una parola in nordico antico che significa “crepuscolo degli Dei”. Sono affascinato da tutta la mitologia esistente e ogni tanto vado a caccia di informazioni sulla rete. 
Cercavo un titolo che potesse rendere giustizia al brano dall’atmosfera intima e melanconia in coda al disco e Røkkr ci calzava davvero a pennello. 
Ti confesso che è il mio brano preferito dell’album assieme a Are the stars dying?.

Tra le varie versioni di Obey to Black come singolo, qual è il remix che più ti ha soddisfatto?

Riferito al singolo Obey to Black e i suoi remix, nonostante li trovo interessanti entrambi, rimango molto affezionato alla versione dei port-royal prodotta da Emilio Pozzolini. Perché? Semplicemente siccome è una band che da ragazzino stimavo davvero molto, ancora prima di mettermi a smanettare sugli strumenti. L’album Afraid to Dance (oramai del 2007 se non ricordo male) era sempre presente nella lista dei miei ascolti.
 Poter avere un loro remix mi ha reso molto felice.

Parliamo del video di Are the stars dying?: ha un’atmosfera molto semplice, ma incredibilmente intima e profonda. Intendi seguire la stessa estetica nei tuoi prossimi video musicali?

Per i video mi sono sempre affidato a occhi chiusi a Damiano Daresta che, oltre essere un caro amico, è un competente sceneggiatore e videomaker. 
Prima di Are the stars dying? Damiano si era occupato, assieme a Irene Fiorentini, del video del singolo Obey to Black.
Generalmente non amo dare vincoli quando si tratta della realizzazione di video musicali, non è il mio ambito. Certo, mi capita di suggerire qualcosa, ma poi mi lascio guidare e affido tutto a chi ha le competenze adeguate. Quindi, per i prossimi video, staremo a vedere cosa salterà fuori.

Nella stesura dei pezzi, hai collaborato anche con artisti come Giorgieness. C’è qualche voce che vorresti sentire in particolare su una tua base? O vorresti sperimentare tu stesso?

Appena ascoltato il primo lavoro di Yakamoto Kotzuga, ho subito avuto il desiderio di poter collaborare con lui. Trovo sia una piccola grande perla nel panorama della musica elettronica italiana ancora, purtroppo, non conosciuto come meriterebbe. A côté trovo gli Yombe, sempre italiani sebbene cantino in inglese, davvero molto interessanti e sarei felice di mettere mano a delle loro linee vocali. Generalmente se dovesse arrivare qualche proposta che trovo interessante su cui lavorare, resto tutt’orecchi. Sono sempre a caccia di stimoli musicali esterni, che si tratti di voci o idee strumentali.

Per ora posso confermarti che è stato interessante giocare con la voce di Giorgia, ma anche con quella di Elena Rivoltini (che ha un background totalmente differente e vede le radici nel canto lirico). Attualmente con Francesca Andrisano, che ha collaborato su Neverending Spell, abbiamo prodotto e pubblicato SE, un nuovo brano che fa parte della compilation Leaftape di Pitch The Noise Records.

FONTI

Materiale gentilmente fornito da Conza

CREDITS

Copertina e immagine gentilmente fornite da Conza