Come e perché l’indagine sul linguaggio ha sempre saputo affascinare i filosofi

In uno dei precedenti articoli abbiamo portato all’attenzione la questione dell’origine del linguaggio secondo la lettura fornita dall’intellettuale Giambattista Vico.

È ora opportuno ritornare sul tema, dal momento che Vico non è stato l’unico intellettuale ad occuparsi del linguaggio. Questo articolo vuole essere una rapida carrellata di informazioni, per accendere la luce su una tematica tanto controversa quanto affascinante, così che chi dovesse essere interessato avrà gli strumenti necessari per ulteriori approfondimenti.

Il linguaggio ha sempre incuriosito e attratto gli intellettuali di ogni epoca. Sin dall’età dei Greci, i Sofisti (di cui abbiamo trattato in quest’altro articolo) avevano incominciato a studiarlo e indagarlo, in un’ottica quasi scientifica. Anche Platone, che di certo conosceva i Sofisti e le loro teorie, per quanto nei suoi scritti  non abbia perso mai l’occasione di criticarli e prenderne le distanze, dedica un intero dialogo alla questione del linguaggio. Stiamo parlando del Cratilo, dialogo socratico in cui viene riportata la discussione tra Cratilo ed Ermogene. Cratilo è sostenitore della tesi essenzialista, quella secondo cui il linguaggio sarebbe “mimesis thes ousia”, ossia “imitazione dell’essenza delle cose”. Se un oggetto ha un nome, questo accade perché i nomi rispecchiano l’essenza delle cose.

Al contrario, Ermogene prende una posizione convenzionalista, secondo cui cioè i nomi che attribuiamo alle cose non sarebbero altro che frutto di convenzioni. L’idea che traspare è che Platone sia diffidente rispetto alle capacità conoscitive del linguaggio, visto come nient’altro che doxa, ossia opinione, e dunque inefficace nella conoscenza delle cose in sé.

Tornerà a parlare di linguaggio anche il discepolo più celebre di Platone, Aristotele, e lo farà in svariati scritti. Famoso è il passo del De Interpretatione, noto attraverso i secoli soprattutto per il tramite della traduzione di Severino Boezio. Traduzione però inesatta, che sbaglia soprattutto in un punto: Aristotele non intende spiegare l’origine del linguaggio, ma solo il suo funzionamento. La tradizione, soprattutto a causa dell’errore di Boezio, ha invece inteso questo testo in senso genetico, causando non pochi altri errori interpretativi.

Seguendo il corso della Storia, ci imbattiamo poi nell’idea epicurea dell’origine del linguaggio. Nella Lettera ad Erodoto (paragrafi 75-76) si legge che il linguaggio non è nato per convenzione, ma su impulso naturale, che è alla base delle successive convenzioni delle diverse comunità parlanti. Se, in una prima fase, la natura scopre, è solo in una seconda fase che la ragione perfeziona quanto la natura ha scoperto. Nasce qui l’idea che le comunità parlanti elaborino rappresentazioni mentali differenti in base ad un principio di differenziazione etnico-geografica.

linguaggioSarà poi il poeta romano Lucrezio, del quale possediamo scarse notizie, ad approfondire le teorie epicuree nel suo capolavoro De Rerum Natura. Soprattutto nel quinto libro dell’opera, Lucrezio descrive l’origine dell’umanità, che immagina ferina e crudele. Tale idea dell’origine ferina dell’umanità, come accennavamo nell’articolo su Vico, era stata indagata dagli antichi con curiosità, ma soppiantata in seguito dall’idea di una perfezione originaria. Quando Lucrezio arriva a parlare dell’origine del linguaggio, si appella al ruolo dell’utilitas, e scrive: “utilitas expressit nomina rerum”, ossia, “fu l’utilità che diede i nomi alle cose”.

La lungimiranza e il realismo di Epicuro e Lucrezio, ben lontani dalle teorie del Cratilo, hanno fatto sospettare al filosofo Ernst Cassirer che il debito che la filosofia del linguaggio moderna (come abbiamo visto, Vico) debba alle tesi epicureo-lucreziane sia molto maggiore di quanto non crediamo. In effetti è interessante riflettere sula difficoltà di circolazione con cui si scontrarono le idee epicuree, considerate empie e accusate di materialismo, e, per questo, censurate dalla Chiesa e lette di nascosto. Sostenere, con Lucrezio ed Epicuro, che la diversità delle lingue dipenda da motivi ambientali e culturali, e non dalla punizione divina che seguì l’episodio babelico, significa mettere in discussione quanto viene scritto nella Bibbia.

Nel capitolo X della Genesi si narra infatti come Dio  portò gli animali, creati dal fango, davanti ad Adamo, così che Adamo li nominasse. Emerge così l’idea dell’inerenza del nome all’oggetto.

Nel successivo capitolo XI si narra invece l’episodio Babelico. In origine, tutti gli uomini parlavano ebraico, ed è questo il motivo per cui la tradizione ha sempre riservato un posto speciale alla lingua ebraica. Accadde però che per punire gli uomini della loro tracotanza, dal momento che gli uomini volevano costruire la torre di Babele, talmente alta da toccare il cielo, Dio decise di intervenire e confonderli dandogli lingue diverse, così da impedire loro di comunicare. Ecco che qui la differenza delle lingue non è un processo fisiologico, come in Epicuro e Lucrezio, ma un esito del peccato.

Qual è stato il futuro di Babele, come è stato letto tale episodio dagli intellettuali successivi, tenendo conto che negarlo significava essere considerati eretici? Lo scopriremo nel prossimo articolo.

 


FONTI
Studio su Lucrezio unibo
Lucrezio, De Rerum Natura, Mondadori, Milano, 1998

S. Gensini, Apogeo e fine di Babele, Edizioni ETS, Bologna, 2016

Platone, Cratilo, in Tutte le opere, a cura di Sansoni Editore, Firenze 1989